drammatico, coming of age | Filippine/Uk/Singapore/Francia/Paesi bassi (2026)
"The dialectics of the captivated mind can lead to a deeply biased
and parasitically reactive self-perception"[1]
Amartya Sen
Ben distante sia dai drammoni con pregnanti temi sociali sia dai film di genere sopra le righe che solitamente arrivano dalle Filippine al Far East Film Festival di Udine, "Filipiñana" dell’esordiente Rafael Manuel si fa apprezzare subito per la regia elegante e compita fatta di long take statici e campi lunghi(ssimi), quasi stereotipica all’interno del cinema d’autore più rigoroso. Tali scelte stilistiche paiono meno sorprendenti una volta che si presta attenzione alle dimensione internazionali della produzione di questa opera prima indie (prodotta da Jia Zhangke, per citare un nome fra i tanti), così come al pedigree autoriale del giovane regista, il cui cortometraggio d’esordio vinse l’Orso d’argento per il miglior corto alla Berlinale del 2020, prima di fungere da base per il film ora giunto a Udine. Non stupisce quindi che in un’annata in cui due delle nazioni del Sud-est asiatico solitamente più rappresentate al FEFF (cioè Filippine e Indonesia) si trovano ad avere poche pellicole in competizione, si sia deciso di inserire nel concorso principale un’opera già premiata internazionalmente (al Sundance Film Festival) come "Filipiñana".
Ricevitore del Premio speciale della giuria per la visione creativa e di un consenso critico quasi unanime, il lungometraggio d’esordio di Manuel propone un’esplorazione carica di spunti della cultura e della società delle Filippine, pur essendo (quasi) interamente ambientato in un resort di lusso che pare isolato in maniera pressocché ermetica dal mondo esterno (in un film girato in 4:3). Questa separatezza della caotica e contraddittoria società del paese asiatico (rappresentata con efficacia dalla sequenza introduttiva per le strade di Manila) si rivela scena dopo scena solo apparente, dal momento che contribuisce semmai a evidenziare in isolamento le incongruenze, le diseguaglianze e le rappresentazioni delle Filippine contemporanee, colte nel dettaglio, quasi al rallentatore, dalla regia contemplativa del film. Per 100 minuti Rafael Manuel mette alla berlina i vizi del neo-colonialismo che affligge il paese dell’Asia sud-orientale, senza però concedere spazio all’umorismo grottesco tipico dell’épater le bourgeois di Ruben Östlund, il quale spesso serve a disinnescare le tensioni irrisolvibili che animano società sempre più diseguali (più vicino è invece il cinema di Ulrich Seidl). No, "Filipiñana" è una pellicola che accompagna alla regia raggelante un’omogeneità di tono notevole, che solo sporadicamente si apre ad alcuni squarci grotteschi che possono strappare un sorriso, prima che si comprenda che non c’è molto da ridere in questa lenta rievocazione della storia coloniale delle Filippine e delle sue perduranti conseguenze.
Non sorprendono a questo punto due delle principali scelte stilistiche del regista: dal punto di vista visivo, l’adozione di una fotografia molto desaturata, creando un’immagine della realtà che appare tanto irreale quanto iperrealistica, un’enfatizzazione che aiuta a elevare un minuscolo angolo di mondo a rappresentazione di un’intera società; da una prospettiva narrativa, la decisione di costruire il racconto alla maniera di un coming of age dalla struttura classica, in cui la maturazione (o presunta tale) della giovane protagonista Isabel si accompagna a un vero e proprio viaggio (attraverso il resort), permettendo così di decostruire dall’interno la socializzazione nella propria cultura che spesso è al cuore dei racconti di formazione. In questa realtà irreale non è infatti possibile venire a patti con la propria identità sociale (le differenze di classe vengono superficialmente mascherate, solo per risaltare di più), culturale (Isabel non può inizialmente parlare la sua lingua materna, l’ilokano) e individuale (le tee-girl sono vestite e acconciate tutte allo stesso modo, risultando quasi indistinguibili). Perciò, non stupisce che l’episodio oscuro nel passato della ragazza che motiva (forse) la sua esplorazione e la sua ricerca del presidente del resort (il conterraneo dottor Palanca) non venga mai indagato appieno, finendo per confluire nel grande rimosso che è il passato coloniale, e il presente neo-coloniale, delle Filippine.
