Grand Budapest Hotel

Grand Budapest Hotel


Wes Anderson

Commedia, Drammatico | Germania, Usa
(2014)

Il “Grand Budapest Hotel”, fiabesco albergo tra montagne innevate, è lo scenario fantastico e il vero protagonista dell’omonima incantevole pellicola di Wes Anderson. La propensione a una prospettiva irriverente e ironicamente commovente, tratto caratterizzante del regista americano nei suoi precedenti lavori, come “Il treno per il Darjeeling“, “Le avventure acquatiche di Steve Zissou” e il film d’animazione “Fantastic Mr Fox“, si sviluppa, come di consueto, in un avventuroso viaggio; in esso i protagonisti più che inseguire qualcosa di materiale, ricercano se stessi, in una sorta di Bildungsroman, un romanzo di formazione, la cui parabola esistenzialista è fusa con un sognante taglio fanciullesco.

Oltre ad alcuni elementi ricorrenti nel cast (Adrien Brody, Bill Murray, Jason Schwartzman e Owen Wilson in primis), è mantenuto anche il racconto suddiviso per capitoli, che in questo caso si sviluppa in una struttura a cornici, dove le parole scritte e narrate dei protagonisti prendono vita immediatamente in una sorta di memorie animate. Lo stacco netto tra presente e passato contrappone, creando un effetto latamente nostalgico, non solo la giovinezza e la vecchiaia delle due voci narranti, ma anche l’aspetto iniziale e successivo dell’albergo stesso, che originariamente bellissimo, viene tramutato poi in una squallida e decadente costruzione razionalista.

L’immaginaria Repubblica di Zubrovska, paese caduto in rovina, è l’ambientazione del romanzo che una ragazzina legge davanti al monumento di un importante scrittore, definito genericamente “L’autore”; con un rapido flashback veniamo proiettati nel Grand Budapest Hotel, già in netto declino, dove il narratore incontra il proprietario, Zero Moustafa, un estroso F. Murray Abraham. Una seconda parentesi ci conduce finalmente nel cuore della storia, riportata in prima persona da Zero, che ricorda come da garzone divenne proprietario dell’albergo. Un variegato insieme di bizzarri personaggi prende allora vita all’interno dei corridoi, tornati all’antico splendore: mai banali e sempre fortemente caratterizzati, l’estetica e la divisa di ognuno di questi ne identifica a prima vista i caratteri nascosti, l’interiorità è immediatamente definita dalla esteriorità. Al centro della scena il seducente concierge, M. Gustave, un ricercatissimo e baffuto Ralph Flennes, dirige la struttura con estrema eleganza, mentre nel tempo libero intrattiene le attempate e facoltose ospiti; tra queste, Madame D., Tilda Swinton resa quasi irriconoscibile dal trucco, muore in circostanze oscure. L’apertura del testamento susciterà però l’ira trai parenti di lei, i foschi Desgoffe-und-Taxis, capeggiati da Dmitri (Adrien Brody) di nero vestito, affiancato dall’inquietante “tuttofare” di famiglia Joplin, Willem Dafoe in mise da squadrista, scatenando così una serie di delitti a catena.

Fughe, inseguimenti, sparatorie ed evasioni di galera: tutto diviene un frenetico succedersi di improbabili avventure, in puro stile Anderson: ogni azione è ponderata, come acrobati i protagonisti riescono sempre a rimanere in equilibrio sospesi nel vuoto, ogni caduta, ogni incastro sfida tutte le leggi della fisica, eppure tutto appare logico, necessario nella sua assurdità. La cinepresa, spettatore esterno più che attore in prima persona, sembra inseguire e spiare i fatti, inquadrando sovente elementi secondari del tutto stridenti con la centralità della scena; s’interrompe il momento tragico e una nota di comico, di grottesco, viene inserita anche nelle sequenze più drammatiche, creando così un senso di straniamento, quasi surrealista. Anche la componente verbale propende decisamente al paradossale, come sempre nel regista, lo scambio dialettico difficilmente segue la logica comune, generando risposte del tutto inaspettate e incongruenti, di tanto in tanto perfino scurrili, ma al contempo affascinanti.

Ne deriva un universo tipicamente andersoniano, incantevole, nonostante tutto: Agatha, fidanzatina di Zero è adorabile, sebbene abbia una grossa voglia che le copre buona parte del viso, in prigione, benché inospitale e popolata di galeotti, sussiste un’inaspettata solidarietà, l’umanità intera, nonostante la barbarie, la guerra che incombe (si richiama certo l’ascesa al potere del nazifascismo, immediatamente evocato peraltro dalle uniformi con la fascia ZZ, che ricorda le tristemente famose SS), e la violenza, ha in sé uno spirito profondamente buono, e viceversa. L’atmosfera truce da favola noir è bilanciata allora da un incongruente buonismo, inspiegabilmente piacevole: anche nelle situazioni più cupe, tra i crimini, gli assassinii e le ingiustizie, si nascondono bontà, gentilezza d’animo e solidarietà, e contemporaneamente ovunque esista il bene, permane anche una malvagità di fondo. La contraddittorietà del microcosmo, creato dal regista, è rappresentata perfettamente dallo stesso protagonista M. Gustave, che alterna maniere affettate a turpiloqui, estrema gentilezza d’animo a una certa avidità nel sedurre, come lui stesso afferma, anziane signore, per averne i lasciti testamentari.

Infine, secondo la convenzionale estetica dell’autore, la fotografia e le scenografie sono pervase da un irrazionale immaginario fiabesco: a paesaggi disarmanti (lo stesso Grand Budapest Hotel, circondato da montagne innevate, l’imponente prigione e l’osservatorio sempre in mezzo ai monti), che potrebbero essere assimilati per fascino del sublime all’iconografia romantica, si affiancano interni dai colori sgargianti, che paiono la riproduzione giocattolo degli arredamenti art déco; l’edificio, il mobilio, gli oggetti, i dolcetti di Mendl’s, persino i personaggi stessi hanno qualcosa di smaccatamente artificiale, quasi da illustrazione pubblicitaria anni Trenta.

Se la verosimiglianza è del tutto, volontariamente, trasgredita nella resa filmica di Anderson, la creazione di un mondo fittizio, a tratti onirico, a tratti quasi caricaturale conferisce un innegabile fascino a questo contraddittorio, incoerente racconto noir, non aggiungendo però nulla di stravolgentemente innovativo alla produzione filmica a cui il regista ci ha abituati.

12/04/2014

Cast e credits

Titolo Originale
The Grand Budapest Hotel
Distribuzione
20th Century Fox
Durata
99'
Produzione
American Empirical Pictures, Indian Paintbrush, Scott Rudin Productions, Studio Babelsberg
Sceneggiatura
Wes Anderson
Fotografia
Robert Yeoman
Montaggio
Barney Pilling
Musiche
Alexandre Desplat
Costumi
Milena Canonero

Trama

M. Gustave è il concierge del lussuoso Grand Budapest Hotel, nel quale, oltre a gestire impeccabilmente i clienti, seduce le facoltose avventrici, per ottenerne poi lasciti ereditari. Una di queste Madame D. muore avvelenata ed il protagonista ne è accusato: trovandosi costretto ad affrontare mille peripezie per dimostrare la sua innocenza, sarà affiancato dal fedele Zero Moustafa, il garzone dell’albergo.
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