Human Flow

Human Flow


Ai Weiwei

Documentario | Germania
(2017)
Ci sono buone ragioni per ritenere “Human Flow” di Ai Weiwei, poliedrico e apprezzato artista cinese per ragioni politiche ora residente in Germania, uno dei titoli più attuali del momento e questo spiega probabilmente la sua partecipazione al concorso veneziano di quest’anno (anche se una giuria evidentemente in vena di “fiction” ha lasciato fuori dai premi sia lui sia l’altro documentario in competizione, “Ex Libris” di Wiseman, che pure aveva ricevuto accoglienze migliori). Infatti Ai Weiwei racconta, col suo ambizioso lavoro di 140 minuti, il dramma dei migranti su scala mondiale. Il film presenta un excursus su chi sono, da dove provengono e che cosa si lasciano alle spalle i 65 milioni di persone che scelgono di lasciare (perché costretti) il proprio paese d’origine, per cercare altrove una vita migliore.
Dal Mediterraneo al Bangladesh, passando per l’Africa, il Medio Oriente, l’Europa e gli Stati Uniti d’America, il regista e la sua troupe girano il mondo per riprendere, intervistare, far emergere situazioni drammatiche e difficoltà impressionanti. Certamente raccontando realtà così complesse e stratificate accomunandole senza fare troppi distinguo si presta il fianco a delle critiche, ma l’artista è evidentemente spinto dall’urgenza di registrare i volti e le parole di queste persone. Siriani o africani che tentano di attraversare il Mediterraneo coi barconi o oltrepassare la Manica nascosti nei container dei camion, rohingya in fuga dal Myanmar dove è in corso una pulizia etnica, curdi che hanno perso le loro case a causa della guerra, palestinesi che sono ormai rassegnati a vivere lontano dalla loro terra o messicani che tentano di attraversare la frontiera per raggiungere gli Stati Uniti, Ai Weiwei li segue, li filma, li ascolta. Lo vediamo mentre si fa raccontare le loro storie e mentre li conforta. Cucina per loro e si improvvisa anche barbiere (e si fa anche tagliare i capelli) a suggerire una vicinanza e una comunione che non va intesa solo come facciata (ad un certo punto c’è anche la proposta, scherzosa, di scambiarsi il passaporto con un giovane siriano), perché c’è innanzitutto un grande rispetto e fortissima empatia nei confronti di queste persone.
Si vedono città rovinate dalla guerra, pozzi petroliferi in fiamme, i campi profughi “ufficiali” (alcuni talmente grandi da avere sviluppato un’economia autonoma) che ospitano migliaia di persone dove si affrontano difficoltà contingenti (dalle condizioni igieniche alla mancanza di beni di prima necessità) ma anche quelli abusivi (come la tristemente nota “Giungla” vicino a Calais, poi smantellata) e poi le recinzioni che dividono l’Europa ed i muri (sorvegliatissimi) che impediscono ai messicani di superare la frontiera statunitense. Il documentario si avvale anche dei contributi di funzionari delle Nazioni Unite, volontari, persone che prestano servizio nei campi profughi; a loro spetta il compito di rimarcare l’emergenza e la gravità di quanto sta accadendo (gravità che negli anni può soltanto aumentare visto che le stime suggeriscono che i cambiamenti climatici nei prossimi decenni porteranno gran parte della popolazione africana a lasciare il continente). Cosa che comunque le immagini suggeriscono benissimo, contrappuntate perfettamente dalle parole di Hikmet, Adonis o del presidente Kennedy. Mancano i grandi protagonisti della politica e sicuramente questo non è casuale, essendo loro in buona parte responsabili di quanto sta accadendo o comunque di non fare abbastanza per impedirlo e le parole di una giovane donna che li invita a passare anche solo una notte in un accampamento lungo le ferrovie vale più di tante invettive (anche se nel film si ribadisce il diritto a migrare, quindi considerare “Human Flow” esclusivamente una denuncia verso gli attuali governanti dei vari paesi sarebbe riduttivo). Il tempismo del film è certo uno dei suoi pregi più grandi, ma non bisogna dimenticare l’approccio profondamente umanista che il regista e i suoi collaboratori hanno adottato nel realizzare la loro opera.
Ai Weiwei con le sue telecamere e coi suoi droni, avvalendosi di uno stuolo di operatori di prima categoria (al lavoro ha partecipato anche il grande direttore della fotografia australiano Christopher Doyle, per molto tempo occhio filmico di Wong Kar-wai e altri noti registi della new wave hongkonghese) cattura immagini vivide e di grande forza. Qualcuno trova che in certi contesti la ricerca della “bella immagine” possa essere stridente o forzata e che le priorità dovrebbero essere altre, ma bisogna ricordare che Ai Weiwei è un artista e non un giornalista che sta facendo un semplice reportage. Le marce silenziose in campo lungo, i migranti tenuti caldi da veli di stagnola dorata che brillano nella notte, i caribù che si muovono in mezzo ai sacchi dell’immondizia sventolanti e i bambini ripresi dall’alto che corrono nei campi profughi, i momenti che più si ricordano di un’opera che dice cose importanti, attuali e drammatiche, ma riesce a farlo senza voler dimenticare la bellezza del mondo.

07/10/2017

Cast e credits

Titolo Originale
Human Flow
Distribuzione
01 Distribution
Durata
140'
Produzione
Andy Cohen
Sceneggiatura
Chin-Chin Yap, Tim Finch, Boris Cheshirkov
Fotografia
Christopher Doyle
Montaggio
Nils Pagh Andersen
Musiche
Karsten Fundal

Trama

Il famoso artista cinese Ai Weiwei insieme alla sua troupe gira il mondo per documentare la situazione dei migranti
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