Molecole

Molecole


Andrea Segre

Documentario | Italia
(2020)

L’idea della prima carrellata della storia del cinema venne nel 1896, in Italia, ad Alexandre Promio, uno degli operatori inviati in giro per il mondo dai Lumière, che arrivarono ben presto a delegare ad altri le riprese con il loro cinematografo, per sfruttare economicamente, nel più breve tempo possibile, la novità del brevetto. E così Promio, giunto a Venezia per filmare una delle principali mete turistiche dell’epoca – e nulla è cambiato ad oltre un secolo di distanza -, ebbe l’intuizione (ingegnosa nel cinema delle origini) di ritrarre la città lagunare filmandola da un battello che percorreva il Canal Grande. 

Venezia e il cinema hanno dunque un rapporto dinamico fin dagli albori della settima arte, da prima ancora che vi venisse insediato quello che col tempo è diventato uno dei principali eventi cinematografici mondiali, e da ben prima che i motoscafi dei divi cominciassero a sfrecciare sul Canale San Marco per raggiungere il Lido nei giorni del festival. E le carrellate dai canali rappresentano le inquadrature predilette di “Molecole”, il documentario scelto per la pre-apertura della 77esima Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, in un anno decisamente particolare, tragico e per certi versi surreale. Ma l’approccio che attirò l’attenzione dei Lumière nei confronti della città veneta è sicuramente diverso da quello che ha portato Andrea Segre, regista e accademico italiano, a confezionare questo “Molecole”: l’intento di ritrarre una città a cui lo legano ricordi d’infanzia, in particolare legati alla figura del padre scomparso, proprio nei giorni in cui un evento drammatico e (forse) imprevedibile, l’inizio dell’epidemia di Covid in Italia, portava Venezia in un’insolita condizione di desolazione.  

Il carnevale cancellato. I pochi turisti in fuga, man mano che si diffondono le notizie di un Veneto coinvolto nei primi focolai europei del virus. Le calli che si svuotano. I canali navigati soltanto più dai locali. Una situazione che non ha precedenti nell’Italia del dopoguerra e che rimanda alle immagini evocate da Mann – e portate sul grande schermo da Luchino Visconti – in “La morte a Venezia”, con la città lagunare colpita da un’epidemia di colera, nel contesto decadente della Belle Époque. Uno scenario straniante, quello del lockdown, che aiuta l’introspezione. Un contesto di smarrimento collettivo che sposta l’ormai sempre più pregnante dimensione sociale dell’uomo verso un contesto individualista. E così i progetti originari del regista – giunto a Venezia per tutt’altri motivi – vengono sconvolti. L’idea di condurre un’indagine sulla città che cambia e sulla difficile convivenza con il fenomeno dell’acqua alta diventa un’analisi intimista di grande profondità (ed onestà), con il regista che si mette a nudo scandagliando il suo rapporto con il padre, fatto di silenzi, di reticenze, di continui rinvii, fino all’evento definitivo delle vicende umane, la morte, che rende vana ogni attesa, rende sprecata ogni parola non detta. 

È questo uno di quei casi in cui un documentario viene fortemente influenzato da eventi di una portata talmente inedita da costituire essi stessi il motore di un progetto in realtà mai concepito, bensì sgorgato (per usare le parole del regista), uscito dal nulla in una situazione contingente assolutamente straordinaria ed eccezionale, continuamente in divenire e per nulla chiara.  

Il documentario si fa quindi (anche) testimonianza, eppure Segre non perde mai di vista il filo conduttore di un’opera che vuole essere intima, che ricerca un contatto a distanza con la figura paterna, ripercorrendo quei luoghi da egli immortalati in vecchie pellicole amatoriali, che mostrano una Venezia d’altri tempi. Le immagini sgranate girate in Super8 dal padre si alternano a quelle in alta definizione che Segre raccoglie nei giorni precedenti il lockdown: quelle del Canale della Giudecca privo di “traffico” e piatto come una tavola (quando normalmente è impossibile girarci in gondola senza rischiare di affondare); quelle di Piazza San Marco completamente deserta, luogo simbolicamente scelto per una sequenza in cui il regista insiste con delle panoramiche i cui movimenti sembrano dettati dall’horror vacui, che finisce per soggiogare la perizia di un documentarista comunque esperto. 

Le molecole del titolo sono quelle che studiava il padre Ulderico, ordinario di chimica fisica all’Università di Padova. Ma diventano, con lo sguardo di oggi, le molecole che compongono il virus che oggi attanaglia la popolazione mondiale. 

Nel finale, i veneziani si riappropriano di quella città fantasma con una soddisfazione che faticano a trattenere, nonostante tutto. Abituati alla feroce invasione del turismo di massa, si godono uno dei pochi aspetti positivi di quella che non aveva ancora assunto le proporzioni della tragedia nazionale.

03/09/2020

Cast e credits

Distribuzione
ZaLab
Durata
68'
Produzione
Produzioni Vulcano, Rai Cinema, ZaLab
Sceneggiatura
Andrea Segre
Fotografia
Andrea Segre, Matteo Calore
Montaggio
Chiara Russo
Musiche
Teho Teardo

Trama

Nella seconda metà di febbraio 2020, il documentarista e accademico Andrea Segre si reca a Venezia per alcuni progetti lavorativi. Ma in quegli stessi giorni scoppia l’epidemia di Covid e Venezia si ritrova ad essere insolitamente desolata e deserta… 
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