È stata la mano di Dio

È stata la mano di Dio


Paolo Sorrentino

Drammatico | Italia
(2021)
6.5

è stata la mano di dio

Il cinema di Sorrentino è da sempre cinema dell’eccesso e cinema del rimosso, laddove il primo aspetto si sforza di compensare il secondo attraverso un immaginario fastoso e pirotecnico, tra calciatori di duecento chili che palleggiano in una clinica svizzera e giraffe che svaniscono alle terme di Caracalla.

Per la prima volta, “È stata la mano di Dio” non intende riempire il vuoto ma esplorarlo, per quanto si tratti del vuoto immenso e inesprimibile che coincide con la perdita dei genitori. Diciamolo subito: non è, com’è stato detto e sbandierato, il lavoro migliore di Sorrentino. Ma è senza dubbio il più sincero. E il più difficile. Una riflessione autobiografica che si accompagna a una meditazione poetica sulle proprie fascinazioni, le proprie radici, un bilancio della vita e dell’opera attraverso un ritratto dell’artista da giovane.

Equamente spartito dall’epicentro drammatico in due macro-segmenti narrativi, “È stata la mano di Dio” colleziona nella prima parte una galleria di figure, volti da commedia all’italiana. Alcuni suggestivi, come il san Gennaro Enzo Decaro, nume tutelare della comicità napoletana, altri macchiette un po’ forzate, come la Signora Gentile, i vicini altoatesini, lo zio Alfredo irriducibile maradoniano. Vizi e virtù di una famiglia borghese, un po’ come lo Scola di “Una famiglia” (1987), incastonati in un racconto corale ambientato non nel rione romano Prati ma in una Napoli sfacciata, vertiginosa, ripresa in campi lunghi e panoramiche sempre sul punto di stracciarsi nel grande blu marino o celeste, mentre traluce in lontananza lo “spettro azzurro di Capri” (copyright Curzio Malaparte).

Sono gli anni di Maradona, Troisi, e della gioventù di Sorrentino, interpretato da un giovane e bravissimo alter ego (Filippo Scotti, premio Mastroianni). La resa non può che essere idillica, fortemente patemizzata, a partire dal sonoro e dall’inquadratura che contiene altri quadri, soggetti inchiodati allo spaccato di una porta, un arco, una finestra. La stessa evocazione dei personaggi richiama più il modello indulgente e nostalgico di Fellini che quello tipicamente satirico, acre, della commedia all’italiana.

Fellini, appunto. Che arriva a Napoli per un provino e non viene mai inquadrato. Ne abbiamo traccia soltanto attraverso la voce e le foto di donne, un elenco inesauribile di desideri e bellezze come lo è il cinema felliniano, grande rimosso dell’immaginario di Sorrentino. Volendo giocare in maniera infantile con le parole, potremmo dire che Sorrentino ricorre all’immaginazione e Fellini alla fantasia, perché l’uno produce immagini e l’altro fantasmi: spettri della memoria, del desiderio.

Con questa eredità difficile si relaziona la seconda parte del film, che prende gradualmente commiato dalle visioni (l’auto d’epoca, san Gennaro, il munaciello, la tv che si spegne sulle immagini del primo scudetto di Maradona) per dedicarsi (più in linea con il mentore Antonio Capuano) alle storie della città, e a una in particolare: quella di Fabio Schisa, del suo relazionarsi con un altro vuoto, un altro rimosso, non solo la morte dei genitori ma il fatto puro e triviale che da morti “non glieli hanno fatti vedere.”

Un non-fatto, o non-visto, che percorre carsicamente l’intera filmografia sorrentiniana in rimandi obliqui, allusivi. In “This Must Be The Place” si dice ad esempio che “a tutti, senza alcuna distinzione, è stata strappata la giovinezza”. Qui il racconto di formazione non forma immagini auto-evidenti, eidetiche (il Sean Penn struccato e sbarbato del finale, maturato e ripulito), ma enigmatici mantra da interiorizzare, due su tutti: “la realtà è deludente” e “non ti disunire.”

Quindi soltanto il cinema può riscattare la realtà, ma solo a condizione di quell’integrità poetica che, piaccia o non piaccia, è ormai cifra stilistica riconoscibile di Sorrentino auteur. Vengano dunque la stucchevole romantizzazione dell’epos maradoniano, le improbabili caricature, la parata di freaks con i microfoni in gola, le baronesse miserabili, le grasse signore che sbranano mozzarelle, l’umorismo più deprecativo che ispirato, le cartoline di Stromboli, i furti di canederli, gli offshore che fanno tuff-tuff e il sipario che cala su Napule è.

