La profezia dell’armadillo

La profezia dell’armadillo


Emanuele Scaringi

Commedia, Drammatico | Italia
(2018)
“Si chiama profezia dell’armadillo qualsiasi previsione ottimistica fondata su elementi soggettivi e irrazionali spacciati per logici e oggettivi, destinata ad alimentare delusione, frustrazione e rimpianti, nei secoli dei secoli”.

La vicenda di Zero si fonda tutta su tale profezia, su questa duplicità frustrante: sull’incontro-scontro tra soggettività e obiettività, tra l’energia cinetica dell’ideale (politico, sociale o artistico che sia), e l’irremovibile peso statuario della realtà. La vita nel quartiere di Rebibbia, alla periferia di Roma, si traveste di leggende, di sogni e di utopie, di scheletri di mammut occultati e di ribellioni giovanili. Zero costruisce la sua esistenza su valori cui è necessario attenersi con ligia ortodossia in ogni ambito del quotidiano, su un sistema di regole precise dettate da una fede cieca in un mix di rivoluzione proletaria e anarchia punk: dalla repulsione per il centro storico, all’imprescindibilità di Kassovitz, passando per gli zombie di Romero. Se scaviamo in profondità e abbandoniamo le sovrastrutture, rimane, a far da sfondo a tutto ciò, la certezza che esista una giustizia, un Giusto in sé a cui puntare e verso cui dirigersi: bisogna guardare al bene e al male, il concetto di “legale” a quel punto passa in secondo piano, spiega Zero durante le ripetizioni.

Ma in questo disegno ben architettato si intravede a un certo punto una falla, un elemento che non si riesce a collegare al resto del sistema e che dunque mina il sistema stesso: la morte di Camille, vecchia amica e primo amore inconfessato di Zero, trasferitasi da anni a Tolosa e consumata dall’anoressia. Ecco il peso della realtà che contrasta l’ideale, ecco lo scontro, ecco la profezia dell’armadillo. La notizia della morte di Camille arriva come una sassata, perché sì: davanti ai corpi tumefatti degli scontri armati tra studenti e polizia sappiamo come reagire, sappiamo arrabbiarci, sappiamo ancora identificare una giustizia da perseguire; ma davanti a una morte inattesa, davanti alle membra scheletriche di Camille non possiamo insorgere, non possiamo ribellarci, non possiamo dare la colpa a nessuno. Non c’è un “giusto” a cui rivolgerci, presso cui consolarci, c’è soltanto la fredda realtà, dura e apparentemente insensata, che ci si pone davanti.

“La profezia dell’armadillo” in questo senso diventa romanzo di formazione, sui generis, perché non dà una soluzione, ma pone la domanda. Non si arriva alla fine a una sintesi, ma lo scontro si gioca tutto nell’antitesi succitata tra idealità e realtà e nell’implicita considerazione che, per vivere, ci servono entrambe.

La drammaticità di questo scontro, unita alla capacità di inserire le vicende in una cornice comica, fatta di gag spassose e di personaggi strampalati, capaci di donare leggerezza al tutto, era già una caratteristica dell’omonima graphic novel di Zerocalcare, da cui il film è tratto, che aveva dato il La alla fortunata carriera del suo autore.

A partire da ciò Scaringi riesce a confezionare un film che si discosta il giusto dal materiale di partenza, introducendo alcune scene nuove e modificando alcuni dettagli, ma che tutto sommato rimane fedele nelle atmosfere e nei personaggi al fumetto, grazie anche alla scelta di attori (Simone Liberati e Pietro Castellitto) ben calati nelle parti di Zero e dell’amico Secco.

Il pezzo forte sta poi nella resa dell’armadillo, coscienza critica di Zero, interpretato da un Valerio Aprea (il latinista di “Smetto quando voglio“) travestito con una maschera imperfetta e casereccia, che ci risparmia il pericolo di una computer grafica malfatta e fastidiosa: meglio un costume casalingo, che degli effetti speciali inefficaci e banali.

