Biutiful

Biutiful


Alejandro González Iñárritu

Drammatico | Messico, Spagna
(2010)

Qual è la vera anima di un film? Chi è il suo vero autore? Colui che scrive o colui che dirige? Il lungo e prolifico sodalizio artistico che aveva legato, in perfetta simbiosi (di temi e ossessioni), Alejandro González Iñárritu e lo sceneggiatore Guillermo Arriaga s’interruppe qualche anno fa proprio sull’onda di questa divergenza che sembrava (e sembra tuttora) dicotomica. Dopo “Babel” e dopo il discreto esordio registico di Arriaga, molti aspettavano il regista messicano al varco, pronti a decretarne il vero valore.

Biutiful. Tutto riparte da qui, dall’involontaria storpiatura di una semplice e comunissima parola inglese. Alla piccola Ana che chiede come si scriva correttamente, Uxbal, che ha appena scoperto di avere solo due mesi di vita a causa di un cancro, risponde: “Così come si pronuncia”. Biutiful.

Scritto assieme a due esordienti (più manipolabili?) sceneggiatori (Armando Bo e Nicolas Giacobone), il film sembra voler portare a un taglio netto con il passato, come se Iñárritu volesse sancire l’inizio di una nuova fase della sua carriera. E abbandona una delle scelte stilistiche principali nell’architettura delle sue pellicole, raccontando in modo lineare la storia di un solo personaggio (Uxbal), in un unico luogo, senza nessun salto spaziale (“Babel”) o temporale (“21 grammi”). Aperto e chiuso in modo circolare, “Biutiful” è completamente cucito addosso al suo personaggio principale (interpretato da uno strepitoso Javier Bardem). Un uomo solo, fatto di contraddizioni e per questo ancora più umano, più terreno: per tirare avanti protegge i clandestini ma li usa per i suoi piccoli traffici illegali, possiede il dono di poter comunicare con i morti ma si fa pagare dai parenti in lacrime per qualche rivelazione dei loro defunti. Un uomo solo, che dopo la scoperta di una malattia mortale, mentre ne viene lentamente distrutto, cerca di dare uno spiraglio di futuro ai due piccoli figli, vittime di un matrimonio fallito e private dell’affetto autentico di una madre, malata di bipolarismo.

Iñárritu torna alle origini e dopo la caotica Città del Messico del suo scintillante esordio, muove i destini dei suoi personaggi, ancora in una grande metropoli, crocevia di culture. Ci porta dritto nei bassifondi del quartiere di Santa Coloma, nella periferia sudicia e malata della capitale catalana, ai margini del mondo (conosciuto). La Barcellona turistica, quella della febbrile movida e dell’incompiuta Sagrada Familia, è lontana, irriconoscibile e appare solo in qualche tremolante frammento, sfumata nella foschia del mattino o nell’abbagliante luce del tramonto. Con la macchina da presa Iñárritu segue, pedina Uxbal e con lui si muove dentro questo non-luogo, novella Babele chiusa nel perimetro di un quartiere, quasi un inferno nascosto in terra e fuori dal tempo, fatto di muri scalcinati, brulicante di lingue e destini, illuminato da luci al neon e splendidamente dipinto dalla fotografia algida del fidato Rodrigo Prieto. Ma non c’è alcuna denuncia sociale, nessun mal celato intento morale nella messa in scena di questo universo fatto di cemento e vicoli polverosi, popolato da cinesi sfruttati in qualche buio scantinato e da africani venditori ambulanti lungo le strade. “Biutiful” vive e pulsa prima di tutto negli occhi e nei gesti di Uxbal (grazie anche alla prova di Bardem, giustamente premiato a Cannes). E nella sua sofferenza fisica rivivono tutte le paure e le ossessioni del regista messicano (pur alla ricerca di un nuovo corso): la presenza costante della morte, la sofferenza del corpo e dell’anima, vestita da martirio (la malattia e il sangue che da essa scaturisce, le percezioni uditive amplificate), il labile confine tra peccato e redenzione (l’episodio delle stufe, lo sfruttamento dei clandestini), poiché forse solo nella dissoluzione si trova la vera strada verso la salvezza, la ricerca costante di un’unità familiare.

Iñárritu segue passo dopo passo il suo protagonista (presente in quasi tutte le scene), in un crescendo impercettibile, sottilmente disturbante, di sensazioni, paure e dolore. Non mancano sincerità e partecipazione, solida la messa in scena (dalla macchina da presa tremante durante un prelievo di sangue alla bellissima scena nella discoteca). Rischia però di perdere a tratti il controllo della sua creazione, accumulando quando invece dovrebbe tentare di sottrarre e di non dire, allontanando il finale quando questo pare avvicinarsi. A conti fatti, sembra quasi che Iñárritu debba solo aggiustare la mira, trovare i giusti tempi. “Biutiful” rimane un’opera complessa, a suo modo forse troppo ambiziosa, il ritratto di un essere umano che in un universo caotico, buio e disperato, cerca disperatamente la via, dolorosa, verso la luce.

04/02/2011

Cast e credits

Titolo Originale
Biutiful
Distribuzione
Universal Pictures Italia
Durata
138'
Produzione
Cha Cha Cha, Focus Features, Mod Producciones, Universal Pictures
Sceneggiatura
Alejandro González Iñárritu, Armando Bo, Nicolás Giacobone
Fotografia
Rodrigo Prieto
Scenografie
Brigitte Broch
Montaggio
Stephen Mirrione
Musiche
Gustavo Santaolalla
Costumi
Paco Delgado, Sabine Daigeler

Trama

Uxbal è un padre devoto di due bambini di cui si occupa al posto della moglie, mentalmente instabile. Quando viene a sapere di essere malato comincia a temere per il futuro dei suoi figli, destinati a crescere da soli.
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