Lanterne rosse

Lanterne rosse


Zhāng Yìmóu

Drammatico | Cina, Hong Kong, Taiwan
(1991)

Profondo sonno di primavera non vede l’alba.

Intorno intorno suona canto d’uccelli.

A notte scroscio di pioggia e vento:i fiori caddero, quanti?

Meng Hao-jan

Zhang Yimou ci introduce con passi felpati attraverso le gelide stanze di un palazzo nobiliare del 1920, in Cina. Gli interni sono ampi, eleganti, dalle linee pulite. Silenziosi. Il destino di Songlian, a cui una giovane e già strepitosa Gong Li dona la sua pelle diafana e i suoi penetranti occhi neri, si compie interamente in questo luogo. Songlian cerca di sottrarsi alla matrigna, al rapporto contrastato con questa e lascia l’università, sposando il nobile Chen Zuoquin. Un’istruzione universitaria era cosa assai rara in quegli anni in Cina, per una donna. Da un percorso di ipotetica ed illuminata libertà, poter leggere e scrivere è l’ovocita dell’ emancipazione, Songlian sceglie invece un percorso arcaico e per noi paradossale, ovvero un matrimonio combinato, per sfuggire alla miseria. Dunque, un atto di ribellione o un atto di rassegnata, premonitrice consapevolezza?

Zhang Yimou ci presenta così la sua tragica eroina, con questo incipit controverso e pungente, che man mano nel film assume i caratteri più definiti di un’amara condizione universale. Il regista affresca in rosso la sottomissione femminile al potere patriarcale, alla legge maschile e la condizione di schiavitù delle donne diventa l’ impietosa e terribile metafora di tutte le oppressioni, diventa l’urlo spezzato dei più deboli dagli ingranaggi implacabili del potere.

Songlian viene accolta con gentilezza ossequiosa ed ipocrita dalle tre donne, con le quali instaura rapporti molto differenti. La moglie più anziana, Yuru, che ha concepito l’unico erede, è severa e distaccata. La seconda moglie, Zhouyun, è in apparenza rispettosa e gentile con la nuova arrivata, in realtà trama alle sue spalle, con la complicità della domestica personale di Songlian, Y’ner. La terza moglie, la splendida Meishan, è gelosa di Songlian, perché bella e giovane e ne teme l’ascendente sul padrone del palazzo. In realtà, l’ex soprano Meishan sarà l’unica ad avere una certa confidenza con Songlian. Meishan è un usignolo in gabbia. Ex cantante d’opera, allieta la sua prigione dorata con un canto armonioso e delicato.

Zhang Yimou in questo caso non ci offre la redenzione dell’arte. Nemmeno il canto, nemmeno la musica umetta di cloroformio l’incurabile verità del dolore, dell’ esistere. Il canto di Meishan è senza pubblico, senza palcoscenico, è una nenia premonitrice di orrore e di morte.

In uno dei dialoghi più intensi ed alti del film, affacciate alla balconata che si apre sul portico del palazzo, spettatrici inerti del vuoto che le opprime, Meishan dice a Songlian che tutto è rappresentazione. Se si recita bene, si ingannano gli altri, se si recita male, inganniamo noi stessi e se non siamo capaci di ingannare noi stessi, non ci restano che i fantasmi.

La cifra stilistica scelta dal regista resta la pulizia formale delle inquadrature, l’estremo rigore dei primi piani e dei piani sequenza, quasi a suggellare con un timbro di velato pudore l’ineluttabilità della tragedia. Intorno alle lanterne rosse si orchestrano i giochi di potere tra queste donne, simbolo di una prigionia dorata, in un palazzo magnifico e freddo. All’esterno della porta della prescelta, dove il signore padrone trascorrerà la notte, verranno poste le lanterne, ad indicare che il giorno dopo la donna in questione avrà il privilegio di disporre ordini e compiti per tutte le altre.

Le lanterne rosse diventano il simbolo bramato di piccole concessioni, in mezzo ad un mare di vessazioni e divieti, di rigide regole, di oppressive privazioni, dettate da un potere molto più grande, invisibile quanto invalicabile. L’effetto membrana del potere di buñueliana memoria. L’arrivo della quarta moglie innescherà dunque una reazione di progressiva lacerazione, di depravazione e orrore tra le donne.

Songlian cerca di ingannare tutti con una finta gravidanza, una volta accortasi dell’ipocrisia, delle volontà maligne tramate alle sue spalle dalla seconda moglie e della solitudine a cui è costretta. La serva Yan’er denuncia l’inganno al padrone, che farà ricoprire con luttuosi drappi la stanza di Songlian, segno di eterna vergogna. La domestica sarà costretta dalla giovane ad inginocchiarsi per ore nella neve. Yan’er perderà la vita a causa delle polmonite contratta per il freddo. Anche la bellissima Meishan sarà uccisa, tradita dalla rivelazione di Songlian ubriaca, della sua relazione con il medico di famiglia. Meishan sarà impiccata, come la legge arcaica disponeva per le fedifraghe.

Nel palazzo dunque non riecheggerà più il canto armonioso di Meishan. E’ calato il sipario, la tragedia è compiuta. La quarta moglie, la ribelle, resterà nelle stanze vuote e vagherà come uno spettro, sotto lo sguardo attonito e quieto dell’ultima, nuova moglie del padrone, una ragazzina. Come diceva il bellissimo soprano, se non si è capaci di ingannare se stessi, non ci restano che i fantasmi e diventando fantasma di se stessa, Songlian si è sottratta per sempre alle regole della grande rappresentazione, della grande farsa che è la vita.

01/01/2010

Cast e credits

Titolo Originale
Da hong deng long gao gao gua
Distribuzione
Mikado Film
Durata
126'
Sceneggiatura
Ni Zhen
Fotografia
Zhao Fei, Lun Yang
Montaggio
Du Yuan
Musiche
Zhao Jiping, Naoki Tachikawa

Trama

Tratto dal romanzo Mogli e concubine di Su Tong, il film è ambientato nel 1920, in Cina. L'eterea Songlian accetta di diventare la quarta moglie, dunque concubina, di Chen Zuoqin. Trasferendosi nel palazzo del signorotto, Songlian si rende conto ben presto di quale oscura ed inquietante realtà si cela dietro le soffici sete e la gentilezza affettata delle precedenti mogli del nobile cinese
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