A ben vedere “La profezia dell’armadillo” non era così facile da rendere sul grande schermo, data l’assenza di una vera e propria trama, la struttura spezzettata della narrazione, l’incontro di realtà e fantasia. Possiamo allora dire che, pur senza grandi slanci artistici, l’obbiettivo è stato raggiunto, ma il merito del film resta forse un po’ troppo legato alla penna di Zerocalcare e non credo che esso abbia la forza per regalarci, in futuro, un eventuale “capitolo secondo”.

13/09/2018

Cast e credits

Distribuzione
Fandango
Durata
99'
Produzione
Fandango, Rai Cinema
Sceneggiatura
Valerio Mastandrea, Michele “Zerocalcare” Rech, Oscar Glioti, Johnny Palomba
Fotografia
Gherardo Gossi
Montaggio
Roberto di Tanna
Musiche
Giorgio Giampà, Nic Cester

Trama

Zero è un disegnatore che cerca di sopravvivere come meglio può nel quartiere di Rebibbia, alla periferia romana. La sua coscienza critica prende la forma di un ingombrante armadillo, con il quale intesse dialoghi surreali e strampalati.
Digger
Digger

Un'opera dalla regia rigorosa e viscerale, che conferma la densità stilistica di Iñárritu. Pur con qualche ridondanza strutturale che ne frena la tensione drammatica, il film offre un'efficace e lucida decostruzione psicologica dei personaggi

Her Private Hell
Her Private Hell

Nicolas Winding Refn torna al lungometraggio con un’opera visivamente magnetica che interroga la paternità tra protezione, controllo e possesso. Ma nel tentativo di decostruire la figura del padre, Her Private Hell rischia di trasformare quella della figlia nell’ennesimo oggetto del proprio sguardo

Heart of the Beast – Nel profondo selvaggio
Heart of the Beast – Nel profondo selvaggio

"Heart of the Beast" di David Ayer è l'ultimo di una serie di film che raccontano la wilderness americana rispolverando il mito della frontiera. Ne risulta un film di sopravvivenza in cui lo spazio dell'azione è affiancato da una contemplazione rispettosa del creato in ogni sua forma, retto sull'interpretazione tutta fisica di Brad Pitt

Una storia
Una storia

"Una storia" di Anna Foglietta ha ottime premesse e può contare sulla bravura dei due protagonisti, ma non convince del tutto: la scelta di raccontare questo dramma familiare attraverso una regia estremamente statica, inquadrature fisse e lunghi silenzi finisce per appesantire il ritmo

Possible Love
Possible Love

VENEZIA 83 - Otto anni dopo "Burning", Lee Chang-dong torna con un altro dramma in cui affronta questioni che sono al contempo di bruciante attualità e universali: la disparità di classe e la verità dei sentimenti. Un'opera densa e stratificata che può vantare anche uno straordinario quartetto di attori, premiata con il Leone d'Argento - Gran Premio della Giuria

Palestina 36 – Quando tutto ebbe inizio
Palestina 36 – Quando tutto ebbe inizio

Palestina, 1936, durante il protettorato britannico. Un villaggio di palestinesi cristiani vede le proprie terre sottratte per far posto a una colonia ebraica. Il film racconta con efficacia la rivolta che segue, pur in maniera a volte didascalica

Resident Evil
Resident Evil

Con un reboot radicale, Zach Cregger tradisce la lore del videogioco per abbracciarne la geometria formale. Tra luci espressioniste, spazi claustrofobici e montaggio sincopato, i tropi del survival horror diventano stile. Pur prevedibile nella scrittura, il film è un horror solido e grottesco.

Nessun Dolore
Nessun Dolore

In "Nessun Dolore" Gianni Amelio torna a raccontare il presente con un film testamentario e poetico che parte da uno dei temi più cari al suo cinema, quello del mancato incontro tra un padre e un (possibile) figlio, per mettere in scena la palingenesi di un personaggio "eretico", un Alessandro Borghi in stato di grazia, disposto all’esilio sociale pur di non rinunciare all’empatia verso i più deboli