From What Is Before

From What Is Before


Lav Diaz

Drammatico | Filippine
(2014)

Uno dei suoi pezzi da novanta il festival di Locarno se lo gioca nella giornata d’apertura del concorso ufficiale, mettendo in gara “From What Is Before” del filippino Lav Diaz, beniamino della critica militante, e punta di diamante di una cinematografia che può contare su un campione da festival del calibro di Brillante Mendoza. Attenti alla realtà storica e sociale del proprio paese, radiografate con una puntigliosità che sfocia spesso nell’indagine etnografica (“Thy Womb“) i due registi si distinguono uno dall’altro per alcune peculiarità che, nel caso di Diaz, mostrano i segni più evidenti nell’apparato formale, punto di forza e insieme spauracchio, a seconda dei casi, del nostro regista. Per constatarlo bastava dare un’occhiata alla sala in cui si è svolta la proiezione del film qui a Locarno, disertata dal grande pubblico e scandita dal progressivo diradamento di una parte della compagine iniziale. A costruire il muro di Berlino contribuivano certamente le notizie sul minutaggio fuori dal comune (338′) ma anche la consapevolezza di ritrovarsi di fronte a uno stile impervio, in cui a farla da padrone sarebbero state la predilezione per i dialoghi scarnificati, per le riprese a camera fissa e per un uso pressoché esclusivo del piano sequenza. A fronte di tanta ritrosia (anche dei produttori italiani che non hanno mai distribuito un film del regista) il rigore di Lav Diaz ha però fatto breccia tra quella fetta ristretta di pubblico e addetti ai lavori che considera il cinema come un atto di resistenza contro il modello dominante e capitalistico. In questo senso “From What is Before” ha le carte in regola per confermare la leggenda di un cinema perennemente sulle barricate e dalla parte dei più deboli, raccontando la vita degli abitanti di un remoto villaggio, colti in un momento cruciale per il destino della nazione. Siamo infatti nelle Filippine del 1972, alla vigilia della proclamazione della legge marziale, promulgata dal presidente Marcos, che restringe la libertà di un paese tenuto in ostaggio da una feroce dittatura. Lo spirito del tempo, pervaso di mestizia e di dolore, si manifesta attraverso una serie d’eventi misteriosi e drammatici (come accadeva ne “Il nastro bianco” di Haneke) che si riversano su un mondo messo a dura prova da condizioni di vita ostili e degradate.

Se l’argomento in sé, con la persecuzione di un apparato statale kafkiano e repressivo, non poteva mancare di fare breccia sulle coscienze più intransigenti, bisogna dire che lo sguardo del regista riesce a fare convivere i motivi personali con la descrizione di una condizione esistenziale che diventa universale, e per questo coinvolgente. Per arrivarci Diaz lascia fuori campo per tre quarti di film riferimenti storici e geografici (limitati alla sola didascalia indicante anno e località in cui si svolge la vicenda), e satura il quadro con rumori e suoni provenienti da una natura incontaminata e matrigna, che si sostituisce alle psicologie dei personaggi, rappresentandole mediante una drammaturgia scandita dall’elemento meteorologico e climatico. In questo modo gli improvvisi cambi di temperatura, la persistenza delle piogge monsoniche, i flutti del mare in tempesta e le inestricabili ramificazioni della foresta pluviale, diventano altrettante manifestazioni dello stato d’animo dei protagonisti. A venire a galla è la particolarità del contesto, segnalato dalle abitudini della dimensione domestica e lavorativa, così come il senso d’afflizione di un’umanità dolente che sembra farsi colpa della propria condizione. E se, da una parte, il regista si sforza di guardare ai personaggi da un punto di vista oggettivo (tranne un primo piano ravvicinato su due volti di donna, le riprese avvengono in campo lungo e lunghissimo) dall’altra interviene con un atto politico che gli restituisce la dignità che il potere gli ha tolto. In questa maniera si spiegano per esempio i passaggi che si soffermano sugli spasmi della ragazza cerebrolesa. Avulsi da qualsiasi voyeurismo, peraltro allontanato dalla compostezza della messinscena, il regista cambia gerarchie sociali e ordine d’importanza ai fatti della Storia, portando in primo piano le vite degli ultimi, e relegando ai margini quelle di chi è abituato a stare in prima fila. Alla fine ci si sorprende ipotizzati e partecipi, dando ragione al direttore del Festival che aveva chiesto di far cadere il pregiudizio nei confronti di un’opera fluviale ma piena di senso. Contemplativa e spirituale, l’umanesimo di “From What is Before” si candida fin da ora alla vittoria del premio maggiore.

