La leggenda di Kaspar Hauser

La leggenda di Kaspar Hauser


Davide Manuli

Grottesco | Italia
(2012)

Ci sono cretini che hanno visto la Madonna e ci sono cretini che non hanno vista la Madonna. Io sono un cretino che la Madonna non l’ha vista mai” […] Ma i cretini che vedono la Madonna, non la vedono, come due occhi che fissano due occhi attraverso un muro: miracolo è la trasparenza […] I cretini che non hanno visto la Madonna, hanno orrore di sé, cercano altrove, nel prossimo, nelle donne – in convenevoli del quotidiano fatti preghiere, – e questo porta a miriadi di altari […] I nostri contemporanei sono stupidi, ma prostrarsi ai piedi dei più stupidi di essi significa pregare. (da “Nostra signora dei turchi”)

La storia del fanciullo d’Europa che tanta fascinazione ha sortito nei salotti intellettuali e nelle arti, tra cui il cinema, diventa, nelle mani di Davide Manuli, materiale plastico attraverso cui modellare una realtà grottesca e desolata, la cui indefinitezza – il luogo x e il mare y – è un lasciapassare universalizzante del processo cognitivo dell’uomo immaginato nel mondo del post.

Kaspar Hauser

Un giovane arrivato dal nulla in una piazza di Norimberga nella prima metà dell’Ottocento. Sa ripetere il suo (?) nome, e poco altro. Creatura incontaminata che sembra arrivare da una dimensione pre-sociale, attira su di sé attenzioni e curiosità: tra chi lo annovera nel girone degli impostori a chi lo ritiene un principe vittima di lotte di potere, infine santo venuto a redimere una popolazione sul soglio decadente. Affidato al dottor Daumer, comincia un percorso educativo sullo “stare al mondo” di cui è alieno; la sua morte per mano di uno sconosciuto segnerà l’inizio di un mistero tramandato sino a noi dall’incredulità di chi non ha saputo collocare la sua alterità nei rassicuranti margini di una definizione. La trasmutazione del mito di Kaspar attraverso il mezzo cinematografico ha già avuto luogo, e soprattutto grazie a Werner Herzog che con “L’enigma di Kaspar Hauser” nel 1974 posava il suo talento visionario su quel freak archetipo di frizioni tra due mondi inavvicinabili, quello esteriore e quello interiore. Se la pellicola herzoghiana, però, esperisce la via narrativa che si fa movente emotivo di più grandi interrogativi sulle sorti dell’uomo; quella di Manuli destruttura, per mezzo di immagini che imprimono – in connubio con il tecno-dance touch di Vitalic – e di parole monologanti.

Io sono Kaspar Hauser

Non semplicemente una rilettura affidata a scelte stilistiche eccentriche: esplicitamente in continuità con “Beket”, dal quale riprende il bianco e nero, l’ambientazione spoglia ed eterea, un tocco bressonianamente essenziale e Fabrizio Gifuni, qui prete con la pistola e accento da barivecchia, che declamerà le parole scritte da Giuseppe Genna, nucleo accentratore dell’intero film; Manuli lavora con la pellicola che esalta la componente  espressionista dell’opera e traspone un mito-enigma-mistero nel contemporaneo performato da Kaspar/Silvia Calderoni – attrice teatrale già premio Ubu, alla sua prima esperienza nel cinema – che, anziché suonare il piano come il suo parente herzoghiano, indossa cuffie, vestiti Adidas e il suo corpo androgino vibra senza sosta ubriacato di note sintetiche.

Kaspar arriva sospinto dal mare, sembra un corpo esanime, eppure vivo. Lo accoglie lo Sceriffo, si prende cura di lui a pane e acqua e insegnandogli il mestiere di dj. Il Prete cercherà nelle sue poche parole certezze tra le domande, la Granduchessa di difendersi dall’usurpatore, impostore, buffone da circo incapace a moltiplicare pane e pesci. L’incipit con Vincent Gallo e i tre ufo è un avvertimento programmatico per lo spettatore cui Manuli chiede uno sforzo, sovrappiù una sfida, impostata dall’autore sul perseguimento del suo obiettivo cinematografico che non contempla elargizioni alla narratività, note a margine alla sceneggiatura, ammiccamenti immaginifici seduttivi e soundtrack cullanti. Cosicché il percorso di Kaspar è quello dello spettatore chiamato a decifrare l’ostico e il distopico godardiano à la “Alphaville”, a lasciare che l’opera si insinui col suo gesto ribelle.

Collocato al di fuori del tempo e dello spazio, in una landa di Sardegna non-luogo abitata da sei personaggi: la Granduchessa (Claudia Gerini), il Pusher (Vincent Gallo), lo Sceriffo (Vincent Gallo alla seconda), la Veggente (Elisa Sednaoui), il Prete (Fabrizio Gifuni), il Drago (Marco Lampis), presenze-simboli di antinomie ancestrali (Potere-asservimento, Legge-elusione, Religione-trasgressione) e in balia dei significanti, laddove il non-sense, la distorsione – il titolo del libro che Kaspar vuole scrivere è violato di bocca in bocca -, è l’unica possibilità aperta ai resti di un mondo deteriore all’anno zero, di cui l’efebico protagonista è buon selvaggio, simbolo e ricettacolo di un corto circuito comunicativo trasposto in un medioevo futurista. Se la parola è sorda, l’immagine evoca e stordisce, ponendosi al di sopra della narrazione e al servizio di ambizioni, sperimentali e mistiche, di eresie beniane.

17/06/2013

Cast e credits

Distribuzione
Cineama, Mediaplex Italia
Durata
85'
Produzione
Blue Film, Shooting Hope Productions
Sceneggiatura
Davide Manuli
Fotografia
Tarek Ben Abdallah
Scenografie
Giampietro Preziosa
Montaggio
Rosella Mocci
Musiche
Vitalic
Costumi
Ginevra Polverelli

Trama

Siamo su un'isola deserta e abbandonata, al di fuori dello spazio e del tempo. Un corpo, trascinato dalle onde, giunge sulla spiaggia: è Kaspar Hauser, l'erede al trono dell'isola, che scomparve per oscuri motivi quando era ancora solo un bambino. Era scritto nel destino di Hauser che tornasse vivo, ma la sua mente è apparentemente disturbata e offuscata. Del ragazzo si prende cura lo sceriffo dell'isola, che gli trova un posto dove stare nella vecchia prigione...
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