…E ora parliamo di Kevin

…E ora parliamo di Kevin


Lynne Ramsay

Drammatico, Thriller | Regno Unito, Usa
(2011)

“È la paura che ci ha fatto inventare i limiti e i confini. Il confine non esiste, né nei pensieri né nei sentimenti” (Liv Ullman, “Sinfonia d’autunno”)

Eva (Tilda Swinton), donna indipendente e affermata sul lavoro, è sposata a un uomo che ama e con cui vive a New York. Una gravidanza inaspettata, però, li indurrà a lasciare la metropoli per la più tranquilla provincia. Fin dai primi anni il rapporto con il primogenito Kevin si rivelerà tormentato con la madre e conciliante con il padre. Kevin crescerà, e con lui la sua attitudine mefistofelica.

“…E ora parliamo di Kevin” scardina, pezzo dopo pezzo, tutta quella mitologia precedente, suffragata da pubblicità pampers et similia, che aveva innalzato la maternità a momento estatico di amore che non conosce intermezzi né zone d’ombra. Non è così. E non solo perché la neomamma può essere colta in flagranza di depressione post partum, ma perché l’amore – nonostante i nove mesi di simbiotica comunione che lega la mamma al suo bambino – non è qualcosa che coviamo aprioristicamente, come l’idea platonica, e con cui, automaticamente, incensiamo il nostro pargolo. La maternità ci chiede sacrifici e pazienza; una disposizione d’animo improntata all’altro, piuttosto che all’io, e l’amore (della madre verso il figlio e/o del figlio verso la madre) lo acquisiamo e lo costruiamo e, ebbene sì, potrebbe perfettamente non esserci.

Eva concepisce la maternità come un attacco alla sua personalità, e per questo ha bisogno di arredare una stanza per sé, in cui allontanarsi da tutti e riconciliarsi al suo mondo perduto. Vive con ostilità il rapporto con Kevin, non ne sopporta il pianto ininterrotto e perfino l’assordante trivella dei lavoratori può apparire una candida sinfonia se ci soffoca le frustrazioni. Kevin – ogni bambino è una spugna impregnata degli stimoli che trasmettiamo loro – introietta l’insoddisfazione della madre e inizia a inscenare una serie di dispetti (dal mutismo iniziale in poi) che hanno lo scopo di smascherare la madre e metterla di fronte alla sua abiezione. Il rapporto col padre – indulgente e un po’ assente – si svolge, invece, in maniera completamente antitetica e Kevin si mostra affettuoso e ubbidiente, acuendo il risentimento di Eva.

Kevin è, sia da bambino che da adolescente, tremendamente spietato. I suoi occhi languiscono odio. Si fa incarnazione del Male che avviene “per nessuno motivo, questo è il motivo” (risponderà così ai “perché?” della madre) e farà solo un passo indietro quando, malato, richiederà le attenzioni della madre, in una parentesi lunga il tempo di una debolezza. Non c’è una spiegazione al Male che alberga in Kevin e il film si dispensa dal fungere a trattato socio-psicologico. E’ la stessa oscurità che risiede sommessa in ognuno di noi e che, in alcuni casi, dirompe in tutta la sua potenza, se trova un (sotto)suolo fertile. Eva e Kevin sono uniti da un cordone ombelicale mai spezzato che anziché legare all’amore incondizionato, li ha stretti nella morsa dell’odio reciproco (?). Sono vittima e carnefice l’uno dell’altro, laddove le meschinità del figlio innescano e svelano quelle della madre. “La sconfitta della figlia è il trionfo della madre? Mamma, il mio dolore è un tuo piacere segreto?” – ci si chiede in “Sinfonia d’autunno” di Bergman. Entrambi sono intransigenti, sentiamo in una parte del film, ma mentre l’intransigenza della madre si manifesta in una visione della vita schematica che scarnifica le sfumature (se mangi tanto ingrassi, se hai un figlio perdi l’individualità), quella di Kevin sta nella sua abdicazione al male per il male. Interpretato da un Ezra Miller diabolicamente perfetto, la figura di questo figlio maledetto rischia di risultare artificiale nei suoi eccessi, ma l’ingranaggio è ben costruito e anche l’eccesso appare meno stucchevole.

