Don’t Let the Sun

Don’t Let the Sun


Jacqueline Zünd

Drammatico, Fantascienza | Italia, Svizzera
(2025)

“Cari cittadini, il sole sta per sorgere.

Ricordiamo a bambini e persone anziane di rientrare nelle loro case”.

(Voce-emanazione di un altoparlante in “Don’t Let the Sun”)

 

Non lasciare che il sole. Già il titolo, nel suo troncamento di frase, anticipa bene le reticenze di un film che prova a mettere in scena un’afasia esistenziale, personaggi abbandonati nelle loro abissali solitudini. Ognuno porta con sé delle mancanze inespresse, chiudendosi a tal punto da perdere ogni appetito per la realtà. Il mondo là fuori è stanco. Noi con lui. Questo sembra essere il cuore tematico di “Don’t Let the Sun”, che registra il passaggio al lungometraggio di finzione della documentarista svizzera Jacqueline Zünd.

Le premesse lambiscono la fantascienza: in un futuro prossimo e in una città imprecisata, il caldo torrido rende impossibile la vita diurna e costringe i pochi abitanti rimasti a nascondersi dal sole e condurre vite notturne. Nessun evento catastrofico in farsi, soltanto l’agghiacciante normalità del dopo. Gli affetti si sono assottigliati, svuotati di calore e di emotività. Si noti, per inciso, come il ribaltamento giorno/notte fosse già stato messo a tema nel primo film della regista, “Goodnight Nobody” (2010), documentario che cercava di entrare nella mente di quattro persone insonni.

Qui seguiamo le vicende di Jonah, 28 anni, che offre di professione la sua presenza agli sconosciuti che hanno bisogno di colmare un vuoto. Quando però si ritrova a dover recitare il ruolo di padre con la piccola Nika, accade qualcosa. Il protagonista, interpretato da Levan Gelbakhiani, che al Locarno Film Festival ha vinto un Pardo per la miglior interpretazione, è di fatto un soggetto profondamente alienato. Fa della prestazione il suo modo per sfuggire alla realtà, della cura altrui la strategia per non badare a sé stesso. La professione del personaggio può ricordare quella di Shoji Morimoto, ragazzo giapponese che nel libro “La rivoluzione del far nulla” (2019) racconta di aver lasciato il lavoro e avviato con un tweet un servizio di do-nothing rental per dare un valore alla sua vita e colmare quella di chi non avesse le forze di andare da solo a un funerale o a un esame, o semplicemente volesse essere guardato.

Il film è una co-produzione Svizzera-Italia ed è stato girato principalmente fra Genova e Milano, sebbene le due città siano rese irriconoscibili negli esterni deserti e pesantemente sovraesposti, oltre che in inquadrature-orizzonte dove il sollevarsi del sole dietro gli edifici uccide ogni possibilità di guardare oltre e sperare in un futuro che non sia minaccioso. Curiosamente, proprio a Milano nel 1992, durante l’Esposizione Internazionale della Triennale, fu presentato uno dei più famosi videoambienti dello Studio Azzurro, che in questo contesto appare piuttosto pertinente: “Il giardino delle cose”. Compaiono, sugli schermi, le silhouette bianche di diverse mani, filtrate dal dispositivo agli infrarossi di una camera termica. All’inizio gli oggetti non sono rilevati, poi, attraverso la manipolazione, il calore delle mani si trasferisce su di loro, permettendone la visione. In sostanza, quello che rileva il video è la relazione tra i due corpi.

In “Don’t Let the Sun” non accade qualcosa di molto diverso: per tornare a conoscere bisogna toccare. I personaggi di questo film, formalmente distaccato e geometrico ma profondamente umanista, si dimenano fra il bisogno di essere toccati e la paura di scottarsi. C’è un momento che torna a più riprese senza essere spiegato. Una specie di allenamento-performance in cui un gruppo di persone a petto nudo – fra cui Jonah – si scontra in un abbraccio a coppie che dura pochissimo. In una di queste sessioni di tira e molla muscolare, Jonah indugia a staccarsi dal corpo del suo compagno, tanto che viene spinto a terra nello stupore dei presenti. Dopo la scelta estrema nel finale, il rapporto silenzioso fra Jonah e Nika si chiude con un abbraccio vero e finalmente lungo. Le piccole mani di Nika stringono delicatamente le bendature che avvolgono il suo finto padre.

Jacqueline Zünd appartiene a quella fitta schiera di registi che, nel passaggio alla finzione, non nascondono la propria postura documentaristica, ma ne immettono in circolo le istanze come un’iniezione strutturale. Il lavoro di sottrazione e svuotamento – evidente tanto nelle interpretazioni attoriali e nei dialoghi rarefatti, quanto nei campi lunghi dalla durata interminabile – trova nel rigore dei suoni ambientali in presa diretta un contrappeso formale necessario a non surriscaldare l’intensità del testo audiovisivo. Il ritmo asfissiante che ne deriva, perfettamente coerente con il racconto, rischia tuttavia di non essere sufficiente a mantenere tesa la corda dell’attenzione e dell’interesse nello spettatore.

23/05/2026

Cast e credits

Titolo Originale
Don't Let the Sun
Distribuzione
Filmcoopi Zurich [Svizzera], Trent Film [Italia]
Durata
100'
Produzione
CDV Casa delle Visioni, Lomotion, SRF Schweizer Radio und Fernsehen
Sceneggiatura
Jacqueline Zünd, Arne Kohlweyer
Fotografia
Nikolai von Graevenitz
Scenografie
Nicole Hoesli
Montaggio
Gion-Reto Killias
Musiche
Marcel Vaid
Costumi
Sophie Reble

Trama

In un futuro distopico dove il caldo estremo costringe l'umanità a vivere solo di notte, Jonah lavora vendendo relazioni affettive simulate; tutto cambia quando deve fingere di essere il padre di una bambina sola, riscoprendo così il valore dei legami autentici.
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