Il filo del ricatto – Dead Man’s Wire

Il filo del ricatto – Dead Man’s Wire


Gus Van Sant

Poliziesco | Usa
(2025)

La disperazione, ancor più se codificata in violenza, restituisce per sua natura una grammatica intrinsecamente mediatica. Come narrativa è immediatamente riconoscibile, facilmente semplificabile, convertibile e collettiva. È dunque quasi inevitabile come, una volta esposta allo sguardo pubblico, cessi di essere tragedia e si faccia intrattenimento. In una pellicola cortocircuito che tende inevitabilmente a reitirare ciò che critica, “Il filo del ricatto – Dead Man’s Wire” di Gus Van Sant mette in scena questo dispositivo di conversione: la trasformazione di un gesto estremo in un carnevale grottesco da palinsesto generalista.

Il film si basa su un noto fatto reale di cronaca nera: nel 1977 a Indianapolis, Tony Kiritsis, 44 anni, impiegò un dispositivo folle – un fucile a canne mozze trasformato in collare – per tenere in ostaggio Richard Hall, il figlio del proprietario di una società di mutui, colpevole, secondo Kiritsis, di avergli concesso un prestito per poi sabotarne l’investimento. Più che di mero risarcimento, la sua rivendicazione è tanto più ancorata al terreno dell’improbabile, un riconoscimento di colpa, e sentite scuse, da parte del presidente della compagnia. 

Gus Van Sant, più che interessarsi alla pura ricostruzione di cronaca, torna su un tema che ne attraversa sotterraneamente l’intera filmografia, ovvero la violenza come atto feticizzato, osservato, filtrato, metabolizzato e consumato dallo sguardo pubblico. La complessità dell’identità umana è filtrata in compagine attoriale, vittima e carnefice sono comprimari, il corpo di polizia è nel ruolo di supporto, i media come controcampo e guida morale. La casa in cui avviene il sequestro è il palcoscenico. 

La tensione formale della pellicola riflette questa dinamica. Dopo un primo atto di escalation controllata – il trasferimento di Hall dal proprio ufficio alla casa di Kiritsis – lo spazio si chiude e il tempo si condensa. Van Sant vi costruisce un sistema di immagine dentro l’immagine: televisori accesi, telecamere, registratori, trasmissioni di commento che si sovrappongono, cornici che duplicano l’atto in contenuto, il contenuto in tifoseria.

In questo contesto, Bill Skarsgård restituisce un Tony nervoso e al contempo magnetico, in bilico tra follia lucida e desiderio di riconoscimento. Il film non neutralizza la fascinazione empatica che inevitabilmente sprigiona: Kiritsis è violento, all’oggettività dei fatti in torto, eppure è simbolo di una fantasia di rivalsa ubiqua in un ordine di potere più ampio, in effetti umiliante e, di norma, fondamentalmente meschino. Al tempo stesso, Dacre Montgomery conferisce al personaggio di Hall un’umanità che evita la semplificazione: più di un autocrate posto a giudizio, appare un pusillanime e un figurante, cosa che di fatto è. Il gesto estremo non è glorificato e non è pura patologia. Nella poetica del cineasta, si rende sintomo di un sistema (più ampio del singolo e più dell’azienda) che vede e ascolta solo ciò che esplode, che delle proprie vittime ignora il dolore finché compresso, per poi nutrirsene una volta deflagrato. 

D’altro canto, per quanto “Dead Man’s Wire” sia un’opera solida, controllata, coerente nella propria tensione, resta la sensazione che il regista stia comunque operando entro coordinate (quelle dell’osservazione distaccata, della sospensione morale, della dinamica parassitaria tra media e violenza) già consolidate all’interno del suo cinema. Il film funziona, spesso con precisione millimetrica, ma raramente rischia un vero scarto formale o concettuale rispetto al percorso precedente dell’autore. Ne offre comunque una lettura satirica e consapevole, più confermativa che destabilizzante.

Rimane, in epilogo, la frustrante fugacità delle rivalse prive di conseguenza. Difatti, se il prospettato fallimento della compagnia di mutui può apparire come tardiva fonte di giustizia, resta comunque il dubbio che si tratti solo di illusione retrospettiva. Dopotutto, cosa è cambiato? Al di là di qualche figura logorata, consumata dall’esposizione e poi restituita al quotidiano, l’ordine complessivo è intatto. La rivalsa di Kiritsis non ha crepato il sistema, le istituzioni o i capitali, non ne ha corretto l’etica o piegato l’opportunismo in responsabilità. È stata una parentesi. E come una parentesi si è richiusa.

17/02/2026

Cast e credits

Titolo Originale
Dead Man's Wire
Distribuzione
Bim Distribuzione
Durata
105'
Produzione
Balcony 9 Productions, Elevated Films, Pinstropes Product, Pressman Film, RNA Pictures, Sobini Films
Sceneggiatura
Austin Kolodney
Fotografia
Arnaud Potier
Scenografie
Stefan Dechant
Montaggio
Saar Klein
Musiche
Danny Elfman
Costumi
Peggy Schnitzer

Trama

Il film ricostruisce il drammatico sequestro del 1977 in cui Tony Kiritsis tenne in ostaggio un dirigente finanziario con un fucile collegato al suo collo tramite un “dead man’s wire”, trasformando una disputa economica in uno spettacolo mediatico nazionale.
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