Il cavallo di Torino

Il cavallo di Torino


Béla Tarr, Ágnes Hranitzky

Drammatico | Francia, Germania, Svizzera, Ungheria, Usa
(2011)

In sei giorni, è detto, Dio creò la terra, l’uomo e tutte le cose viventi. In sei giorni Bela Tarr li distrusse. Il settimo giorno, quando l’alba del mondo si rivelò infine come un tramonto, i due si riposarono insieme in seno al pieno nulla dell’essere.

“Il cavallo di Torino”, ultimo lavoro del regista ungherese Bela Tarr, è il racconto di sei giorni della vita di un uomo, di sua figlia e del loro cavallo, figure esemplari di un’esistenza che scivola nell’oblio lentamente. Il film inizia con una conclusione, quella della vita pubblica del filosofo tedesco Nietzsche. Una conclusione che precede l’immagine ed il margine visibile del film che risuona dal profondo nero dello schermo con le sembianze di una voce che racconta una storia vera: “A Torino il 3 Gennaio 1889, Friedrich Nietzsche esce dal portone numero 6 di via Carlo Alberto”, alla vista di un cocchiere senza nome – “Giuseppe? Carlo? Ettore?” – che brutalmente frustava il suo cocciuto cavallo perché si rifiutava di muoversi il filosofo si lancia ad abbracciare il cavallo piangendo. Ultimo gesto di un Nietzsche che scivola nell’oblio dell’insanità mentale.

L’apocalisse di Tarr scende inesorabile sul mondo con l’esplosione della follia di Nietzsche o con la lenta agonia del cocchiere e della figlia, i cui destini sono legati con un doppio filo al malconcio cavallo anch’esso destinato a quella stessa morte, a quello stesso nulla che cala inesorabile sulla terra tutta. Un’apocalisse invisibile che ha il sapore della vita stessa, della vita umana che si ripete come un ossessione imitando i cicli della natura, imitando un ordine insensato perché il vivere senso alcuno non ha: mangiare, dormire, dormire, mangiare e, alle volte, sedersi per guardare fuori da una finestra (che potrebbe essere benissimo un televisore). La vita è un nulla che si ripete, un nulla che Tarr riprende magistralmente con un ricco bianco e nero senza bisogno di sensazionalismo e quasi nemmeno di una trama per un film che si posa delicato sulla vita come un velo e come un velo ne lascia intravedere le forme. Deve essere detto: è faticoso seguire la vuota vita dei personaggi de “Il cavallo di Torino”, la stessa cinepresa lentamente si impigrisce smettendo di pedinarli e osservando i loro movimenti sempre più da lontano, sempre più immobile forse anch’essa trascinata nell’inedia. O forse il mondo tutto sta rallentando il suo movimento, forse la sua orbita ellittica sta collassando annoiata anch’essa, anch’essa avvinta da una parabola che si perde tra le spire dei mulinelli disegnati dal vento.

È questa la parabola di uomini senza nome e senza voce, di uomini piccoli che non fanno la grande storia. Rare le tracce di vita: la visita inaspettata di un ospite che prova ad esprimere il suo sdegno per il cataclisma che silenzioso trascina nella rovina e nel degrado l’orripilante creato. E intanto Dio tace, e intanto i potenti giocano con la Storia per i proprii interessi. La voce risuona poderosa tra il silenzio, ma alla fine dei conti l’ospite non vuole altro che chiedere dell’alcol: ponomen! O il passaggio fugace di una carrozza di gitani e della loro maledizione: il pozzo si prosciugherà, il fuoco non si accenderà più. Ciò che già a stento si poteva chiamare “vita” ora è solo pura rovina. E nuovamente le voci svaniscono e torna la litanica ouverture musicale che si ripetete e interrompe ossessivamente come le azioni dei personaggi. L’abisso dell’eterna ripetizione è l’inferno terreno, gli uomini i dannati senza alcuna possibiltà di redenzione, ignari e ciechi destinati a patire il supplizio di Sisifo – l’uomo che non sa forgiare col martello della volontà il ritorno dell’identico ne subisce il gravoso fardello che diviene tutt’uno col vivere stesso.

Per quanto cercata non esiste fuga da questa cosmica tragedia degli individui, forse resta solo la speranza di sopravvivere anche quando il lume della ragione, consumandosi come la vita, si affievolisce e infine si spenge. Un Bela Tarr impeccabile denuda di ogni velleità il vivere scolpendo sulla pellicola de “Il cavallo di Torino” il nulla che ne rimane, una sofferenza umana e gratuita il cui depositario è il muto cavallo. Un film difficile e intenso, ultime tracce di celluloide lasciate da un grande regista.

14/12/2011

Cast e credits

Titolo Originale
A Torinoi Lo
Durata
149'
Produzione
Gábor Téni
Sceneggiatura
Béla Tarr, László Krasznahorkai
Fotografia
Fred Kelemen
Montaggio
Ágnes Hranitzky
Musiche
Mihály Vig

Trama

Il maestro ungherese Tarr conclude la sua parabola cinematografica con "Il cavallo di Torino": meravigliosa apocalisse, lenta parabola di un cocchiere, di sua figlia e del loro cavallo. Tre anonime esistenze che in modo anonimo vivono e muoiono
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