Gebo e l’ombra

Gebo e l’ombra


Manoel de Oliveira

Drammatico | Francia, Portogallo
(2012)

Ci sono registi che, giunti a un’età avanzata, invece di bloccare la propria carriera hanno iniziato a girare con una frequenza fino ad allora lontana dalle loro abitudini. È il caso del signor De Oliveira che di anni ne ha 103 e ogni anno (almeno) uno dei maggiori Festival europei ospita in cartellone la proiezione di una sua pellicola. “O Gebo e a sombra”, traducibile letteralmente in “Gebo e l’ombra” (o “Il gobbo e l’ombra”), tratto dall’omonimo racconto di Raul Brandão, è infatti uno dei film fuori concorso di questa mostra del cinema di Venezia. L’ultima fatica del veterano portoghese ha un cast composto da Claudia Cardinale, Micheal Lonsdale e il consueto Ricardo Trepa oltre che apparizioni di Jeanne Moreau e Luis Miguel Cintra.

“O Gebo e a sombra” narra la vicenda di un vecchio contabile (Gebo/Lonsdale) che ogni giorno deve inventare una menzogna all’altrettanto anziana moglie (Claudia Cardinale) parlando delle notizie avute da suo figlio, ormai scomparso da otto anni. Nella loro umile dimora vive anche la moglie, l’unica a conoscere la verità sul marito oltre al padre: l’uomo si è infatti dato alla macchia e, cambiando radicalmente modo di vivere, fa il ladro. I novantacinque minuti dell’opera di De Oliveira ruotano intorno al ritorno di Joao e al delitto di cui si macchia prima di scappare nuovamente, lasciando la famiglia in una situazione drammatica.

Forse c’è molta più azione nelle poche righe con cui ho riassunto la trama che nell’intera durata di “O Gebo e a sombra”, tanto che una delle ultime pellicole del maestro portoghese, “Singolarità di una ragazza bionda” in un diretto confronto fa la figura del film del blockbuster hollywoodiano. Il cinema di De Oliveira ha sempre privilegiato una sintassi parca di movimenti di macchina in cui il piano fisso o il long take  concludevano in se stesse intere sezioni del racconto che si andava mettendo in scena. In quest’ultima opera, però, la tendenza, il gusto visivo dell’autore, prende una direzione così radicale da diventare catatonica. “O Gebo e a sombra” è quasi soltanto composto da lunghi piani fissi in cui gli attori dimostrano di sapere ancora memorizzare una grande quantità di battute, nonostante l’anagrafe potrebbe far pensare il contrario: ci rendiamo anche conto che a 103 anni è faticoso spostare la macchina da presa, ma a questo servono gli operatori. Qualcuno ci può chiedere che cosa ci aspettassimo di differente: il punto critico, però, non consta semplicemente nella staticità della messa in scena, non è la noia, ma la totale mancanza di dinamicità dell’immagine che sposta le coordinate di “O Gebo e a sombra” in un teatro filmato pesantemente anticinematografico. [1]

Per gli appassionati del regista, il film è, come accade sempre più spesso negli ultimi anni, un compendio dei temi a lui più cari: in primis la differenza tra l’essere e l’apparire, visto che l’ombra del titolo è proprio il figlio sparito nel nulla, divenuto solo un’ombra. Per Gebo perché è così che lo vede rispetto all’uomo che conosceva e per la madre perché ha ormai imparato a conoscere il riflesso proiettato dai racconti dell’anziano e sempre più logorato marito. Un’opera in cui una bugia a fin di bene distrugge l’intero nucleo familiare e dove De Oliveira, per l’ennesima volta, parla del degrado causato dai soldi che deformano la vita della gente comune. Da questo punto di vista la parabola morale di Gebo è riuscita e acuta, per il modo in cui dimostra che tali abiezioni sono legate a una profonda mancanza etica. Naturale l’ancoraggio politico al momento che sta vivendo oggi l’Europa, sottolineato dallo stesso regista.


[1] Con Matteo De Simei, a fine proiezione, abbiamo notato come molti l’anno scorso abbiano demolito “Carnage” di Roman Polanski proprio partendo dal suo essere teatrale. Non sappiamo, dunque, come potrebbero recepire “O Gebo e a sombra” che rifiuta qualsiasi compromesso con la resistenza dello spettatore e non nasconde nemmeno per un attimo il suo impianto teatrale sia narrativamente (i tre atti si distinguono nella prima parte in cui vengono introdotti temi e problemi della rappresentazione, seconda dove il ritorno di Joao genera trambusto e il terzo e conclusivo atto dove si consuma una silenziosa tragedia), che nei dialoghi (ripetitivi, enfatici, in una parola ridondanti) che nella messa in scena che vede un unico set (l’umile dimora della famiglia di Gebo), eccezion fatta per una cupa e breve scena nell’incipit e per uno stacco sulla strada di fronte nel pre-finale.

23/08/2012

Cast e credits

Titolo Originale
O Gebo e a Sombra
Durata
95'
Produzione
Centre National de la Cinématographie (CNC), MACT Productions, O Som e a Fúria
Sceneggiatura
Manoel de Oliveira, Raul Brandão
Fotografia
Renato Berta
Scenografie
Christian Marti
Montaggio
Valérie Loiseleux
Costumi
Adelaide Maria Trêpa

Trama

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