Motherless Brooklyn – I segreti di una città

Motherless Brooklyn – I segreti di una città


Edward Norton

Drammatico, Poliziesco | Usa
(2019)

Preceduto da una lunga e travagliata gestazione, iniziata nel lontano 1999, “Motherless Brooklyn – I segreti di una città” come suggerito dal titolo riferito al soprannome affibbiato dal detective Frank Minna (Bruce Willis) all’aiutante Lionel Essrog (Edward Norton, interprete principale oltre che regista) è innanzitutto  la storia di un personaggio e della sua complicata esistenza. Da questo punto di vista il cinema del regista Edward Norton non cambia la matrice classica già presente in “Tentazioni d’amore”,  ribadita nella centralità assegnata al protagonista rispetto alle “vie di fuga” (narrative) rappresentate dal paesaggio umano e metropolitano attraversato da Lionel nel corso dell’indagine per scoprire i responsabili dell’omicidio del suo mentore. Alla pari del film d’esordio, che nel triangolo amoroso di due amici innamorati della stessa ragazza omaggiava la commedia degli anni d’oro, “Motherless Brooklyn – I segreti di una città” compie lo stesso tipo di operazione, accentuandone però la matrice noir collocando nella New York degli anni 50 una vicenda che l’autore del libro – Jonathan Lethem – da cui il film è tratto aveva ambientato in epoca contemporanea.

Da questo punto di vista quella che poteva essere un riferimento esplicito ma indiretto a una realtà storica e cinematografica diventa nel film di Norton una vera e propria rievocazione per immagini, allineando uno dietro l’altro le situazioni, i personaggi e gli schieramenti come pure le dinamiche di potere tipiche di un periodo in cui l’America, dopo la Seconda Guerra Mondiale, cercava di consolidare la leadership mondiale  facendo i conti con i fantasmi di quella filosofia pragmatica e capitalistica che per contro l’aveva imposta al vertice delle nazioni. In questo senso, alla maniera di “The Naked City” di Jules Dassin anche “Motherless Brooklyn” trova il modo di contaminare l’elemento criminale con uno sguardo critico e sociale sulla disparità e l’ingiustizia del sistema statunitense e sulle discriminazioni nei confronti delle classi meno abbienti e, in particolare, su quella afroamericana, nella vicenda in questione costretta a lasciare le proprie case a causa di espropri legalizzati (oggi si chiamerebbe gentrification), sul tipo di quelli realmente accaduti in America (una denuncia che Joe Talbot ha reso centrale nel suo “The Last Black Man in San Francisco” passato a Locarno) negli anni in cui è collocata la storia.

Detto questo, “Motherless Brooklyn” non rinuncia all’ingrediente più atteso e intrigante del suo copione, argomentando la discesa negli inferi di Lionel, costretto a confrontarsi con gli intrighi e i peccati della classe politica e imprenditoriale (ieri come oggi intenta ad agire in pieno conflitto di interessi), e con un “Kingpin” come quello incarnato dal mefistofelico Alec Baldwin, attraverso il confronto dell’uomo solo contro tutti, l’unico tra tanti interessato alle sorti del prossimo, nello specifico raffigurata da Gugu Mbatha-Raw, qui nel ruolo della ragazza al “centro del mirino”.

Debitore degli antieroi raccontati dalla letteratura Hard Boiled, il protagonista di “Motherless Brooklyn” ne conferma non solo la fiducia nel detective “homo faber”, opposto alle spinte violente e autodistruttive dell’inconscio collettivo, ma gli affida quel primato morale che il personaggio di Lionel porta con sé nella condizione di figlio abbandonato e soprattutto per le conseguenze della sindrome di Tourette (mimata ai limiti della maniera dall’attore/regista) che gli impedisce una normale socialità.

L’evidenza della menomazione sommata all’irreversibile diversità del protagonista consentono a Norton di optare per una descrizione dei fatti quasi mai interiorizzata e leggibile dall’esterno, se non fosse per alcuni brevi inserti che testimoniando la formidabile memoria del protagonista diventano utili quando si tratta di giustificare la facilità con cui Lionel (e la trama) vengono a capo dei “segreti della città”. Se dunque “Motherless Brooklyn” è risolto tutto in superficie, nella chiarezza sin troppo lineare del narrato (al contrario di ciò che capita nei capolavori del genere), ove si eccettui uno dei pochi richiami interni alla trama, quello nel quale la distinzione tra gli uomini delle idee (i buoni) e gli uomini d’azione (i cattivi) serve a offrire un minimo di sfumatura a una sceneggiatura sin troppo manichea, il risultato è quello di un’operazione più intellettuale che sincera.

