Qual è dunque il segreto del successo di un prodotto come questo? Sicuramente aver affidato all’inaspettato Gunn il timone di un kolossal miliardario è stata la mossa più azzardata, coraggiosa e intelligente da parte della Disney-Marvel. Il co-fondatore della mitica Troma, nonché regista di svalvolati film di genere, come la folle parodia shakespeariana “Tromeo & Juliet”, l’horror cronenberghiano “Slither” e il fumettistico e anarchico “Super“, guarda all’universo supereroistico di Stan Lee da par suo, con l’incanto e la sfrenatezza di un bambino alle prese per la prima volta nella sua vita con giocattoli milionari e con tutta l’irriverenza che ha contraddistinto il suo percorso cinematografico sinora. Risultato: una travolgente space-opera che riesce nella impresa (difficilissima) di creare nello spazio di appena due ore un vastissimo – credibile – universo di personaggi, comprimari, pianeti, oggetti, linguaggi, che in quanto a potenza immaginifica e impatto popolare non ha precedenti, se non tornando indietro, addirittura alla prima trilogia di Lucas di “Guerre Stellari” (per rimanere in ambito cinematografico, s’intende).
Anche sceneggiatore assieme a Nicole Perlman (“Thor“), Gunn non riserva particolari sorprese o snodi narrativi complessi (il supercattivo genocida Ronan l’accusatore vuole impadronirsi di una gemma dai poteri cosmici per distruggere una razza a lui avversa) e imbastisce il classico episodio-pilota, in cui i protagonisti vengono presentati e fanno conoscenza tra di loro. Un eclettico team di personaggi con poco o nulla in comune tra di loro, che dovranno imparare, loro malgrado, a collaborare per un bene “superiore”. Praticamente il plot di “The Avengers”, se non fosse che i cinque “guardiani” non sono assolutamente dei supereroi, ma un gruppo di disadattati, freak e criminali, che vedono piombarsi addosso per puro caso l’occasione per riscattarsi.
E’ Peter Quill, anch’egli legato a un trauma del passato (non ha saputo dire addio alla madre morente), a conferire alla pellicola di Gunn, e alla sua combriccola di personaggi stravaganti e kitsch, la giusta distanza ironica. Simbioticamente legato al suo walkman e alla compilation in cassetta (“The awesome mixtape vol. 1”) appartenente alla madre, piena di successi pop dell’epoca, Peter fa da straniante contraltare alle mirabolanti avventure che accadono al quintetto di protagonisti. “Hooked On A Feeling” dei Blue Swede (già resa celebre da Tarantino ne “Le Iene”), “Moonage Daydream” di Bowie, “Cherry Bomb” delle Runaways, “Fooled Around and Feel In Love” di Elvin Bishop, “Ain’t No Mountain High Enough” di Marvin Gaye e tanti altri classici del rock anni 70-80 diventano l’evocativa colonna sonora delle imprese interstellari dei “guardiani” alieni, che in più di un occasione rimarranno increduli davanti alla tracotanza yankee del terrestre e dei suoi riferimenti alla cultura pop e ai passatempi degli umani. Gradualmente, e con le giuste sfumature, tutti i protagonisti mostrano qualcosa in più del loro carattere, imparando a conoscersi, diventando amici, creando, forse, una nuova bizzarra famiglia, più che un team di supereroi.
Non che manchi il divertimento e lo spettacolo (anche in sfavillante 3D) in questo kolossal: il finale con la battaglia tra la nave Kree di Ronan e le armate della pacifica Xandar è scoppiettante, così come la fuga dal nebuloso “pianeta” Knowhere, che non ha nulla da invidiare all’ipertrofismo tecnlogico marchiato Michael Bay. Battute da rimandare a memoria e idee memorabili che si sprecano (restate fino alla fine dei titoli di coda per il cameo di un altro mitico personaggio dell’universo Marvel), in un blockbuster che riporta alla memoria la freschezza, la poesia e la naiveté dei classici partortiti dal trio Spielberg-Zemeckis-Lucas qualche decade fa.
Tra gli altri meriti di Gunn, la scelta di un cast composto perlopiù da volti sconosciuti o in ascesa (Chris Pratt, Zoe Saldana, Dave Bautista, Lee Pace), con tante star in ruoli di contorno (Benicio Del Toro, Glenn Close, Vin Diesel che da la voce a Groot e Bradley Cooper al procione Rocket) e tanti nomi cult come comprimari ad hoc (l’ottimo Michael Rooker è il cacciatore di taglie Yondu, ma ci sono anche John C. Reilly, Gregg Henry e Sean Gunn, fratello del regista).
Insomma, un piccolo grande miracolo di film, una pellicola che riesce, con ironia e senza cinismo, a smitizzare il tema del supereroe contemporaneo, esempio da elogiare e seguire per tutto il cinema spettacolare “hollywoodiano” da questa parte a venire.
22/10/2014