Panama Papers

Panama Papers


Steven Soderbergh

Commedia, Drammatico | Usa
(2019)

Il caso dei Panama Papers è senza dubbio molto interessante. La lista dei politici coinvolti in questo complesso piano di evasione fiscale è impressionante (li trovate qui insieme a mezza Fifa, Luca Cordero di Montezemolo etc.) e rivela quanto vuota sia la speranza che a correggere il sistema finanziario siano le stesse persone che ne approfittano per arricchirsi a spese degli stati che amministrano.

Come però viene detto in una scena metatestuale all’inizio del film, è difficile fare una storia a riguardo di una catena di società vuote con sedi in vari paradisi fiscali.  Anche per un asso come Soderbergh. Come se non bastasse, fin dalla prima scena si rivela che l’ambizione è ancora più alta e comprende una descrizione in toto dei meccanismi astratti della finanza. Nella scena i due responsabili della vicenda Mossack e Fonseca (nientepopodimeno che Gary Oldman e Antonio Banderas) introducono la teoria del denaro come equivalente universale e i concetto di credito in una manciata di minuti. Il discorso è ben scritto, gli attori ottimi e l’approccio è brechtiano – rottura della quarta parete, rivelazione della natura artificiale del film (si passa dalla preistoria a un night attraverso una porta) – ma l’impatto non è dei migliori. Per questo tipo di film ormai i punti di riferimento sono le pellicole di McKay, soprattutto “La grande scommessa“, che probabilmente Soderbergh ha tenuto come faro. Va detto che “Panama Papers” si spinge più in là nel disvelamento della finzione filmica, soprattutto nel finale, ed è questo il suo principale merito, ma purtroppo forse anche l’unico. “La grande scommessa”, con la sua memorabile gestione delle scene didascaliche, ne usciva con molta più grazia, molto più divertimento.

La vicenda dei Panama Papers viene trattata attraverso una serie di microstorie di persone coinvolte, di “miti” che vengono danneggiati dalle manovre dei ricchi per diventare ancora più ricchi. La prima storia, che è anche il fil rouge del film, riguarda Meryl Streep che combatte contro un’assicurazione, che si rivelerà essere una delle scatole vuote della Mossack e Fonseca. Meryl Streep è eccellente come al solito, ma lo spunto è esile (la casa a Las Vegas…), e i vari camei assolutamente inutili. Le altre storie onestamente vanno dal troppo breve al noioso senza mai trovare un guizzo. L’unica degna di nota è quella sul collegamento tra evasione fiscale, lotta alla corruzione e commercio di organi in Cina, anche se una curiosa parentesi gore sembra quasi messa lì per svegliare lo spettatore. Solo il finale – nei limiti in cui se ne può parlare in una recensione – ci restituisce il Soderbegh di un tempo, coniugando l’utilizzo spregiudicato dello star system (ricordate “Oceans 12”?), con l’impianto brechtiano sopracitato,portato alla sua estrema conseguenza.

Con l’ovvia eccezione di Cuarón, la lista di registi eccezionali (Bong Joon-Ho) promettenti (Saulnier, Evans, Garland) o semplicemente molto bravi (Chandor) che deludono in una produzione Netflix inizia a diventare preoccupante.

21/10/2019

Cast e credits

Titolo Originale
The Laundromat
Distribuzione
Netflix
Durata
96'
Produzione
Anonymous Content
Sceneggiatura
Scott Z. Burns
Fotografia
Steven Soderbergh
Montaggio
Steven Soderbergh
Musiche
David Holmes

Trama

Il mondo della finanza visto dagli occhi di Mossack e Fonseca, che creano società fittizie per consentire ai più ricchi di non pagare le tasse, e di Ellen Martin, che cerca di capire perché l'assicurazione riesce a non pagare...
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