02/08/2014

Cast e credits

Titolo Originale
Mula sa kung ano ang noon
Durata
332'
Sceneggiatura
Lav Diaz
Fotografia
Lav Diaz
Montaggio
Lav Diaz, Che Villanueva

Trama

1972. Filippine. Tra sparizioni misteriosi, morti e violenza politica il racconto di un anno indimenticabile
L’Hangar Rosso
L’Hangar Rosso

Ambientato a Santiago del Cile durante il golpe dell'11 settembre 1973, il film segue il capitano dell'aeronautica Jorge Silva, costretto dai superiori a trasformare la sua accademia militare in un brutale centro di detenzione e tortura per prigionieri politici. Diviso tra l'obbedienza cieca al nuovo regime di Pinochet e i dettami della propria coscienza, Silva si troverà davanti a un drammatico bivio morale quando gli verrà ordinato di giustiziare due giovanissimi detenuti

Odissea
Odissea

Ipotetico coronamento delle ambizioni del suo autore, l'"Odissea" di Christopher Nolan è una reinterpretazione tanto efficace dal punto di vista sensoriale quanto irresoluta da quello discorsivo, una frenetica cavalcata attraverso immaginari, generi, ambientazioni ed eventi che si sviluppa intorno alla modernizzazione dell'eroe eponimo

Kontinental ’25
Kontinental ’25

Radu Jude trasforma la morte di un senzatetto in un'indagine sulla responsabilità morale, sul senso di colpa e sulle contraddizioni della società contemporanea. Un saggio cinematografico che privilegia il confronto delle idee alla narrazione, trovando nella propria irresolutezza tanto la sua forza quanto il suo limite

Toy Story 5
Toy Story 5

Forse un po' a sorpresa, il trentunesimo lungometraggio targato Pixar non è (solo) una gigantesca operazione nostalgica, bensì l'occasione per riflettere sull'eredità pop-culturale che la saga di "Toy Story" ha lasciato dagli anni 90 fino a oggi

Il bacio della donna ragno
Il bacio della donna ragno

Bill Condon traspone su schermo il noto musical di Broadway e racconta l'accettazione della diversità attraverso la potente arma dell'immaginazione, intrecciando dramma a canti e danze. Ma la regia è disordinata e il risultato è fiacco e confuso

Le bambine
Le bambine

"Le bambine" osserva l'infanzia senza nostalgia, affidandosi allo sguardo spontaneo delle sue giovani protagoniste e a una messa in scena delicata ma mai edulcorata. Pur con qualche dispersione narrativa, le sorelle Bertani firmano un esordio autentico e sensibile, capace di raccontare la crescita come scoperta delle fragilità del mondo adulto

Disclosure Day
Disclosure Day

Inno umanista e antispecista, Spielberg mette in scena l’ultimo esempio della sua capacità di creare grande cinema, pur con difetti nella sceneggiatura e i limiti insiti in un’operazione di memorabilia cinematografica personale

La cronologia dell’acqua
La cronologia dell’acqua

Dopo oltre un anno dal sua passaggio a Cannes, arriva anche nelle sale italiane l'esordio alla regia di Kristen Stewart. L'omonimo addattamento del memoir di Lidia Yuknavitch, nonostante una messa in scena talvolta caotica, vive di un forza intestinale, viscerale, magnetica