Lincoln

Lincoln


Steven Spielberg

Biografico, Drammatico | Usa
(2012)
Lo Spielberg che non t’aspetti. “War Horse” era esercizio autoreferenziale, reiterazione di schemi consolidati che riaffermavano ancora una volta (forse l’ultima?) “lo stile” Spielberg, spettacolare, classico, si era detto “Fordiano”. “Lincoln” riparte da lì, dalla guerra, ribaltandone però intenti e messa in scena. Al nuovo film di Steven Spielberg, progetto accarezzato da oltre un decennio (e che inizialmente doveva essere interpretato da Liam Neeson), sta stretta l’etichetta di biopic, difatti non è interessato nemmeno per un secondo a illustrare pedantemente l’esistenza del 16° presidente degli Stati Uniti d’America (con ogni probabilità il più celebre e amato dal popolo).

 

Come in “J. Edgar” di Eastwood, Spielberg parte dal personaggio per parlare “d’altro”, per operare un coraggioso raffronto con il presente. La ricca sceneggiatura di Tony Kushner (già autore di “Munich”) sceglie di concentrarsi solamente attorno ai mesi che precedettero l’approvazione del tredicesimo emendamento, ovvero l’abolizione della schiavitù, e la conseguente cessazione del conflitto bellico tra stati del sud e del nord. La pellicola, che si apre sulle violenze del campo di battaglia, si sposta ben presto su un altro territorio di scontro, quello delle aule di tribunale, delle sale anguste in cui si decidono i movimenti di potere, in cui il gabinetto del Presidente cerca di tirare le somme di una rovinosa guerra che sta devastando il paese. E prosegue in quella direzione. “Lincoln” è un dramma politico da “camera”, ma non intimista, perché tocca temi universali e importantissimi, e lo fa per ribadire, con estro pedagogico (una qualità ormai sempre più rara nel cinema contemporaneo) la centralità della “parola” nella società contemporanea. L’intero film è costruito attorno ad una serie di serrati scontri verbali, che vedono (quasi) sempre al centro il carismatico presidente repubblicano. Spielberg sottolinea la necessità (ancora più urgente se rapportata ai tempi aridi in cui viviamo) di una politica che insegua, con ogni mezzo possibile (anche “scorretto”, se è vero che per arrivare ad abolire la schiavitù, molti politici furono corrotti con la promessa di cariche governative) il “giusto”, la verità, il bene collettivo. Il Lincoln “machiavellico” portato sullo schermo dal regista, ben lontano dal ritratto agiografico, è un uomo che scompare davanti alla grandezza del proprio mito, interpretato da un Daniel Day-Lewis perfetto per mimesi e che gioca in sottrazione, che cammina con andamento dinoccolato, schiacciato dalla grandezza degli eventi che lo circondano e dal peso della Storia, e che svanisce sullo schermo, spesso ripreso da dietro, o controluce, e che mostra progressivamente il peso, e la gravità (quasi fisica) delle responsabilità da cui è investito.

Un uomo, solo un uomo, che nasconde il proprio dolore e i propri drammi (la prematura perdita di un figlio, mentre il primogenito freme per arruolarsi) perché non può permettersi debolezze e rimpianti, rincorrendo costantemente la chimera di un futuro migliore, egualitario. E pagando, infine, a caro prezzo il proprio sogno. Spielberg, dicevamo, rifugge la messa in scena spettacolare che ci si potrebbe aspettare da lui, ma al tempo stesso non incappa nel calligrafismo di cui molti lo accusano. “Lincoln” è tutt’altro che plana rappresentazione degli eventi che portarono gli Usa a un cambiamento radicale della loro Storia. C’è grande controllo e precisione negli scontri verbali tra i protagonisti, ogni movimento di macchina ha un significato, suggerisce un’emozione sopita, che finalmente trova il modo di esplodere nel magnifico climax della sequenza dell’approvazione del tredicesimo emendamento. Il risultato è un film adulto, cupo, che non offre soluzioni drammaturgicamente facili, dove il regista evita i propri cliché cercando costantemente di mostrare meno del “necessario”: la guerra è un incubo lontano dai riflettori eppure costantemente presente e opprimente (ci vengono mostrati gli esiti delle battaglie, i feriti, gli arti recisi gettati in mezzo al fango, ma si rifugge sempre dall’epica dello scontro), l’uccisione di Abramo Lincoln (al centro di “The Conspirator” di Redford che potrebbe fungere da sequel ideale a questa pellicola) avviene lontano dalla macchina da presa, e assistiamo solo allo struggente commiato dei suoi cari.

Quello che esce da “Lincoln” è uno Spielberg inedito e rinvigorito, che sa riflettere con maturità su temi cardinali della propria nazione senza banalizzarli e semplificarli. Semplicemente magnifica la galleria di volti che compone il lussuoso cast, con tanti attori noti che compaiono in scena per pochi minuti, ma tutti indispensabili alla riuscita complessiva. Su tutti, un magnetico Tommy Lee Jones (ha l’Oscar già in tasca) nel ruolo del leader repubblicano Thaddeus Stevens, instancabile sostenitore dei diritti della minoranza nera, capace di insulti e provocazioni di inarrivabile fantasia, ma anche Sally Field, sofferente moglie del presidente dal carattere di ferro e un ritrovato (sul grande schermo) James Spader, mellifluo procuratore incaricato di ottenere per Lincoln i voti necessari per l’approvazione dell’emendamento anti schiavitù.

Infelice, invece, la scelta di affidare la voce italiana del protagonista all’attore Pierfrancesco Favino, sin troppo “impostato” e teatrale per essere credibile (mentre Sergio Rubini presta la voce al personaggio -secondario, per fortuna- di Jackie Earle Haley, con esiti ancora più sconfortanti).

23/01/2013

Cast e credits

Titolo Originale
Lincoln
Distribuzione
20th Century Fox
Durata
150'
Sceneggiatura
Tony Kushner
Fotografia
Janusz Kaminski
Scenografie
Rick Carter
Montaggio
Michael Kahn
Musiche
John Williams
Costumi
Joanna Johnston

Trama

Mentre negli Usa infuria la guerra civile, assistiamo alle decisioni, e alle battaglie politiche, che portarono il Presidente Abramo Lincoln all'abolizione della schiavitù

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