Cechov scriveva, “L’arte ha questo di particolarmente grande: non tollera la menzogna,” ma è anche vero che l’arte è essenzialmente menzogna, una raffinata negazione della realtà in cui di reale troviamo soprattutto i sentimenti; quelli particolari di chi guarda, di chi crea, quelli universali come il dolore per la perdita di un’epoca, di una persona, di una parte di noi. “È stata la mano di Dio” assomiglia per Sorrentino a un O.K. Corral dei sentimenti, una resa dei conti dal sapore crepuscolare, ma potrebbe anche coincidere con l’alba di una nuova fase in una delle filmografie più significative del cinema italiano del nuovo millennio.

E comunque, era meglio Pelé.

05/12/2021

Cast e credits

Titolo Originale
È stata la mano di Dio
Distribuzione
Lucky Red, Netflix
Durata
130'
Produzione
Fremantle, The Apartment
Sceneggiatura
Paolo Sorrentino
Fotografia
Daria D’Antonio
Scenografie
Carmine Guarino
Montaggio
Cristiano Travaglioli
Musiche
Lele Marchitelli
Costumi
Mariano Tufano

Trama

Sono gli anni di Maradona, Troisi, e della gioventù di Sorrentino, interpretato da un giovane e bravissimo Filippo Scotti a.k.a. Fabio Schisa. Racconto di formazione che narra il relazionarsi del protagonista con il grande vuoto della morte dei genitori 
L’isola dei ricordi
L’isola dei ricordi

"L'isola dei ricordi" è un'opera di transizione come la fase che il cinema di animazione sta vivendo. Semplificando la trama pur senza lesinare sulla profondità, il film di Crawford e Mercado cerca una nuova identità visiva sperimentando con gli stili

L’albero di molto lontano
L’albero di molto lontano

Ben Gregor firma un fantasy per ragazzi che non ha alcuna impronta autoriale ma riempie tutte le caselle giuste per essere avvincente. Sana e innocua avventura per famiglie, è l'adattamento per lo schermo di uno dei titoli più celebri della popolarissima Enid Blyton

Balcanica
Balcanica

Un'opera di sottrazione rigorosa, che sublima il dramma migratorio in una sospensione esistenziale dove la musica si fa baluardo identitario. Pur penalizzato da alcune fragilità nella scrittura, il film testimonia una coerente e partecipe consapevolezza formale

La città dei vivi
La città dei vivi

Sin dall'anteprima a Venezia 83, l'adattamento di Edoardo Gabriellini de "La città de vivi" ha convinto e non convinto, tra la scelta di lasciare fuori campo il taglio da truecrime, e un sacco di idee interessanti su cui il regista livornese punta non sempre con la stessa convinzione

L’Estranea
L’Estranea

Dopo “La valle dei sorrisi” Paolo Strippoli continua a esplorare la possibilità di contaminazione delle forme del cinema operando uno scatto in avanti rispetto alla capacità di sfruttare le potenzialità del linguaggio cinematografico. La suggestione visiva prevale sul disegno d’insieme ma le ambizioni rimangono intatte. Ottima la prova degli interpreti su cui svettano Jasmine Trinca e Valeria Bruni Tedeschi

Digger
Digger

Un'opera dalla regia rigorosa e viscerale, che conferma la densità stilistica di Iñárritu. Pur con qualche ridondanza strutturale che ne frena la tensione drammatica, il film offre un'efficace e lucida decostruzione psicologica dei personaggi

Her Private Hell
Her Private Hell

Nicolas Winding Refn torna al lungometraggio con un’opera visivamente magnetica che interroga la paternità tra protezione, controllo e possesso. Ma nel tentativo di decostruire la figura del padre, Her Private Hell rischia di trasformare quella della figlia nell’ennesimo oggetto del proprio sguardo

Heart of the Beast – Nel profondo selvaggio
Heart of the Beast – Nel profondo selvaggio

"Heart of the Beast" di David Ayer è l'ultimo di una serie di film che raccontano la wilderness americana rispolverando il mito della frontiera. Ne risulta un film di sopravvivenza in cui lo spazio dell'azione è affiancato da una contemplazione rispettosa del creato in ogni sua forma, retto sull'interpretazione tutta fisica di Brad Pitt