Il montaggio – attraverso i due binari narrativi (il pre e il post strage) che si muovono parallelamente e si intersecano attraverso i flashback – ci permette di entrare in sintonia con il punto di vista di Eva che, a due anni di distanza dalla strage compiuta dal figlio, ricerca le sue responsabilità. La regista si concentra sui dettagli, che conferiscono un appeal artistico all’opera velatamente estetizzante, e il colore rosso è preminente: i pomodori, la marmellata, la vernice riconducono all’afflato sanguinolento delle piccole e innocue cose. La regista imbastisce una costruzione elegante dell’orrorifico, in cui  ogni inezia diventa strumento. Come nella colonna sonora che, eterogenea e stridente al tessuto narrativo (ad esempio nella scena in cui si ascolta “Everyday” di Buddy Holly), purifica il contenuto tragico. “…E ora parliamo di Kevin” è un racconto di vivida drammaticità. Una drammaticità che non eccede mai, che non dà pregnanza alle urla di dolore, ma riluce negli occhi e nelle mani (quanto sono importanti le mani in questo film!) della scarna e splendida Tilda Swinton. Non c’è parola che possa esprimere meglio del viso della Swinton tutta la rassegnazione e i sensi di colpa che non deflagrano ma implodono, perché la sofferenza quando non parla si fa ancora più straziante e distruttiva.

Per saperne di più: Speciale Tilda Swinton, “…E ora parliamo di Kevin”

18/02/2012

Cast e credits

Titolo Originale
We Need To Talk About Kevin
Distribuzione
Bolero Film
Durata
112'
Produzione
BBC Films, UK Film Council
Sceneggiatura
Lynne Ramsay, Rory Kinnear
Fotografia
Seamus McGarvey
Scenografie
Judy Becker
Montaggio
Joe Bini
Musiche
Jonny Greenwood

Trama

Eva rinuncia alle sue ambizioni lavorative per trasferirsi in provincia e crescere in tranquillità suo figlio Kevin. Il rapporto tra i due sarà, fin dall'inizio, conflittuale. La vita di Eva sarà completamente distrutta quando il figlio, appena adolescente, compirà una strage.
Noi, un po’ meglio
Noi, un po’ meglio

Nel raccontare la genitorialità dei nostri tempi alle prese con nuove filosofie di famiglia e con le possibilità fornite dalla ricerca medica Luchetti non perde mai il contatto con il cuore dei personaggi, facendo di questi il barometro di una grande storia d’amore con gli eccellenti Elio Germano, Maria Chiara Giannetta e Anna Bonaiuto

Wildwood – I segreti del bosco proibito
Wildwood – I segreti del bosco proibito

Il ritorno di Laika dopo sette anni non poteva essere più ambizioso: "Wildwood" di Travis Knight è una maestosa cavalcata attraverso l'immaginario coming of age fantasy contemporaneo, titanica dimostrazione delle capacità della stop motion e dichiarazione d'amore all'animazione tutta

Fatherland
Fatherland

Pawlikowski continua la sua ricerca formale improntata al rigore, con un distacco che stavolta ha anche rilevanza tematica ma sempre al limite con il vuoto esercizio stilistico. Un breve racconto di fantasmi che contiene il conflitto il più possibile, solo per sgonfiarsi ma riuscendo in ultima istanza a darsi un senso nel finale, rinunciando al suo gioco cervellotico

Zustissia
Zustissia

Il convincente esordio di Francesco Piras allarga gli orizzonti del cinema sardo ponendo al centro un tema di rilevanza nazionale. Lo stile sobrio e asciutto, la messa in scena immune dai clichè e l'efficace direzione degli attori denotano la matura consapevolezza del mezzo cinematografico

The Social – Il prezzo della verità
The Social – Il prezzo della verità

L'Aaron Sorkin regista non si dimostra allo stesso livello dello sceneggiatore, per un'opera che funziona e intrattiene ma che non riesce a incidere fino in fondo, come il tema trattato invece richiederebbe

L’isola dei ricordi
L’isola dei ricordi

"L'isola dei ricordi" è un'opera di transizione come la fase che il cinema di animazione sta vivendo. Semplificando la trama pur senza lesinare sulla profondità, il film di Crawford e Mercado cerca una nuova identità visiva sperimentando con gli stili

L’albero di molto lontano
L’albero di molto lontano

Ben Gregor firma un fantasy per ragazzi che non ha alcuna impronta autoriale ma riempie tutte le caselle giuste per essere avvincente. Sana e innocua avventura per famiglie, è l'adattamento per lo schermo di uno dei titoli più celebri della popolarissima Enid Blyton

Balcanica
Balcanica

Un'opera di sottrazione rigorosa, che sublima il dramma migratorio in una sospensione esistenziale dove la musica si fa baluardo identitario. Pur penalizzato da alcune fragilità nella scrittura, il film testimonia una coerente e partecipe consapevolezza formale