Certo è che la biografia di Neil Armstrong, il primo uomo a sbarcare sulla Luna, era di quelle fatte apposta per alimentare le perplessità dei suoi “nemici”, tanto è sempre stata piena di retorica filo-americana la cinematografia (persino quella del grande Clint Eastwood con “Space Cowboy”) che si è occupata della conquista dello spazio da parte della compagine statunitense.
Per questa ragione, sarà per molti sorprendente constatare cosa accade sullo schermo e per esempio osservare la particolarità dello sguardo con il quale Chazelle si rivolge alla materia del suo film. Costruito in maniera classica e, quindi, avendo come obiettivo quello di sviluppare la vicenda del protagonista senza perdere mai di vista la centralità che esso occupa all’interno della storia, il regista opta per una prospettiva che, pur dando conto degli aspetti pubblici della vicenda – quelli che riguardano le implicazioni della missione rispetto alla contrapposizione con il nemico sovietico, come pure dei risvolti con il fronte della politica interna, caratterizzati dalle proteste sessantottine – in realtà privilegia gli aspetti meno conosciuti della personalità di Armstrong, segnato nel profondo dalla scomparsa della figlioletta e quindi poco propenso a trovare nella celebrità mondana la giustificazione dei sacrifici che gli permettono di soddisfare (è questo il termine usato dall’interessato di fronte alle domande dei giornalisti che lo incalzano nel corso della conferenza stampa organizzata prima della partenza) i parametri necessari a ottenere il pass che gli consenta di guidare la spedizione.
Ciò che ne viene fuori, dunque, è un resoconto più privato che pubblico in cui, anche quando si tratta di narrare i momenti più importanti, per esempio quelli che si occupano di riferire i drammatici eventi che scandiscono le tappe di avvicinamento (nella quali persero la vita numerosi astronauti) e le sperimentazioni a cui si sottopongono i vari equipaggi delle varie missioni, a non venire mai meno è il contraltare che essi provocano nell’ambito familiare e, soprattutto, dentro l’uomo che sta dietro al personaggio dei magazine e delle televisioni.
Se poi consideriamo che “The First Man” non rinuncia a rappresentare la morte per quello che è, dandone conto nei riflessi che essa ebbe nella vita del celebre astronauta, costellata dalla scomparsa di numerosi amici e colleghi periti sul campo, si può dire che “The First Man” realizza la celebrazione di un mito della storia americana che è anche un de profundis sul mito dell’eroe con le forme e i contenuti che furono del “Lincoln” di Steven Spielberg (non a caso executive producer del film). Alla pari del più celebre collega, Chazelle filma una sorta di seduta spiritica popolata di tragedie e di fantasmi, in cui assieme alla straordinarietà degli accadimenti narrati, ad andare in scena è una profonda riflessione sulla caducità delle cose umane.
Si prevedono parecchie nomination (Gosling su tutti), così come candidature ai premi della Mostra.
31/10/2018