Il club

Il club


Pablo Larrain

Drammatico | Cile
(2015)

Al consueto passaggio dai titoli di testa ai primi fotogrammi, la plumbea luce si affissa inesorabilmente ai bordi della pellicola, opprimendone il centro, il cuore del film stesso. Si aspetta invano qualche esplosione luminosa nell’opera quinta del cileno Larraín. Qua e là un raggio di sole fa capolino ma viene soffocato sul nascere, la penombra di ieri prevale sull’albore del domani. Nel Club è già tutto accaduto. La repressione dittatoriale di Pinochet avvolge inesorabilmente l’impunita Storia e le storie di una civiltà che qui si pone ai margini geograficamente oltre che per un’umanità spettrale ma armata (e non solo metaforicamente) che attraversa l’intero film.

“Il club” nasce dagli anni scolastici di Pablo Larraín, vissuti tra insegnanti sacerdoti che l’autore suddivide in buoni, cattivi e dispersi. Esiliati non si sa dove e per motivi ignoti. Dove sono quindi e cosa fanno questi preti sconsacrati dalla stessa Chiesa?

Fin dall’ambientazione – La Boca, lungo la costa cilena – ci troviamo in un territorio che pare situato ai limiti del mondo. La primissima scena ci mostra Padre Vidal che giocando e addestrando il suo cane sulla spiaggia sembra disegnare e ricalcare un cerchio che segna e già sottolinea un circuito territoriale chiuso, impenetrabile, non pienamente raccontabile. I membri del Club si prendono cura della casa, coltivano il proprio orticello.

Padre Vidal si ferma e guarda un orizzonte lontano; ma neppure a distanza siderale intravede un corpo estraneo alla prigione della fede in cui è racchiuso.

Larraín traccia le coordinate per la visione: un tragitto ostico e ostile. Onesto nell’adesione alla materia, perfettamente spalmata su filtri e lenti di matrice sovietica che producono una oscura corazza che pare tenere gli occhi dello spettatore costantemente semichiusi. Obiettivo nell’esposizione, adopera la Parola inglobandola in un’etica inscindibile dal piano estetico.

In questa routine due interconnessi ingressi fanno scricchiolare le poche certezze (di facciata) rimaste: quello di Padre Lazcano – che farà poi emergere la figura di Sandokan – e quello di Padre Garcia. Giovane prete dal gran carisma, quest’ultimo intraprende un’indagine dedita a fare chiarezza sulle cause della morte di Lazcano, ma è soltanto una trama da pseudo-thriller che permette al regista di utilizzare un impianto “di genere” per scandagliare un passato denso di azioni e crimini indicibili, che naturalmente emergeranno soltanto in piccole dosi.

Con una scelta di sacrale limpidezza, il susseguirsi di colloqui è cadenzato da un rigoroso utilizzo del primo piano in campo e controcampo tra questa sorta di psicologo/orchestratore spirituale e i membri del Club. Lo sporco passato scoperchiato sprigiona taciti consensi dell’esercito cattolico verso l’esercito dittatoriale, storie di abusi, bambini rubati, stuprati.

Le poche e terrificanti parole addizionate ai silenzi vissuti sui volti simil-vampireschi di questa batteria criminale producono come risultato Sandokan, il tragico personaggio che ha indotto al suicidio Lazcano. Il corpulento uomo, che si aggira intorno alla casa come una eterna eco, è in un certo qual modo, pur nelle proprie storture, l’unica figura vivida e concreta del lotto. Una presenza costante che, a dispetto del ripetitivo lamento che scandisce gli abusi subiti da bambino, risulta la sola impregnata da una forte parvenza spirituale. In questo circuito la convinzione di Sandokan di aver ricevuto amorevole fede attraverso i perpetrati abusi è sovrapposta alle parole di Vidal, che arriva a percepire un Dio orgoglioso di aver creato figli come lui, stabilendo le deformazioni di una vita condannata all’eterna disonestà.

Dal contrappunto grottesco di un cane levriero sfruttato per corse clandestine ma unico portatore di affetto (l'”unico cane nominato dalla Bibbia”, dirà Padre Vidal in un impeto di patetica convinzione) alle indelebili ferite di un passato senza fine, tutto concorre ad arginare un qualsiasi processo di redenzione per questo manipolo di peccatori che il regista ci consegna come uomini. Criminali ma esseri umani.

