Ondacinema

recensione di Matteo Zucchi
7.5/10

Dreams


Culmine e al contempo termine medio di quella che è stata definita la "trilogia delle relazioni" (o anche "Oslo Trilogy", come già quella diretta da Joachim Trier), "Dreams" ha rappresentato per il regista norvegese Dag Johan Haugerud un ritorno alla Berlinale (dove la trilogia era stata presentata l’anno prima con "Sex") a dir poco proficuo. Vincitrice forse inaspettata dell’Orso d’oro, "Dreams" è un’opera che a primo acchito può parere non solo poco ambiziosa, ma addirittura poco ricercata dal punto di vista stilistico, se non perfino banale, in apparente contraddizione con la storia di quello che viene considerato il più "di ricerca" fra i grandi festival europei. Ma in realtà tutto ciò si rivela perfettamente adeguato a "Dreams" e al cinema modesto, ma non per questo semplice, tanto meno banale, del suo regista, capace di mettere in scena con la sua ultima pellicola il diario emotivo del primo amore di una diciassettenne svedese, Johanne, le cui ingenuità non vengono elise, ma anzi sottolineate, con l’intento di rimarcare la natura sfacciatamente diaristica, e perciò letteraria, dell’operazione.


Fig. 1: scalinate per Oslo, immagini di possibilità e molteplicità

Che la sottigliezza non sia il principale interesse del regista di Oslo lo si può notare fin dall’incipit del film, che mostra cieli tersi attraversati da sporadiche nuvole, mentre la voce narrante di Johanne inanella una serie di riflessioni squisitamente adolescenziali. L’"oceano delle possibilità" di quella fase della vita evocato anche dalla protagonista viene quindi reso subito visivamente dai cieli liberi da ostacoli, introducendo una dimensione poetica non particolarmente ricercata che attraversa tutta la pellicola, motivata appunto dalla prospettiva della diciassettenne. D’altro canto, la prima inquadratura in assoluto del film è una scala (vero e proprio leitmotiv visivo del film) che emerge dalle nebbia, immagine di un percorso ben definito attraverso le brume dell’adolescenza, ma non solo, come diviene spesso chiaro quando si constata l’abbondanza di scalinate nel corso della pellicola (e il modo con cui vengono spesso enfatizzate dalla regia). Questi oggetti di uso quotidiano si fanno così metafore di una linearità solo apparente, la quale emerge (o sprofonda) nell’indefinitezza della nebbia, o che non conduce da nessuna parte, come rende con efficacia la sequenza onirica della nonna di Johanne, o che è destinata a frammentarsi in una serie di percorsi paralleli, in cui è prevedibile perdersi, come mostrano le scale asimmetriche del palazzo in cui abita la quasi omonima docente di francese di Johanne, Johanna, di cui la ragazza si è perdutamente innamorata (fig. 1).

Il leitmotiv delle scale in "Dreams" può essere inoltre considerato l’emblema dell’approccio alla complessità che è proprio del regista, adottante temi e immagini semplici, apparentemente quasi dozzinali, il cui uso molteplice ed eterogeneo finisce però col produrre un orizzonte di significato sfaccettato. Questo infatti non rende solo in maniera efficace il carattere anodino dell’adolescenza raccontata da Johanne e la natura discontinua della narrazione diaristica, ma si fa anche il tramite con cui Haugerud dissemina complessità per quasi tutta la durata della pellicola, rendendo le conversazioni più banali cariche delle supposizioni che abbiano anche significati ulteriori e la rappresentazione realistica della Oslo contemporanea una selva di plausibili metafore visive. Tutto ciò rappresenta molto bene anche il carattere squisitamente letterario della pellicola di Haugerud, la quale d’altronde si rivela progressivamente essere non solo il racconto del primo amore della protagonista, ma anche (se non soprattutto) il racconto di come quei fatti sono stati narrativizzati, divenendo il romanzo autobiografico che Johanne pubblicherà prima della fine del film, in cui si scopre peraltro che questo racconto è a sua volta il resoconto di una sessione di psicoterapia della ragazza ora maggiorenne.


Fig. 2: il dialogo come decostruzione, creazione e comunicazione dell’identità
in "Sex", "Dreams" e "Love"

È questo sistema di cornici narrative multiple che distanzia maggiormente "Dreams" dai precedenti capitoli della "trilogia delle relazioni", ai quali comunque è accomunato sia dalla ricerca di immagini caricate di significati metaforici sia dal focus sul dialogo, principale contenuto delle opere sia dal punto di vista del minutaggio sia da quello tematico, in quanto la conversazione e la generazione di significato condiviso che ne deriva è al cuore della trilogia, forse ancor più degli stessi sentimenti, senza ovviamente dimenticare la centralità della città di Oslo nel racconto. Agli ancora più dialogici "Sex" e "Love" il film vincitore a Berlino (d’altronde opera plurale fin dal titolo) oppone un’alternanza fra conversazioni e momenti in cui il monologo (apparentemente) interiore di Johanne si sovrappone ad altri eventi e incontri, ponendoli continuamente all’interno di una delle cornici narrative che compongono la pellicola, da cui consegue l’andamento rapsodico che fa di "Dreams" un’opera più scorrevole, oltre che più sfaccettata, rispetto ai suoi precursori (fig. 2) (e che non può che ricordare a chi scrive un altro coming of age sentimentale metanarrativo, ma fantascientifico, ovvero l'omaggio a Obayashi Nobuhiko "Rewrite" visto all'ultimo Far East Film Festival). Concorre a questa stratificazione di piani narrativi anche la scelta di rendere progressivamente più omogenea (e fredda) la fotografia della pellicola man mano che ci si allontana dal nucleo del racconto, dall’innamoramento di Johanne per la sua insegnante di francese, mentre il racconto del primo amore si trasforma in qualcos’altro.

