L’anno nuovo che non arriva

L’anno nuovo che non arriva


Bogdan Mureșanu

Drammatico | Romania
(2024)

L’esordio al lungometraggio di Bogdan Mureşanu viene riassunto come un film sulla rivoluzione rumena del dicembre 1989, quando in pochissimi giorni Ceaușescu, dopo ventiquattro anni di governo, venne deposto, arrestato, e giustiziato nel giorno di natale. In realtà, “L’anno nuovo che non arriva”, per gran parte della sua durata usa il contesto come cornice e sfondo, aumenta la tensione fino ad arrivare al momento fatidico, lo scoppio delle rivolte, e una volta sfiorata la Storia si conclude, quasi all’improvviso.

Prima di quel momento lo spazio d’azione è piuttosto un’intercapedine, un momento di stasi tra le prime rivolte a Timișoara e quelle decisive di Bucarest, dove si svolge gran parte del film. Qui seguiamo parallelamente le storie di diversi personaggi, i più neanche destinati a incontrarsi: un ragazzo che vuole fuggire dal paese, una donna la cui casa sarà demolita con un figlio agente della polizia segreta, un operaio messo in difficoltà dal figlio piccolo, un’attrice chiamata a recitare il saluto di fine anno in televisione, con tanto di ringraziamento al dittatore.

La storia dai toni più comici è quella del regista televisivo, che all’ultimo minuto deve sostituire al montaggio la precedente attrice, fuoriuscita illegalmente dal paese. Qui viene delineato uno dei giochi del regista, che ci avverte: non ci si può fidare delle immagini. E prima dei minuti finali il dittatore e i fatti storici sono relegati lì, in quella scatoletta a bassa risoluzione o nelle trasmissioni di una radio. Quello che ci viene mostrato con maggiore interesse è la vita di persone comuni, perlopiù ininfluenti, che in un paese in tutti i sensi esaurito (non si trova più neanche il Valium) sono accomunate da un opprimente senso di impotenza.

Ma l’alternarsi delle loro storie, frenetico e non meno frammentario, restituisce quel senso di irrequietezza che sta dilagando tra il popolo rumeno fino alla deflagrazione, innescata in un momento molto idealistico (per il film) dallo stanco operaio Gelu dopo la sua sfortunata avventura. Questa frammentazione apre al rischio che le singole parti rimangano poco più che impressioni, abbozzi di discorsi presto interrotti. Ma anche senza interagire direttamente i pezzi combaciano bene, anche grazie al montaggio attento, e insieme provano a formare il disegno di una società. È un progetto dalla complessità potenzialmente infinita, che qui è ben sintetizzata. Irrequieta è pure la macchina da presa, in costante movimento, sempre operata a spalla e con frequenti zoom, linguaggio che forse dà anche un’impressione di libertà, soprattutto se paragonato a quello rigido della televisione di stato (il cui operatore viene criticato perché si muove troppo).

È curioso come sia Muresanu che Kleber Mendonça Filho, con l’ultimo “O Agente Secreto”, utilizzino un linguaggio vagamente altmaniano per parlare del passato autoritario dei propri rispettivi paesi, anche se in modi leggermente diversi: nel primo caso c’è il lato episodico alla “Short Cuts”, nel secondo quello più digressivo. In entrambi però c’è la propensione per la collettività e per il caos. Sembra insomma che le complessità della storia, la memoria collettiva (di vite offese) trovino in questo tipo di cinema la forma prediletta per essere tramandate; un modo di arginare ferite, o almeno farle ricordare.

Proprio come il “Bolero” di Ravel tutto il film è questione di ritmo (il flusso delle storie che si interrompono a vicenda) e di graduale crescendo di intensità, fino al pezzo di bravura degli ultimi quindici minuti in cui il brano (l’unico fuori dalla diegesi) accompagna tutti i personaggi sulla soglia della rivoluzione. Ma quando la Storia finalmente irrompe nella narrazione, la pellicola si ferma spontaneamente, senza curarsi di raccogliere e portare a conclusione i percorsi dei suoi personaggi. La finzione fallisce e scorrono i filmati d’archivio, che inevitabilmente prendono il sopravvento. Ma è tardi, stanno già comparendo i primi titoli di coda. Il fallimento però è consapevole, e viene denunciato nell’ultima inquadratura, con Gelu che chiude gli occhi e forse ci invita a fare lo stesso, perché le immagini non possono esaurire la realtà. E magari è vero che la complessità della storia e gli eventi epocali non sono buona materia per il cinema. Infatti quello che resta di più del film sono le singole persone, le loro case, il loro modo di vivere e tutta la cura nel ricreare quel mondo particolare. Se anche il cinema va alla deriva, come accade sempre più spesso, qui non perde il suo volto più umano e vivo.

05/12/2025

Cast e credits

Titolo Originale
Anul nou care n-a-fost
Distribuzione
Dna Distribution, Trent Film
Durata
138'
Produzione
All Inclusive Films, Kinotopia, TVR
Sceneggiatura
Bogdan Mureșanu
Fotografia
Biró Boróka, Tudor Platon
Scenografie
Iulia Fulicea, Victor Fulicea
Montaggio
Vanja Kovacevic, Mircea Lacatus
Costumi
Dana Anghel

Trama

Bucarest, dicembre 1989. Il regime di Ceausescu sta per crollare. Mentre l'esercito reprime le rivolte a Timisoara che i media cercano di camuffare, il regista Stefan deve salvare lo spettacolo di Capodanno della TVR: l'attrice principale fuggita va rimpiazzata con l'attrice teatrale Florina, che però detesta il dittatore. Laurentiu, intanto, figlio del regista, medita di scappare in Jugoslavia a nuoto. Ionut, agente segreto della Securitate, deve sorvegliare lui e i suoi amici, ma è incapace di allontanare la madre Margareta dalla sua casa prossima alla demolizione. Intanto Gelu, operaio traslocatore dello stabile, è in ambasce: il figlioletto ha imbucato la letterina a Babbo Natale in cui chiedeva la morte di "zio Nicolae" come regalo per il papà.

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