Mission: Impossible – Rogue Nation

Mission: Impossible – Rogue Nation


Christopher McQuarrie

Azione | Usa
(2015)
È cosa nota che un prodotto vincente non necessiti di ulteriori cambiamenti. A provarlo non è solamente la ricorrenza del vecchio adagio quanto piuttosto l’esperienza sul campo che il cinema e in particolare le grandi major hollywoodiane hanno messo a frutto attraverso produzioni ad alto tasso di serializzazione. In questo ambito è però necessario, almeno a livello di analisi, fare dei distinguo che solo apparentemente rientrano nell’esercizio di retorica a cui talvolta è costretto il recensore nel tentativo di supplire all’inconsistenza della materia prima che è chiamato a giudicare. Il quinto capitolo delle avventure dell’agente Ethan Hunt e dei suoi temerari compagni calza a pennello con la tipologia di prodotto a cui abbiamo appena accennato, essendo non solo un blockbuster di primo livello per marketing e investimenti finanziari ma anche per il fatto di presentare caratteristiche di omologazione rispetto al calco originale (“Mission: Impossible” di Brian De Palma) che rendono gli episodi della saga pressoché identici. Per questo motivo crediamo che nel parlare di “Mission: Impossible – Rogue Nation” risulti poco interessante soffermarsi sugli elementi costitutivi di una vicenda come al solito costruita tutta in salita, con i nostri eroi costretti a dimostrare la propria lealtà, operando in un territorio ai limiti della legalità, e rischiando la vita per salvarla a chi per primo ne mette in dubbio la loro credibilità. Meglio piuttosto registrare la varianti che, pur sottili, esistono anche nel film diretto da Christopher McQuarrie, new entry piazzata in cabina di comando per continuare a gestire il restyling operato nel capitolo precedente, il più significativo nell’economia generale della saga, soprattutto per quanto riguarda la centralità del personaggio principale, costretta a fare posto al protagonismo degli altri membri della squadra e, diciamo noi, alla bravura degli attori – Jeremy Renner e Simon Pegg – chiamati a interpretarli; e, sempre in termini di novità, per la qualità drammaturgica della storia, che la regia di Brad Bird (“Gli incredibili” ma anche “Il gigante di ferro”) aveva vivacizzato con inserti improntati a un tipo di humour che faceva il verso a quello sperimentato dallo stesso regista nei lungometraggi realizzati per conto della Pixar. In questo senso, “Rogue Nation” segna a nostro avviso il ritorno in grande stile dell’agente segreto interpretato da Tom Cruise e quindi, dell’attore stesso, presente in grande spolvero soprattutto sotto il profilo della forma fisica (aspetto da non sottovalutare se ricordiamo che molte delle critiche rispetto a una possibile stanchezza del personaggio erano collegate anche all’appannamento fisico dell’attore registrato in “Mission: Impossible III“).
Con la complicità del fido McQuarrie, già regista di quel “Jack Reacher” che aveva contribuito a rimetterlo in pista dal punto di vista commerciale, Cruise si esibisce dal primo all’ultimo minuto in una serie di acrobazie fisiche che tolgono ogni dubbio sull’eventuale incompatibilità anagrafica dell’attore rispetto al ruolo da lui interpretato. Una restaurazione che da una parte restringe il raggio d’azione degli altri attori, relegati al ruolo di comprimari, e che dall’altra mette al bando quelle propaggini di ilarità introdotte dal personaggio di Simon Pegg, qui, e non a caso, autore di un’interpretazione ai limiti della seriosità. Ma non solo, perché “Mission impossibile – Rogue Nation”, a differenza dei film che lo hanno preceduto, sembra guardare alle origini della saga e, nello specifico, alla forma cinematografica del prototipo realizzato da Brian De Palma, ripreso sia nella scelta dall’ambientazione mitteleuropea (con Vienna al posto di Praga) e più in generale di quella matrice europea che aveva influenzato – anche nell’uso ragionato degli effetti speciali – la produzione del film del 1996, come pure nella similitudine della scena dell’infrazione alla banca dati del nemico, simile per tempistica (ambedue piazzate a metà del racconto) e modalità a quella in cui Tom Cruise, calato all’interno del caveau si ritrovava ad operare in uno stato di sospensione gravitazionale. Arrivando a citare il regista di “Carrie” (qui il riferimento è fornito dalla lunga sequenza dell’omicidio di “Snake Eyes”) nell’inserto organizzato all’interno del teatro dell’opera della capitale austriaca e nel dietro le quinte di una rappresentazione operistica che, grazie all’enfasi del commento canoro, diventa co-protagonista di una “caccia al ladro”, in cui, a farla da padrone, è il voyeurismo della mdp che attraverso il punto di vista dei personaggi ci presenta diverse facce della medesima realtà. Per il resto “Rogue Nation” è routine di lusso, determinata a confermare il proprio marchio di fabbrica anche a costo di risultare scontato e ripetitivo. Che tutto ciò basti a realizzare il necessario “plusvalore” è tutto da dimostrare; sta di fatto che paradossalmente è proprio l’incertezza del responso finanziario a fornire un minimo di imprevedibilità rispetto alla calcolata scientificità del divertimento che il film di McQuarrie ci regala.

