La ragazza con il braccialetto

La ragazza con il braccialetto


Stéphane Demoustier

Dramma Giudiziario | Belgio, Francia
(2019)

È un legal drama peculiare, “La ragazza con il braccialetto”, approdato finalmente in Italia a due anni dall’uscita, dopo aver raccolto diversi premi e riconoscimenti europei (incluso un César per la miglior sceneggiatura non originale). Ambientato quasi esclusivamente in tribunale, il film di Stéphane Demoustrier si svincola però ben presto dai dogmi del genere, rivelandosi esattamente quello che doveva essere nelle intenzioni del regista: un viaggio nella psiche della protagonista e nel delicato dedalo di rapporti familiari, amicizie e traumi che l’adolescenza porta con sé. Una disamina che si perfeziona magistralmente in 96 minuti ad alta tensione, ma senza disvelare tutti gli interrogativi, a partire da quello scelto dalla distribuzione italiana per promuovere il film: “Conosciamo davvero chi amiamo?”. Dilemma che trova nella relazione tra genitori e figli la sua dimensione più sfuggente e insondabile.

Benché relegata sullo sfondo, però, la trama “thriller” esiste e contribuisce appieno alla riuscita della pellicola, grazie anche ad alcune raffinate e appropriate scelte registiche. A cominciare dalla scena iniziale, in cui la macchina da presa scruta l’azione da lontano, lasciando che le voci restino in sottofondo, fondendosi quasi indistintamente con il rumore del mare e del vento. Un tranquillo quadretto di vita familiare – Lise su una spiaggia della Côte de Jade con i genitori e il fratellino – è sconvolto dall’arrivo degli uomini in divisa e reso ancor più straniante dalla reazione docile della ragazza che, senza opporre resistenza né manifestare stupore (circostanza che verrà sottolineata dall’accusa nel processo), si veste, si rassetta i capelli e segue i poliziotti in questura.

Lo stacco temporale di due anni serve per mettere a fuoco finalmente la vicenda: l’ormai diciottenne Lise (la promettentissima Melissa Guers) è agli arresti domiciliari con tanto di braccialetto alla caviglia, con l’accusa di aver brutalmente ucciso a coltellate la migliore amica Flora. L’attesa del processo è vissuta diversamente in famiglia: il padre Bruno (Roschdy Zem) si dimostra morbosamente protettivo, impedendo alla figlia di frequentare il fidanzato e controllandone ogni mossa; la madre Céline (Chiara Mastroianni) è invece completamente bloccata, rinchiusa nel suo dolore e incapace di reagire, al punto da decidere di disertare le udienze. A sdrammatizzare il clima plumbeo è il figlio minore Jules, che si fa promettere dalla sorella di lasciargli la camera in caso di condanna – e che paradossalmente si rivelerà invece l’unico in grado di aiutarla davvero.

Esaurita con pochi cenni l’introduzione familiare, Demoustrier pianta le tende (e le telecamere) direttamente nell’aula di tribunale, che diverrà il teatro centrale del suo courtroom drama, liberamente ispirato al film argentino “Acusada”. Per l’imperturbabile e ambigua Lise sembrano esservi poche speranze: ha dormito con la vittima in quell’ultima notte dopo un party a casa sua e nessuno può fornirle un alibi. Ma a gravare su di lei sembra essere anche un altro (pre)giudizio, di natura morale: Lise si è rivelata molto disinibita, finendo anche coinvolta in un video hot – postato sul web proprio dall’amica – e la sua doppia condotta – silenziosa e altera nel contesto processuale, decisamente disinvolta in quello privato – alimenta un moralismo strisciante che si può sintetizzare nella domanda della pm (la sempre convincente Anaïs Demoustier, sorella del regista): “Possiamo dire che lei sia una ragazza facile?”. La risposta della ragazza, che chiama in causa il suo giovane compagno di giochi erotici chiedendo se la domanda non debba esser rivolta anche a lui, è invece la summa della contro-morale di Demoustrier: che autorità abbiamo noi per giudicare i comportamenti dei nostri figli adolescenti? E, soprattutto, siamo in grado di comprenderli fino in fondo? Una rivendicazione di libertà (sessuale e non) contro l’ipocrisia e la superficialità con cui si tende a liquidare l’universo adolescenziale, che si sublimerà nell’arringa dell’avvocata della difesa, cui dà corpo, profondità e spessore una imponente Annie Mercier.

“La ragazza con il braccialetto” è un film di domande e di dubbi, che stimola la riflessione più che offrire risposte. Claustrofobico, ossessivo e ottimamente scritto – con una sceneggiatura acuta ed ellittica (non a caso premiata ai Cesar) – riesce a esprimere tutte le pieghe più ambigue e inafferrabili della realtà, affidando ai silenzi e ai “non detti” buona parte della sua forza. Straordinaria, in questo senso, l’interpretazione della giovane protagonista, al suo debutto sul grande schermo: alla magnetica Melissa Guers bastano un’impercettibile alterazione dello sguardo o un lieve movimento del sopracciglio per lasciar intravedere tutta la complessità del suo universo interiore, un misto di angoscia e fierezza, rabbia e solitudine. Efficace anche la scelta di Demoustrier di raccontare la vicenda attraverso il punto di vista degli osservatori in aula e non attraverso gli occhi dell’imputata. La messa in scena – essenziale e minimalista – finisce col calare direttamente lo spettatore tra i banchi del tribunale, ponendolo di fronte a una verità che cambia spesso versione e forma, al punto che solo il verdetto potrà porre la parola fine alle interpretazioni, senza però rimuovere tutti i dubbi.

Il terzo lungometraggio di Demoustier rifugge le insidie della cronaca morbosa (tra Amanda Knox e Instagram, bullismo e revenge porn) costruendo un affresco stimolante di incomunicabilità generazionale e adolescenza interrotta, di cui il braccialetto alla caviglia del titolo rimane l’icona più emblematica.

28/08/2021

Cast e credits

Titolo Originale
La Fille au bracelet
Distribuzione
Satine Film
Durata
96'
Produzione
Frakas Productions, France 3 Cinéma, Petit Film
Sceneggiatura
Stéphane Demoustier
Fotografia
Sylvain Verdet
Scenografie
Catherine Cosme
Montaggio
Damien Maestraggi
Musiche
Carla Pallone
Costumi
Anne-Sophie Gledhill

Trama

Lise ha 18 anni e un braccialetto elettronico alla caviglia. Accusata due anni prima del presunto omicidio della sua migliore amica, attende il processo a casa dei genitori, Bruno e Céline che la sostengono, interrogandosi sulla maniera migliore di fare fronte al dramma familiare.
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