Si potrebbe affermare che il nucleo tematico dell’operazione di Haugerud va individuato proprio in questa sorta di zoom out narrativo che distanzia progressivamente il punto di vista dalla visceralità dei sentimenti e dal carattere indeterminato della loro rappresentazione, efficacemente rappresentato dal plongé che inquadra, con un leggero retro-zoom, le scale del palazzo di Johanna mentre Johanne scende dopo l’ultimo incontro, fatale, con la docente. Tale trovata registica si fa quindi immagine del distacco che rende possibile raccontare un oggetto di così difficile rappresentazione come il primo amore solo ricorrendo alla meta-narrazione, laddove nei film precedenti questo escamotage veniva al massimo accennato (come nella sequenza pre-finale di "Sex"). Il progressivo allontanamento dal presunto nucleo tematico della pellicola si accompagna perciò al distacco della protagonista da ciò che ha ricostruito col suo diario, il cui tono si fa sempre più ironico, correggendo ed edulcorando vari eventi del racconto in tempo reale e in maniera dichiarata, a riprova che la visceralità narrata da Johanna si è fatta inaccessibile una volta che è stata messa per iscritto, come d’altronde riconosce anche la stessa protagonista nel dialogo pre-finale con lo psicoterapeuta (fig. 3). È interessante notare come, prima di questo momento, il film abbia escluso via via tutti i personaggi (come le amiche di Johanne) che non potrebbero essere facilmente definiti "romanzeschi", come invece sono la stessa Johanne e la sua amata, ma anche la madre della ragazza, in carriera ed esaurita, e la nonna poetessa, tormentata dall’inaridirsi della propria vena artistica.


Fig. 3: i piani narrativi di "Dreams" (romanzo, meta-racconto, seduta psicoterapica)

Cominciato come l’autentico, viscerale, resoconto di un primo amore ("una storia di risveglio queer", come la definisce dopo aver letto il manoscritto la madre di Johanne davanti all’incredula figlia), "Dreams" è diventato, verbosa conversazione dopo monologo esistenziale dopo parentesi diaristica, un ircocervo che ben rappresenta la complessità che è al centro del cinema di Haugerud almeno dai tempi del crudo dramma sociale "Barn". Quel che rimane in questo viaggio è la trasformazione della protagonista interpretata da Ella Øverbye (d’altronde già al centro proprio di "Barn", motore suo malgrado della tragedia attorno a cui il film si sviluppa), le cui evoluzioni si fanno immagine della stratificazione di temi e immagini perseguita dal regista con "Dreams". Un accumulo di eventi, situazioni e conversazioni che è il cuore della costruzione dell’identità, ancora prima che della costruzione di un racconto, e in particolar modo in una fase di grande trasformazione come l’adolescenza. Compressa da emozioni incontrollabili, fantasie che sono ormai indistinguibili dalla realtà e dagli onnipresenti campi medi che sono non a caso il nerbo della regia di quest’apparentemente semplice pellicola, Johanne trova nel finale la sua liberazione da sé, forse in modo addirittura troppo facile, mentre il campo lungo che la segue si allarga a mostrare le vie di Oslo. Per poi perderla per sempre.


08/12/2025

Cast e credits

cast:
Ella Øverbye, Selome Emnetu, Ane Dahl Torp, Anne Marit Jacobsen, Andrine Sæther, Ingrid Giæver, Lars Jacob Holm


regia:
Dag Johan Haugerud


titolo originale:
Drømmer


distribuzione:
Wanted Cinema


durata:
110'


produzione:
Motlys, Viaplay


sceneggiatura:
Dag Johan Haugerud


fotografia:
Cecilie Semec


montaggio:
Jens Christian Fodstad


costumi:
Ida Toft


musiche:
Anna Berg


Trama
La diciassettenne Johanne si rende conto di essersi innamorata della sua nuova insegnante di francese, Johanna. Dopo essersi tormentata a lungo per questo amore che ritiene impossibile da corrispondere, decide di provare ad avvicinarsi alla donna, convinta che anche Johanna provi qualcosa per lei. Al termine di alcuni mesi emotivamente intensi decide di mettere per iscritto un resoconto della storia del suo primo amore. Dopo varie esitazioni finisce per far leggere il testo alla nonna scrittrice, la quale la incita a pubblicarla, trovando prima l'opposizione e poi il supporto della madre. Ma cosa penserà Johanna di ciò?