Jay Kelly

Jay Kelly


Noah Baumbach

Commedia | Regno Unito, Usa
(2025)

Noah Baumbach scrive insieme a Emily Mortimer un film su un grande divo di Hollywood che inizia a vedere il crepuscolo avvicinarsi, per quanto sia ancora nel pieno del suo star power. Il divo in questione, Jay Kelly, è interpretato con totale adesione da George Clooney in un dichiarato gioco di specchi tra l’attore e il personaggio.

“Jay Kelly” è in primis un film su un attore e, in particolare, su Clooney non come persona reale ma come icona hollywoodiana; in secondo luogo, il lavoro di Baumbach cerca di analizzare l’esperienza di essere interpreti, ossia mediatore tra un io reale e l’esperienza interiore di un personaggio di finzione, soprattutto quando il personaggio di finzione diventa il sé da esibire in pubblico; in terzo luogo, il film prova a restituire quali siano le conseguenze a livello privato di un’esistenza di questo tipo. “Jay Kelly” non è dunque un lavoro che mira all’originalità, essendo l’ennesimo film sullo star system, è però lo sguardo e il tocco di Noah Baumbach, oltre alla sua capacità di dirigere gli attori, a fornire il discrimine per la riuscita del film.

Fa ben sperare l’ouverture che si sviluppa tramite un avvolgente piano-sequenza in cui la macchina da presa si muove all’interno di un set cinematografico incrociando diversi gruppi di personaggi le cui voci si sovrappongono, parlando dei fatti propri e preparando l’ultima scena di Jay Kelly, giunto al termine delle riprese. Ma si tratta di un incipit fuorviante in quanto Baumbach non ambisce a elaborare un affresco à la Altman, rifugiandosi intorno alla figura del suo protagonista e all’entourage che lo circonda. La crisi di Jay Kelly ha due detonatori: il primo è la morte di Peter Schneider, il regista e poi mentore che permise alla sua carriera di decollare; il secondo è il viaggio tra Francia e Italia organizzato dalla figlia con i propri amici, prima di lasciare il tetto paterno e trasferirsi al college. Al funerale di Schneider Jay incontra Timothy, un vecchio amico con cui era stato inseparabile ai tempi della scuola di recitazione, dopo la quale Jay diventerà famoso mentre Timothy abbandonerà le ambizioni artistiche. Andati a bere insieme, Timothy finisce per sfogarsi contro il vecchio amico, reo ai suoi occhi di averlo tradito rubandogli il ruolo che avrebbe lanciato la sua carriera e la fidanzata; aggiungendo che ormai, dopo tutti questi anni, non c’è più niente di reale nella sua vita, niente del ragazzo che aveva conosciuto, e celiando come anche la figlia maggiore (che sente su Facebook) la pensi più o meno allo stesso modo. Questa rottura di un equilibrio già precario spinge Jay Kelly a decidere repentinamente di partire alla volta di Parigi così da raggiungere in segreto la figlia e avere la possibilità di vivere un’ultima esperienza condivisa prima del di lei ingresso nella vita adulta, adottando come scusa l’accettazione di un premio alla carriera in un piccolo festival in Toscana, rifiutato in un primo momento.

“Jay Kelly” si tramuta in uno pseudo on the road che a tratti ricorda i lavori che Woody Allen ha girato prendendosi una vacanza in Europa. A essere centrale nella scrittura di Baumbach e Mortimer sono le dinamiche tra la star e il suo entourage, una famiglia allargata composta da agenti, manager, truccatori e guardie del corpo che si muovono come le tribù disfunzionali di altri film firmati dal regista (considerando anche la sua collaborazione con Wes Anderson). Le sottotrame a loro dedicate sono abbozzate e presto abortite, mentre resta salda accanto a lui la figura del manager Ron (interpretato da un bravo Adam Sandler), che lo considera alla stregua di un parente. Come gli fa notare Liz (Laura Dern), però, nessuno paga il 15% dei propri introiti agli amici. A partire dall’improvvisato viaggio in treno da Parigi alla Toscana, “Jay Kelly” segue un doppio binario, riguardante non solo l’eponimo protagonista ma anche il percorso di Ron, diviso tra la famiglia e il senso di protezione verso il proprio amico-datore di lavoro. 

Anche sul piano formale, Baumbach sembra impegnato in un doppio registro: da una parte il viaggio di Jay e Ron, con un’illuminazione calda e immagini che ricalcano scontati e ormai logori stereotipi di bozzettismo locale; dall’altra il viaggio interiore di Jay che sin dalle prime battute si rende conto che la propria vita e i propri ricordi si siano smarriti tra i numerosi film girati. I flashback di Jay sono inserti liminari a cui il protagonista accede attraverso una soglia o tramite un falso raccordo: sono scene la cui fotografia ad alto contrasto di Linus Sandgreen possiede un nitore squisitamente cinematografico rispetto alle più piatte sequenze diurne, tanto da ipotizzare che tali scene siano sempre e comunque lacerti di vecchi film rimaneggiati dalla memoria di Jay. Quest’idea di immagini in cui biografia e cinema convergono e si mescolano somiglia ai rapidi e continui sconfinamenti che Satoshi Kon elabora nello straordinario “Millennium Actress” (che, chissà, se non venga effettivamente citato nella sequenza del treno), ma Baumbach manca di potenza visionaria e questo limite artistico era già evidente nel precedente “Rumore bianco“. L’esito è dunque sin troppo lineare, senza brividi né vertigini, il viaggio esistenziale dell’attore al crepuscolo che rimugina sui sensi di colpa di padre assente fondamentalmente innocuo. “Jay Kelly” resta impaludato nell’autocompiacimento del proprio divo suggellato da una sequenza a montaggio in cui i film di Jay Kelly e di George Clooney si rivelano essere gli stessi. La vita, però, non è ripetibile come un ciak.

06/09/2025

Cast e credits

Distribuzione
Netflix
Durata
132'
Produzione
Pascal Pictures; Heyday Films; NBGG Pictures
Sceneggiatura
Emily Mortimer, Noah Baumbach
Fotografia
Linus Sandgren
Scenografie
Mark Tildesley
Montaggio
Valerio Bonelli, Rachel Durance
Musiche
Nicholas Britell
Costumi
Jacqueline Durran

Trama

Jay Kelly segue il famoso attore cinematografico Jay Kelly e il suo devoto manager Ron in un vorticoso viaggio di inattesa profondità attraverso l’Europa. Lungo la strada sono entrambi costretti a fare i conti con le scelte che hanno fatto, i rapporti con i loro cari e con ciò che lasceranno alle generazioni future.
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