La questione linguistica succitata si rivela significativa per comprendere l’impianto teorico della pellicola, d’altronde la componente più stimolante e riuscita di un’opera che rifiuta stolidamente ogni risoluzione. Se l’identità linguistica di Isabel, e il tragico portato di storia nazionale e individuale che ne deriva, viene inizialmente invisibilizzata, potendosi lei esprimere con le colleghe solo tramite il tagalog che è la lingua nazionale filippina e con l’inglese con gli abbienti ospiti stranieri (principalmente statunitensi e cinesi), è solo l’incontro con l’altolocato dottor Palanca, il suo letterale superiore, che le permette di esprimersi nuovamente nella lingua materna. Partendo da queste inique fondamenta la riconquista della propria identità portata avanti da Isabel non può che essere destinata al fallimento, o peggio, condurre alla crisi identitaria. La ricerca del dottor Palanca attraverso gli spazi vuoti del resort, i quali paiono quasi una reinterpretazione lisergica e tropicale delle location dipinte da Edward Hopper, non può quindi che concludersi con un incontro sgradevole e che non porta alcuna risoluzione alle quête di Isabel, mostrando che forse l’adesione a un modello capitalista e cosmopolita non è la via per recuperare la propria identità rimossa (e infatti si passa nuovamente a utilizzare le lingue egemoni dopo questa interazione), sempre che ciò sia possibile in un qualche modo.
Concludendosi con una letterale "morte dell’innocenza", "Filipiñana" decostruisce il coming of age di Isabel, volto e corpo di un’intera nazione giovane e priva di coordinate, e mostra le limitate possibilità narrative del filone all’interno di un orizzonte culturale demistificato, in preda a un "disincantamento del mondo" che a tratti odora di nichilismo. Non sorprende a questo proposito che nell’ombroso finale niente paia mutato nel fastoso resort, come prevedibile fin dalla primissima inquadratura statica su questo microcosmo grottesco che mette la società filippina sotto una lente d’ingrandimento. Nel proporsi come una sorta di filipiniana (documenti culturali tipici della nazione del Sud-est asiatico, ma anche un abito tradizionale femminile) audiovisivo, specchio e prigione di quel mondo, Manuel finisce per proporre una sorta di auto-orientalismo (o forse ancora meglio, retro-orientalismo) che mostra l’identità filippina imprigionata in un continuo processo di othering, riecheggiando varie riflessioni sul neo-colonialismo[2]. Guardando "Filipiñana", in particolar modo l’intenso piano sequenza finale che accompagna (e supera) i titoli di coda, con il mondo che continua scorrere nonostante le richieste di aiuto (e altruismo) di Isabel, si colgono le proporzioni di una impasse che va ben oltre quella narrativa del film e si spande nel mondo al di fuori a partire dai suoi quadri fissi. È legittimo chiedersi, come Bruno Latour, se la "critica [anche audiovisiva] abbia finito il carburante"[3], ma l’importante è, come Isabel nell’epilogo, non "sprofondare nella quiescenza" e restare in moto, controcorrente.
[1] A. Sen, Identity and Violence: The Illusion of Destiny, New York, W.W. Norton & Co, 2006, p. 62. Traduzione: la dialettica della mente intrappolata può condurre a una visione di sé profondamente preconcetta e reattiva in maniera parassitica
[2] S. Golden, "Orientalisms in East Asia. A theoretical model", in Inter Asia Papers, n. 12, 2009, pp. 6-11. Cfr. S. Clisby, A.-M. Enderstein, "Caught between the orientalist–occidentalist polemic: gender mainstreaming as feminist transformation or neocolonial subversion?", in International Feminist Journal of Politics, vol. 19, n. 2, 2017, pp. 231-46
[3] Cfr. B. Latour, "Why Has Critique Run out of Steam? From Matters of Fact to Matters of Concern", in Critical Inquiry - Special issue on the Future of Critique, vol. 30, n. 2, 2004, pp. 225-48
cast:
Jorrybell Agoto, Carmen Castellanos, Teroy Guzman, Carlitos Siguion-Reyna, Isabel Sicat,, Micah Musa, Elle Velasco, Angeli Bayani, Nour Hooshmand
regia:
Rafael Manuel
durata:
100'
produzione:
Film4, Potocol, Ossian International, Epicmedia, Easy Riders Films, Idle Eye
sceneggiatura:
Rafael Manuel
fotografia:
Xenia Patricia
scenografie:
Tatjana Fanny Honegger
montaggio:
Rafael Manuel
costumi:
Carla Villanueva
musiche:
Sound design: Vincent Villa