È andato tutto bene

È andato tutto bene


François Ozon

Drammatico | Francia
(2021)

Francois Ozon, abituato ormai da tempo il suo pubblico alla duttilità della sua cinematografia, approda a un tema indubbiamente impegnativo quale può essere quello dell’eutanasia mantenendosi abilmente equidistante dalla sterile polemica ideologica e dal facile patetismo. Se il contesto nel quale si cala la vicenda di Emmanuèle e Pascal, donne mature costrette ad assistere il padre Andrè, vittima di un ictus, è quello tipicamente ozoniano della famiglia borghese, i mezzi espressivi a cui ricorre il prolifico regista francese sono tanto duttilmente adeguati alla diegesi da confezionare un’opera convinta e riuscita al contempo. Dopo aver scandagliato l’animo umano alle prese con l’elaborazione del lutto in due pellicole precedenti, “Una nuova amica” (2014) e “Frantz” (2016), Ozon rivolge la sua attenzione a ciò che accade prima che il trapasso si realizzi, avvicinandovisi per tappe scandite dalle date che danno avvio alle sequenze. Per quanto i risultati della sua arte non siano sempre sorretti dalla medesima vena ispiratrice, c’è da rimanere indubbiamente stupiti per la disinvolta agilità con la quale il regista si muove tra le pieghe dell’inquieta borghesia transalpina, cui pare siano rimaste ormai ben poche certezze. Giudicata dall’esterno e ripresa dalle prime inquadrature, la classe media appare rivestita di una scorza protettiva costituita da case confortevoli, accoglienti, circonfuse dalla rassicurante atmosfera di cui la passione per la musica eseguita, o anche semplicemente ascoltata, vuole essere come un sigillo di garanzia, ad esempio come avviene ne “Il Rifugio” (2009). Accanto alla musica, l’arte, altra musa che i costumi dovrebbe ingentilire e gli animi rasserenare, come avviene in “Nella casa” (2012). In questi contesti i drammi non sono quasi mai legati a ragioni economiche, ma alla scoperta di un vissuto che mette a nudo la natura effimera del mito della civiltà borghese. Rispetto alle pellicole precedenti, in “È andato tutto bene” questo quadro idillico iniziale è in verità sacrificato all’esigenza di rimescolare le carte e sorprendere lo spettatore.

Emmanuèle, donna di mezza età, apprende da una telefonata che Andrè, il padre ottantenne, ha avuto un ictus. Precipitatasi in ospedale realizza che egli non potrà più aspirare a una vita pienamente autonoma, ma è disposta a prendersi cura di lui per affrettarne il recupero. Ben presto, tuttavia, è proprio Andrè che non accetta la propria condizione, tanto da confessare senza mezze misure la volontà di morire e affida anzi a Emmanuèle il compito di occuparsi degli aspetti burocratici connessi al proprio intento. Andrè è un padre forte e volitivo, poco assertivo e dai modi diretti. Narratologicamente, infatti, ad andare incontro all’arco di trasformazione del personaggio non è tanto lui quanto Emmanuèle: la figlia dovrà suo malgrado accondiscendere alla volontà paterna. Fin quando (nella prima parte del film) dura la distanza tra le due posizioni, quella della vita a tutti i costi e quella della morte assistita, il divario tra il padre e le due figlie non assume mai i contorni di un agone dialettico, non viene trasferito all’esterno del nido familiare, non diventa occasione per cortei o prime pagine sui giornali, ma viene scisso dal contesto sociale e ricodificato attraverso precise scelte di inquadratura. Ozon, infatti, conscio di quanto sarebbe stato goffo imbastire una continua diatriba tra padre e figlia, preferisce esprimerla collocando i due agli antipodi dell’inquadratura. Vi è ad esempio un’inquadratura assai efficace nella quale si nota che la linea disegnata dal profilo di Emmanuèle e Pascal (sedute sulla sinistra) disegna una linea perpendicolare rispetto a quella del padre (sdraiato sulla destra). Anche la complicità tra le due sorelle passa più attraverso le immagini che le parole: una messa in quadro ce le regala mentre si stringono le mani rivolgendosi l’una verso l’altra al centro del profilmico. Il cineasta francese si è insomma lasciato alle spalle alcuni eccessi verbosi de “Grazie a Dio” (2019) dovuti soprattutto a causa dell’insistito ricorso alla voce fuori campo. Inoltre, rispetto alla succitata opera, caratterizzata da una prospettiva che da intima si fa corale per abbracciare tutta una serie di personaggi accomunati dal medesimo destino di quello principale, qui il focus rimane costantemente sul rapporto tra il padre e le due figlie.

