L’agente segreto

L’agente segreto


Kleber Mendonca Filho

Drammatico, Thriller | Brasile, Francia, Germania, Paesi Bassi
(2025)

C’è un cadavere in putrefazione all’inizio di “L’agente segreto”, tutti sentono la puzza che emana ma nessuno fa niente a riguardo, tantomeno la polizia che è occupata a riscuotere mazzette. Tutta la prima, lunga scena si svolge con questo sfondo, ed è una dichiarazione di intenti: evidentemente sul piano politico, perché la dittatura militare di questo Brasile nel 1977 è una minaccia (e un’offesa) spesso rimossa, che rimane fuori campo, e miete vittime senza nome. Ma questo meccanismo di rimozione sembra operare anche nella stessa struttura narrativa, quella di un thriller dove prevale l’attesa, in cui per una buona parte del film non sappiamo neanche cosa incombe sul protagonista, da dove scappa e perché. Qualsiasi efficienza narrativa viene rimandata continuamente (e per fortuna) mentre esploriamo luoghi, persone e atmosfere di Recife, nel nord del Brasile, durante il periodo del carnevale.

È qui che arriva Armando (Wagner Moura), che si fa chiamare Marcelo e subito viene accolto in una casa per rifugiati politici, dove nessuno usa il proprio vero nome. L’anziana e simpaticissima Dona Sebastiana (Tânia Maria) li ospita, e spenderemo parecchio tempo con questi personaggi costretti a nascondere le proprie identità. Armando è in città perché in fuga da qualcosa, ma anche per vedere il figlio piccolo (che vive là con i suoceri) e nel frattempo lavora in incognito all’ufficio dell’anagrafe, dove cerca di ritrovare il certificato di nascita della madre. Quello che all’inizio è una sorta di “hangout movie” comincia a diventare, tra una distrazione e l’altra, un vero racconto di tensione, ed è una tensione che si fa sentire tanto più forte visto l’affetto che il film ha portato per i suoi personaggi. Sembra inevitabile quanto dolorosa un’irruzione di violenza nel percorso di Armando/Marcelo.

E il trattamento della violenza fino a quel punto è l’unico elemento decisamente surreale di un film che in tutto il resto dipinge un mondo estremamente tangibile e vero. Dal cadavere dell’inizio alla gamba trovata nello squalo che si anima e assale nel parco della città gli indesiderabili che stanno ai margini, plausibili vittime del regime reale. Ma anche la ricorrenza dello squalo e l’ossessione del bambino per il film di Spielberg mostrano che la rimozione della violenza passa attraverso un immaginario soprattutto cinematografico. Perciò quando è finalmente il turno di Armando gli spari e le esplosioni di sangue sembrano usciti da un film di genere degli anni 70, che Kleber Mendonça Filho aveva già omaggiato nel precedente “Bacurau”. In questo senso è emblematica pure la presenza (in entrambi i film) di Udo Kier, che qui, nel suo ultimo ruolo, interpreta un altro rifugiato senza identità, ebreo sopravvissuto ai campi confuso per nazista in cattività. La violenza reale subita, anche quella che investe Armando (personaggio tecnicamente fittizio, ma non per questo meno vero), non può trovare posto nel film, ma solo su un trafiletto di giornale.

E quindi nel finale non c’è neanche un anticlimax, la conclusione tristemente banale del percorso di Armando non ci è dato vederla. Perché la questione centrale è stata finora quella della memoria, e il difficilissimo lavoro di ricordare luoghi, eventi e vittime della storia. E infatti le vittime sono quasi sempre senza volto e senza nome, come i rifugiati amici di Armando. Il film diventa la ricostruzione di un passato finzionale ma che non lo è veramente, con tanto di archivio fatto di conversazioni registrate e documenti conservati. Perfino la parentesi assurda e apparentemente fuori luogo della gamba assassina è una vera leggenda metropolitana della Recife anni 70, dove i giornali e i media, non potendo raccontare certi aspetti della realtà, scrivevano di storielle del genere. E allora si rende necessaria la meticolosa rappresentazione della città e del periodo, mondo vivissimo e pieno di dettagli visivi e sonori, tanto che sembra che ricreare quest’atmosfera sia la cosa che più preme al regista, nato e cresciuto a Recife, dove ha pure lavorato come giornalista. È uno dei tanti momenti di respiro quando Armando si affaccia dalla finestra della sala proiezioni, perdendosi un attimo sulla città. Istante di romanticismo che dev’essere presto interrotto dalle incombenze della storia.

Anche non conoscendo bene il Brasile, si può capire che è un paese dove la memoria collettiva è un argomento altamente problematico. La recente incarcerazione di Jair Bolsonaro è stata una grande sorpresa, vista la tendenza a lasciare impuniti criminali del periodo dittatoriale, omaggiati in casi eclatanti dallo stesso Bolsonaro. In questo quadro sociale si inserisce “L’agente segreto”, che sembra constatare con amarezza che in fin dei conti il cinema non può fare molto per salvare certi ricordi. Però sottolinea anche la possibilità di andare avanti e costruire un futuro migliore. Per questo l’interpretazione magistrale di Wagner Moura (vincitore a Cannes) alla fine si sdoppia nel figlio “senza passato” di Armando. Dentro un cinema che ha perso la sua funzione ed è diventato un centro di trasfusione del sangue. E in tutto il film c’è un equilibrio tra angoscia e fiducia negli uomini che già da sé è commovente.

31/01/2026

Cast e credits

Titolo Originale
O agente secreto
Distribuzione
Minerva Pictures
Durata
160'
Produzione
arte France Cinéma, CinemaScópio Produções, Lemming Film, MK2 Productions, One Two Films
Sceneggiatura
Kleber Mendonca Filho
Fotografia
Evgenija Aleksandrova
Scenografie
Thales Junqueira
Montaggio
Eduardo Serrano, Matheus Farias
Musiche
Mateus Alves, Tomaz Alves Souza
Costumi
Rita Azevedo

Trama

Nel 1977, durante la dittatura militare, Marcelo, un ingegnere di mezz'età, arriva a Recife in occasione del carnevale, in apparenza per riabbracciare suo figlio. Ma presto si accorge di essere seguito.
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