Lateralmente ma in prima linea si staglia Sorella Mónica, angelo del focolare che si pone come rappresentante femminile laddove una tipica gerarchia ecclesiastica confina ai margini il ruolo della donna, in una  scala che può dirsi a tutti gli effetti machista. Ma la donna fin dal principio erige paletti per equilibrare il tacito silenzio di un meccanismo represso ma crogiolato in una eterna dannazione.

Sarebbe tanto ovvio quanto inappropriato pensare a “Il club” come a un film di denuncia, coraggioso atto d’accusa verso l’istituzione cattolica, a un tribunale cinematografico che si prefissa di smontare i pilastri della Chiesa. No, “Il club” è per il cineasta cileno un’altra tappa di un itinerario che fotografa il Dio Potere che tutto genera e tutto distrugge. L’uomo, innanzitutto.

E, come suggerisce il quieto ma agghiacciante finale, soprattutto una disperata riflessione sull’inscindibilità tra luce e tenebra, bene e male. Di ogni razza o religione, fuori e dentro la Casa del Signore.

27/02/2016

Cast e credits

Titolo Originale
El club
Distribuzione
Bolero Film
Durata
98'
Produzione
Fabula
Sceneggiatura
Pablo Larrain, Guillermo Calderón, Daniel Villalobos
Fotografia
Sergio Armstrong
Scenografie
Estefania Larrain
Montaggio
Sebastián Sepúlveda
Musiche
Carlos Cabezas
Costumi
Estefania Larrain

Trama

La Boca, lungo la costa cilena. In una casa vivono quattro uomini e una donna. Dei preti, una suora esiliati dalla stessa Chiesa per peccati commessi in passato. Dopo la morte di un quinto prete arriverà il giovane Padre Garcia, per indagare sul caso e scoprire quali indicibili peccati hanno commesso queste persone.
Resident Evil
Resident Evil

Zach Cregger firma un reboot radicale che tradisce la lore classica dei videogiochi per abbracciarne però la geometria formale. La regia traduce i tropi del survival horror in precise scelte stilistiche: uso espressionista delle luci, gestione claustrofobica dello spazio e un montaggio sincopato. Pur con qualche prevedibilità di scrittura, il film si impone come un horror solido e grottesco, capace di rigenerare il franchise con lucidità formale

Nessun Dolore
Nessun Dolore

In "Nessun Dolore" Gianni Amelio torna a raccontare il presente con un film testamentario e poetico che parte da uno dei temi più cari al suo cinema, quello del mancato incontro tra un padre e un (possibile) figlio, per mettere in scena la palingenesi di un personaggio "eretico", un Alessandro Borghi in stato di grazia, disposto all’esilio sociale pur di non rinunciare all’empatia verso i più deboli

Serpenti
Serpenti

Con "Serpenti", presentato alla Mostra del cinema di Venezia, Roberto De Paolis Maino si confronta con il grottesco e la commedia nera per raccontare una storia che affonda nelle contraddizioni della società italiana. Al centro, un uomo e un commissariato romano diventano gli elementi di un paradosso kafkiano, tra burocrazia, assurdità e violenza di genere

The Invite – Il piacere è tutto nostro
The Invite – Il piacere è tutto nostro

Olivia Wilde costruisce un divertente dramma da camera sulle contraddizioni della coppia contemporanea, affidandosi a un cast perfettamente assortito. The Invite intrattiene e incuriosisce, ma rinuncia alle implicazioni più radicali delle proprie premesse

Silent Friend
Silent Friend

Un albero osserva le tre storie parallele che si svolgono in epoche diverse nella stessa università in Germania: un professore bloccato dal lockdown, la prima studentessa donna a biologia, un progetto per parlare con le piante negli anni '70

Let Us Through, Dear Ancestors
Let Us Through, Dear Ancestors

VENEZIA 83 - Lav Diaz ritorna alla Mostra del cinema, pur fuori concorso, con "Makikiraan Po", pellicola che espande la riflessione del regista sul passato delle Filippine, andando fino alle origini coloniali, così come quella sulla forma stessa del suo cinema in evoluzione

Un détour par Diane
Un détour par Diane

VENEZIA 83 - Premiato meritatamente come miglior film di Orizzonti, il film di Anne Sirot e Raphaël Balboni esplora con grande senso dell'umorismo il trauma della violenza di genere attraverso le generazioni, grazie a una protagonista senza freni e uno spirito libero

NAZA
NAZA

Premio speciale della Giuria alla Mostra del cinema di Venezia, "NAZA" di Yuval Abraham e Rachel Szor è la dissezione minuziosa del funzionamento della macchina di controllo e sterminio israeliana, un documentario tanto rigoroso nella forma quanto d'impatto nel contenuto