Di certo Norton dimostra di aver visto e letto l’indispensabile, ma la sua rappresentazione si limita a mettere in scena in maniera corretta i topoi del cinema noir senza però riuscire a renderli autonomi. A farne le spese è il pathos, raffreddato dalla meccanicità degli snodi narrativi e soprattutto dall’incapacità di rendere verosimili certi sentimenti, a cominciare da quelli – amorosi – di Laura nei confronti del protagonista. A tutti gli effetti “Motherless Brooklyn – I segreti di una città” fa segnare per il suo regista un passo indietro rispetto al film d’esordio.

11/11/2019

Cast e credits

Distribuzione
Warner Bros.
Durata
144'
Produzione
Class 5 Films, MWM Studios, Warner Bros.
Sceneggiatura
Edward Norton
Fotografia
Dick Pope
Scenografie
Beth Mickle
Montaggio
Joe Klotz
Musiche
Daniel Pemberton
Costumi
Amy Roth

Trama

Dopo la morte del suo capo e mentore Franck Minna un detectiove privato asi mette sulle calacagna degli assassini con l'interzione di assicurarli alla legge
Digger
Digger

Un'opera dalla regia rigorosa e viscerale, che conferma la densità stilistica di Iñárritu. Pur con qualche ridondanza strutturale che ne frena la tensione drammatica, il film offre un'efficace e lucida decostruzione psicologica dei personaggi

Her Private Hell
Her Private Hell

Nicolas Winding Refn torna al lungometraggio con un’opera visivamente magnetica che interroga la paternità tra protezione, controllo e possesso. Ma nel tentativo di decostruire la figura del padre, Her Private Hell rischia di trasformare quella della figlia nell’ennesimo oggetto del proprio sguardo

Heart of the Beast – Nel profondo selvaggio
Heart of the Beast – Nel profondo selvaggio

"Heart of the Beast" di David Ayer è l'ultimo di una serie di film che raccontano la wilderness americana rispolverando il mito della frontiera. Ne risulta un film di sopravvivenza in cui lo spazio dell'azione è affiancato da una contemplazione rispettosa del creato in ogni sua forma, retto sull'interpretazione tutta fisica di Brad Pitt

Una storia
Una storia

"Una storia" di Anna Foglietta ha ottime premesse e può contare sulla bravura dei due protagonisti, ma non convince del tutto: la scelta di raccontare questo dramma familiare attraverso una regia estremamente statica, inquadrature fisse e lunghi silenzi finisce per appesantire il ritmo

Possible Love
Possible Love

VENEZIA 83 - Otto anni dopo "Burning", Lee Chang-dong torna con un altro dramma in cui affronta questioni che sono al contempo di bruciante attualità e universali: la disparità di classe e la verità dei sentimenti. Un'opera densa e stratificata che può vantare anche uno straordinario quartetto di attori, premiata con il Leone d'Argento - Gran Premio della Giuria

Palestina 36 – Quando tutto ebbe inizio
Palestina 36 – Quando tutto ebbe inizio

Palestina, 1936, durante il protettorato britannico. Un villaggio di palestinesi cristiani vede le proprie terre sottratte per far posto a una colonia ebraica. Il film racconta con efficacia la rivolta che segue, pur in maniera a volte didascalica

Resident Evil
Resident Evil

Con un reboot radicale, Zach Cregger tradisce la lore del videogioco per abbracciarne la geometria formale. Tra luci espressioniste, spazi claustrofobici e montaggio sincopato, i tropi del survival horror diventano stile. Pur prevedibile nella scrittura, il film è un horror solido e grottesco.

Nessun Dolore
Nessun Dolore

In "Nessun Dolore" Gianni Amelio torna a raccontare il presente con un film testamentario e poetico che parte da uno dei temi più cari al suo cinema, quello del mancato incontro tra un padre e un (possibile) figlio, per mettere in scena la palingenesi di un personaggio "eretico", un Alessandro Borghi in stato di grazia, disposto all’esilio sociale pur di non rinunciare all’empatia verso i più deboli