Senza svelare eccessivi dettagli, va detto che “È andato tutto bene” spiazza lo spettatore già nel titolo, giacchè questo si rivela fuorviante rispetto alle attese. In quest’ottica, anche i flashback sono più evocativi che esplicativi. Il soggetto del film è tratto dall’adattamento del romanzo autobiografico di Emmanuèle Bernheim (già sceneggiatrice di quattro film di Ozon). Una trasposizione originatasi da un testo di taglio comportamentista, e soprattutto asciutto, già vicino quindi allo stile filmico di Ozon. Per quanto si tratti di un’opera dall’impianto drammatico, Ozon continua a sperimentare e innovare, e nella pellicola non mancano venature da commedia, come in qualche battuta arguta, o nell’ossimorica sequenza dell’ultima cena, che fonde la giovialità dei convitati alle lacrime di Emmanuèle. La leggerezza, la giusta dose di ironia sapientemente disseminata sono tra gli ingredienti della gradevolezza del film, come quando Serge, l’impacciato cinefilo, non riesce a far entrare la carrozzina nell’ascensore. A colpire, ancora, è soprattutto il tono medio, la giusta distanza (anche nelle inquadrature), la scelta di mostrare più che dimostrare, e la rinuncia a prendere una posizione netta che metta fuori gioco qualcuno dei personaggi. Per quanto la vicenda narrata sia seria, con Ozon ci sentiamo all’interno della stanza dell’ospedale, vediamo i personaggi agire, ma non ce ne sentiamo giudici. La seconda parte del film si fa invece più incalzante, tingendosi di giallo: Andrè andrà fino in fondo o cambierà il suo proposito? Per quanto attiene il tema dell’omosessualità, costantemente presente nei suoi film, stavolta esso è rimasto più defilato. In conclusione, se è lecito indicare una battuta che riassuma il film, si potrebbe citare quella di Andrè: “Vivere non è sopravvivere”.                

20/01/2022

Cast e credits

Titolo Originale
Tout s'est bien passé
Distribuzione
Academy Two
Durata
113'
Produzione
Mandarin Films
Sceneggiatura
François Ozon, Philippe Piazzo, Emmanuèle Bernheim
Fotografia
Hichame Alaouiè
Scenografie
Emmanuèle Duplay
Montaggio
Laure Gardette
Costumi
Ursula Paredes Choto

Trama

A Parigi Emmanuèle deve assistere il padre Andrè che, colpito da un ictus, le ha confessato di voler ricorrere all’eutanasia. Mentre tutti, compresa l’altra figlia Pascale, cercano di dissuaderlo dal suo piano, Andrè si sottopone alla fisioterapia sorretto dal proposito di acquisire quel tanto di autonomia muscolare e articolare strettamente necessaria a bere autonomamente la pozione della dolce morte.
Digger
Digger

Un'opera dalla regia rigorosa e viscerale, che conferma la densità stilistica di Iñárritu. Pur con qualche ridondanza strutturale che ne frena la tensione drammatica, il film offre un'efficace e lucida decostruzione psicologica dei personaggi

Her Private Hell
Her Private Hell

Nicolas Winding Refn torna al lungometraggio con un’opera visivamente magnetica che interroga la paternità tra protezione, controllo e possesso. Ma nel tentativo di decostruire la figura del padre, Her Private Hell rischia di trasformare quella della figlia nell’ennesimo oggetto del proprio sguardo

Heart of the Beast – Nel profondo selvaggio
Heart of the Beast – Nel profondo selvaggio

"Heart of the Beast" di David Ayer è l'ultimo di una serie di film che raccontano la wilderness americana rispolverando il mito della frontiera. Ne risulta un film di sopravvivenza in cui lo spazio dell'azione è affiancato da una contemplazione rispettosa del creato in ogni sua forma, retto sull'interpretazione tutta fisica di Brad Pitt

Una storia
Una storia

"Una storia" di Anna Foglietta ha ottime premesse e può contare sulla bravura dei due protagonisti, ma non convince del tutto: la scelta di raccontare questo dramma familiare attraverso una regia estremamente statica, inquadrature fisse e lunghi silenzi finisce per appesantire il ritmo

Possible Love
Possible Love

VENEZIA 83 - Otto anni dopo "Burning", Lee Chang-dong torna con un altro dramma in cui affronta questioni che sono al contempo di bruciante attualità e universali: la disparità di classe e la verità dei sentimenti. Un'opera densa e stratificata che può vantare anche uno straordinario quartetto di attori, premiata con il Leone d'Argento - Gran Premio della Giuria

Palestina 36 – Quando tutto ebbe inizio
Palestina 36 – Quando tutto ebbe inizio

Palestina, 1936, durante il protettorato britannico. Un villaggio di palestinesi cristiani vede le proprie terre sottratte per far posto a una colonia ebraica. Il film racconta con efficacia la rivolta che segue, pur in maniera a volte didascalica

Resident Evil
Resident Evil

Con un reboot radicale, Zach Cregger tradisce la lore del videogioco per abbracciarne la geometria formale. Tra luci espressioniste, spazi claustrofobici e montaggio sincopato, i tropi del survival horror diventano stile. Pur prevedibile nella scrittura, il film è un horror solido e grottesco.

Nessun Dolore
Nessun Dolore

In "Nessun Dolore" Gianni Amelio torna a raccontare il presente con un film testamentario e poetico che parte da uno dei temi più cari al suo cinema, quello del mancato incontro tra un padre e un (possibile) figlio, per mettere in scena la palingenesi di un personaggio "eretico", un Alessandro Borghi in stato di grazia, disposto all’esilio sociale pur di non rinunciare all’empatia verso i più deboli