Good Boy

Good Boy


Jan Komasa

Drammatico, Thriller | Polonia, Regno Unito
(2025)

Nel corso della masterclass svoltasi in seno alla ventesima edizione della Festa del cinema di Roma, il produttore Jeremy Thomas, già sodale di registi del calibro di Bernardo Bertolucci e David Cronenberg, ha confessato la difficoltà di lavorare in un cinema come quello di oggi, sempre più accomodante nei confronti dello spettatore. A fare eccezione per nostra fortuna è un film, “Good Boy”, diretto da Jan Komasa e prodotto dallo stesso Thomas, che fa di tutto per provocare lo spettatore mettendone in dubbio le certezze dello sguardo. Questo perché a fronte di un’impostazione tradizionale della storia, con trama, scene madri e personaggi incaricati di portare avanti la narrazione, il coinvolgimento della platea nei confronti della vicenda è destinato a scaturire da meccanismi  opposti  al processo di  identificazione con coloro che gli danno seguito. Non ne ha le caratteristiche Tommy, troppo violento e pericoloso per riscuotere il consenso di cui godono i protagonisti del cinema classico, non ne ha i requisiti chi, in teoria – i membri della famiglia che decide di rieducare il giovane – sarebbe chiamato a svolgere una funzione positiva e che invece concepisce il percorso di riabilitazione come una sorta di “cura Ludovico”, con la segregazione coatta del giovane teppista (prigioniero nella casa dei suoi aguzzini) destinata a mettere sullo stesso piano buoni e cattivi.     

Ne ha invece la volontà dello spettatore di capire cosa si nasconde dietro apparenze così perentorie. Non solo perché la condizioni a cui Tommy è costretto appare eccessiva rispetto alle sue colpe, ma anche perché con il passare dei minuti il desiderio di restituire il reprobo alla sua umanità sembra sempre meno un atto caritatevole palesandosi come il modo del quale i presunti salvatori si servono per alleviare il proprio malessere.

In questo senso, la provocazione di “Good Boy” è proprio quella di spostare continuamente l’ottica con cui guardiamo alle intenzioni/azioni dei personaggi per mettere in crisi il codice morale con cui di solito scegliamo i motivi che ci spingono a prendere posizione nei confronti di uno e dell’altro. Concentrato in un unico spazio, quello della villa in cui Tommy è detenuto, “Good Boy” procede come un vero e proprio thriller – pur non essendolo in senso stretto – costruendo un clima di pericolo imminente che fluttua di continuo da un personaggio all’altro, non facendo nulla per rassicurarci su cosa si nasconde dietro il pentimento di Tommy come pure nelle maniere gentili e negli ideali progressisti di chi lo tiene in pugno. Ipotesi di verità messe in discussione non solo dalla minaccia latente a cui rimandano azioni e comportamenti ma anche dalla fisiognomica degli attori utilizzata con segno contrario rispetto a quello prodotto dalle intenzioni delle parti in causa.   

Una tendenza confermata dalla costruzione narrativa, sviante quando si tratta di capire chi è il vero protagonista del film (all’inizio siamo portati a pensare che lo sia la ragazza che risponde all’annuncio lavorativo presentandosi nella casa prigione), manipolatoria allorché le funzioni del personaggi diventano più chiare; infine spiazzante nel ribaltamento delle premesse iniziali (con un finale a sorpresa che evitiamo di rivelare) con una conclusione, quella si davvero ambigua, che avvicinandosi al senso di un film come “Il portiere di notte” riesce a delineare il malessere più profondo di una società che confonde il possesso con l’amore.

Alle prese con una storia che fa della concentrazione spaziale una condizione dell’anima trasformando gli ambienti in recessi o in luoghi di aggregazione a secondo dello stato d’animo del protagonista, “Good Boy” incalza il pubblico con una progressione narrativa che non viene mai meno e con un montaggio in grado di creare movimento all’interno di un quadro in cui l’azione è ridotta al minimo. In concorso alla ventesima edizione della Festa del Cinema di Roma nella sezione Progressive Cinema, il film di Komasa si è aggiudicato il premio Vittorio Gassman per il migliore attore andato all’inquietante e bravissimo Anson Boon, ben coadiuvato da Stephen Graham e Andrea Riseborough. Bene hanno fatto Minerva Pictures e Filmclub Distribuzione ad assicurarsene i diritti in vista della distribuzione prevista per il 2026.    

05/11/2025

Cast e credits

Distribuzione
FilmClub Distribuzione
Durata
110'
Produzione
Recorded Picture Company, Skopia Film
Sceneggiatura
Bartek Bartosik, Naqqash Khalid
Fotografia
Michal Dymek
Scenografie
Fletcher Jarvis
Montaggio
Agnieszka Glinska
Musiche
Abel Korzeniowski
Costumi
Julian Day

Trama

Tommy passa le sue giornate in risse e atti vandalici, fino a quando non incontra una famiglia all'apparenza normale che lo cattura e lo incatena con lo scopo di trasformarlo da teppista a bravo ragazzo.
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