Io, loro e Lara

Io, loro e Lara


Carlo Verdone

Commedia | Italia
(2009)

Ritorno sul grande schermo di Carlo Verdone, davanti e dietro la cinepresa di questa commedia agrodolce e battente bandiera malinconica.

Carlo Mascolo (Carlo Verdone) è un prete missionario in Africa, tornato dopo dieci anni nella sua Roma con profondi dubbi esistenziali e di vocazione.

Nella vecchia e familiare casa della sua infanzia, lo accoglie il padre Alberto (Sergio Fiorentini), generale in pensione che, invece di accomodarsi buono buono in poltrona con la copertina sulle gambe, si è sposato Olga, bionda e procace badante moldava.

Alberto è così rifiorito: compra il viagra in scatoloni e balla il mambo; è anche fiorito: una setolosa pannocchia di granturco in testa gli nasconde la calvizie.

Lo choc delle novità porta Carlo a pensare che, forse, i problemi dell’Africa sono nulla in confronto alla metamorfosi paterna.

Incontra poi Bea (Anna Bonaiuto) e Luigi (Marco Giallini), la sorella psicologo-nevrastenica e il fratello yuppie-cocainomane.

Lara (Laura Chiatti) è la sorellastra del trio, una cleptomane che arrotonda i frutti del furto con le percentuali della chat-line erotica; le sue nevrosi sono seguite dalla severissima Elisa Draghi (una smagliante Angela Finocchiaro), psicologa pure lei e non meno frustrata di tutti gli altri.

In questa Babele di parentele e schizofrenie formato famiglia, può essere possibile dare, almeno, l’impressione di affetto e “volemose bene”?

Questo è forse il film più personale di Carlo Verdone che lo ha dedicato al padre Mario, da poco scomparso.

È un film sulla famiglia, un argomento delicato e poco amato dal cinema italiano e che ha fruttato storie disuguali e in massima parte ambigue (tra gli altri, “Teorema” di Pier Paolo Pasolini, “Gruppo di famiglia in un interno” di Luchino Visconti, “Parenti serpenti” di Mario Monicelli e “Stanno tutti bene” di Giuseppe Tornatore).

Non è invece un film sulla religione, in quanto il “lavoro” di Carlo è del tutto posticcio, più abbozzato che schizzato, forse utile a smarcare Verdone dallo stereotipo dello sfigato che si innamora e, maldestro e inesorabile, pianifica e sviluppa il fallimento, la delusione, il cuore spezzato che a 50 anni è un problema serio, ti può venire l’infarto!

I rapporti interpersonali sono invece seguiti con maggiore attenzione e offrono le migliori gag e le riflessioni più argute riguardo quell’enorme colabrodo che è appunto diventata la famiglia.

Anna Bonaiuto, Bea, riesce a valorizzare il ruolo di una donna di mezza età che manda avanti da sola un nucleo familiare nel quale l’apporto del marito si quantifica in 200 euro mensili di alimenti e la figlia adolescente “soffre” perché, come insegna la società dei consumi, va di moda (è una “emo”).

Marco Giallini, Luigi, è il classico fregnone, scapolo convinto, “ominicchio” che indossa cravatte non stirate, naviga tra gli entusiasmanti grafici delle Borse mondiali e si prepara da sé le strisce di cocaina che “lo tengono su”.

Carlo Verdone, alla fine, è il meno convincente di tutti perché, all’infuori di qualche battuta fulminante, dà l’impressione di trovarsi sempre fuori posto; sembra subire gli eventi cui riesce a opporre un campionario di smorfie e espressioni che provano a celare uno stato confusionale nato già in fase di scrittura del film; pare preoccuparsi quasi unicamente di mostrarci che, con buona probabilità, sta frequentando la palestra che, a quanto pare, funziona, almeno a giudicare dalla silhouette tonica che l’abito talare lascia intravedere.

Laura Chiatti (Lara) sta invece prendendo la piega dell’oggetto (del desiderio) misterioso.

Come ne L’amico di famiglia (Paolo Sorrentino, 2006) cattura (o si fa catturare) dall’uomo sbagliato, un “pezzo de merda” che come lo pronuncia lei sembra il nome di un raffinato signore con tanto di particella nobiliare che precede il cognome (il conte Pezzo De Merda).

Per il resto, la Chiatti è una buona scusa per far esercitare i direttori della fotografia in primi e primissimi piani del suo bel volto, delle sue parrucche stravaganti, dei suoi occhi verdi.

Insomma, il film doveva essere Carlo Verdone e Carlo Verdone, alla fine, non c’era, se ne è sfilato: forse per pudore, per il timore reverenziale verso il padre. O forse perché, a questo punto della sua vita e della sua carriera, l’attore romano sta cercando una nuova dimensione.

08/01/2010

Cast e credits

Distribuzione
Warner Bros
Durata
115'
Produzione
Warner Bros
Sceneggiatura
Carlo Verdone, Francesca Marciano, Pasquale Plastino
Fotografia
Danilo Desideri
Montaggio
Claudio Di Mauro
Musiche
Fabio Liberatori

Trama

Un prete in crisi mistica torna in Italia dopo aver trascorso un periodo in Africa come missionario. Cerca aiuto nella sua famiglia, ma non trova le persone che aveva lasciato tempo prima
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