20/08/2015

Cast e credits

Distribuzione
Universal Pictures
Durata
130'
Produzione
Bad Robot Productions, Paramount Pictures, Skydance Productions
Sceneggiatura
Christopher McQuarrie
Fotografia
Robert Elswit
Scenografie
James D. Bissell
Montaggio
Eddie Hamilton
Musiche
Joe Kraemer
Costumi
Christof Roche-Gordon

Trama

L'agente Hunt e i suoi temerari compagni questa volta se la devono vedere con  una pericolosa organizzazione terroristica
Wildwood – I segreti del bosco proibito
Wildwood – I segreti del bosco proibito

Il ritorno di Laika dopo sette anni non poteva essere più ambizioso: "Wildwood" di Travis Knight è una maestosa cavalcata attraverso l'immaginario coming of age fantasy contemporaneo, titanica dimostrazione delle capacità della stop motion e dichiarazione d'amore all'animazione tutta

Fatherland
Fatherland

Pawlikowski continua la sua ricerca formale improntata al rigore, con un distacco che stavolta ha anche rilevanza tematica ma sempre al limite con il vuoto esercizio stilistico. Un breve racconto di fantasmi che contiene il conflitto il più possibile, solo per sgonfiarsi ma riuscendo in ultima istanza a darsi un senso nel finale, rinunciando al suo gioco cervellotico

Zustissia
Zustissia

Il convincente esordio di Francesco Piras allarga gli orizzonti del cinema sardo ponendo al centro un tema di rilevanza nazionale. Lo stile sobrio e asciutto, la messa in scena immune dai clichè e l'efficace direzione degli attori denotano la matura consapevolezza del mezzo cinematografico

The Social – Il prezzo della verità
The Social – Il prezzo della verità

L'Aaron Sorkin regista non si dimostra allo stesso livello dello sceneggiatore, per un'opera che funziona e intrattiene ma che non riesce a incidere fino in fondo, come il tema trattato invece richiederebbe

L’isola dei ricordi
L’isola dei ricordi

"L'isola dei ricordi" è un'opera di transizione come la fase che il cinema di animazione sta vivendo. Semplificando la trama pur senza lesinare sulla profondità, il film di Crawford e Mercado cerca una nuova identità visiva sperimentando con gli stili

L’albero di molto lontano
L’albero di molto lontano

Ben Gregor firma un fantasy per ragazzi che non ha alcuna impronta autoriale ma riempie tutte le caselle giuste per essere avvincente. Sana e innocua avventura per famiglie, è l'adattamento per lo schermo di uno dei titoli più celebri della popolarissima Enid Blyton

Balcanica
Balcanica

Un'opera di sottrazione rigorosa, che sublima il dramma migratorio in una sospensione esistenziale dove la musica si fa baluardo identitario. Pur penalizzato da alcune fragilità nella scrittura, il film testimonia una coerente e partecipe consapevolezza formale

La città dei vivi
La città dei vivi

Sin dall'anteprima a Venezia 83, l'adattamento di Edoardo Gabriellini de "La città de vivi" ha convinto e non convinto, tra la scelta di lasciare fuori campo il taglio da truecrime, e un sacco di idee interessanti su cui il regista livornese punta non sempre con la stessa convinzione