Il caso 137

Il caso 137


Dominik Moll

Drammatico | Francia
(2025)

Con un po’ di fantasia, potremmo pensare che “Il caso 137” di Dominik Moll non sarebbe piaciuto a Jacques Rivette, critico e regista che espresse la famosa condanna al carrello in avanti in una scena di “Kapo” di Gillo Pontecorvo, reo di aver spettacolarizzato il suicidio di una donna nei campi di concentramento. Il film di Moll si conclude con la vittima del film, un giovane ferito gravemente dalla polizia, che spiega cosa gli è successo guardando implicitamente in camera e rivolgendosi indirettamente allo spettatore. In un momento cruciale della sua confessione, la regia propone un raccordo sull’asse, per spingere ancora di più chi guarda all’empatia verso chi sta parlando e alla condanna di chi ha causato la sua condizione. Modalità, se non vogliamo arrivare fino a Rivette, che richiama le prime pagine dei quotidiani in cui campeggiano foto in primo piano di migranti, spesso bambini, dopo una tragedia in mare. La notizia di per sé è importante e sempre degna di nota, ma il modo in cui viene fatto è deleterio: strumentalizzare il soggetto per muovere a commozione il lettore. Ancor più grave se, come in questo caso, ciò avviene in campo artistico. La nobilità degli intenti non basta a fare un buon film.

Dicembre 2018. Stephanie Bertrand (Léa Drucker), membro dell’Ispettorato generale della Polizia nazionale (IGPN), l’organismo che si occupa della condotta della polizia francese, sta conducendo un’indagine su quanto accaduto nel corso di un corteo dove si sono verificati violenti scontri tra le forze dell’ordine e i manifestanti del movimento dei gilet gialli. Uno di loro, Guillaume, è stato gravemente ferito da un proiettile non letale. Il suo lavoro la porta a inimicarsi i membri degli altri organismi della polizia, a mettere a dura prova la sua carriera e la sua vita privata. Nonostante tutto,  la donna va avanti.

Nella filmografia di Moll, “Il caso 137”, rappresenta un punto d’arrivo in termini di progressiva semplicizzazione e limpidezza narrativa, processo inversamente proporzionale al risultato complessivo. I suoi primi lungometraggi (“Harry, un amico vero”, 2000, “Due volte lei”, 2005) si caratterizzavano per personaggi ambigui, depistaggi narrativi e fusione di generi diversi (noir, commedia, horror, mystery). In quelli più recenti (“Only the Animals”, 2019, “La notte del 12”, 2022), seppur rimanevano squarci onirici e atmosfere dilatate, la dimensione mystery prendeva il sopravvento, diventando al contempo strumento per esplicitare il tema di fondo, la violenza sulle donne.

Come nel film precedente del regista, anche in “Il caso 137” troviamo un gruppo eterogeneo di poliziotti, con un(a) protagonista tanto ossessionato quanto sempre più disilluso in una lotta apparentemente senza risultati, in questo caso interna al corpo di polizia, contro il marcio che appare non sradicabile dalla società. Un cartello iniziale informa che si tratta di una storia di finzione ispirata a fatti reali, con un’adesione in questo caso ancora maggiore alla contemporaneità. Nella narrazione, vengono infatti ibridati, con un conseguente cambio di formato, filmati ripresi da cellulari, che giocano un ruolo cruciale, inchiodando i poliziotti colpevoli di fronte alle loro azioni ingiustificate. Il punto dell’opera, non riguarda tanto chi siano i responsabili, quanto se la protagonista riuscirà a farli arrestare e non semplicemente causare loro una sospensione, come accade solitamente. Messaggio che l’opera sottolinea più volte attraverso i dialoghi tra i personaggi e dividendo nettamente le forze in campo: i buoni sono i membri della IGNP, tra cui l’indomabile Stephane, di cui il film sposa il punto di vista anche quando agisce fuori dai confini della legalità; i cattivi sono le altre forze del corpo della polizia francese; le vittime i gilet gialli, ritratti come manifestanti pacifici attaccati senza pietà dalle forze dell’ordine. “Il caso 137” è dunque schiettamente un film di denuncia sugli abusi della polizia, con tutti i suoi limiti.

Questo afflato viene espresso anche a livello visivo. Frequenti infatti gli interrogatori che Stephanie conduce con i possibili sospettati, mostrati con un’alternanza di campi/controcampi per sottolineare anche visivamente l’abisso morale tra le parti. La schietta dimensione manichea va controcorrente rispetto all’ambiguità di personaggi e situazioni, cuore del polar. Prendiamo ad esempio “Police” (1985) di Maurice Pialat, che vede come protagonista un commissario dai modi bruschi interpretato da Gerard Depardieu che indaga su trafficanti di droga, rendendo evidente come la distanza tra l’uomo e i criminali non sia molta, a partire dallo stesso giubbotto che indossano. Sul fronte sopra citato, il film di Moll richiama poi “Guardato a vista” (Claude Miller, 1981), tutto ambientato in un commissariato durante un interrogatorio, o il recente “Roubaix, une lumiere” (Arnaud Desplechin, 2019), che per gran parte presenta le stesse dinamiche: nel confronto serrato e claustrofobico tra accusatore e accusato le posizioni iniziali si modificano, nuovi fatti o sentimenti emergono a modificare le prospettive. Tutto quanto è assente in “Il caso 137”.

13/04/2026

Cast e credits

Titolo Originale
Dossier 137
Distribuzione
Teodora Film
Durata
116'
Produzione
France 2 Cinéma, Haut et Court
Sceneggiatura
Gilles Marchand, Dominik Moll
Fotografia
Patrick Ghiringhelli
Scenografie
Emmanuelle Duplay
Montaggio
Laurent Rouan
Musiche
Olivier Marguerit
Costumi
Dorothée Guiraud

Trama

Stéphanie è un'ispettrice dell'IGPN, l'organismo disciplinare che vigila sulla polizia francese. È lei che si trova a indagare sul caso di Guillaume, un ragazzo partito con la famiglia alla volta di Parigi per partecipare a una manifestazione e ferito gravemente da un proiettile antisommossa. Quando Stéphanie inizia a ricostruire l'accaduto capisce che il caso la tocca anche a livello personale, ma malgrado l'ostilità di molti colleghi sceglierà di andare fino in fondo.
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