I magnifici sette

I magnifici sette


Antoine Fuqua

Western | Usa
(2016)

Ormai il western è un genere poco frequentato dai registi. Negli ultimi vent’anni si possono riassumere in uno sparuto numero e le opere memorabili che hanno dato lustro sono veramente poche: la rivisitazione storica di “Balla con i lupi” di Kevin Costner; i fuorilegge e la frontiera tra classicismo e modernismo de “Gli spietati” di Clint Eastwood; “L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford” di Andrew Dominik che riscrive la leggenda del banditismo; fino all’accoppiata recente della riscrittura del genere come “Django Unchained” ed “The Hateful Eight” di Quentin Tarantino. Attorno a questi ci sono state altre pellicole giustamente dimenticate. Un genere in crisi? Senza più appeal, forse, con alle spalle il periodo d’oro degli anni 40 e 50 e la rivisitazione degli anni 60 e 70, il genere ha bisogno di autori consapevoli dei meccanismi e della Storia per poter poi attuare operazioni autoriali d’interesse. Se invece ci si affida a una produzione industriale siamo fuori tempo massimo, se non affrontato in modalità strettamente storica (quella degli Usa) oppure attenendosi alla postmodernità (come Tarantino).

“I magnifici sette” di Antoine Fuqua è il remake dell’omonimo film di John Sturges del 1960 e rientra in un’operazione industriale spettacolare con dietro majors del calibro della Metro-Goldwyn Mayer, della Columbia (Sony). Fuqua è un director nel senso stretto della definizione americana: un onesto direttore di set e di attori, un esecutore diligente degli executives degli studios (e capendo bene il ruolo che hanno e il potere decisionale, questa volta è anche presente tra i produttori esecutivi). Girato in 64 giorni, con un cast stellare composto da Denzel Washington, Chris Pratt, Ethan Hawke, Vincent D’Onofrio e Peter Sarsgaard e mezzi tecnici a profusione, il film rende politically correct la storia di Sturges (che ricordiamo a sua volta era già un remake de “I sette samurai” di Akira Kurosawa): quindi tra i sette pistoleros, che sono ingaggiati per salvare una piccola cittadina della California, troviamo un cacciatore di taglie di colore, un giovane giocatore, un fuorilegge messicano, una guida e cacciatori di scalpi indiani, un giovane comanche, un ex ufficiale sudista, un orientale che sa usare i coltelli come le pistole, incontrati e cercati dal personaggio protagonista Sam Chisolm (Denzel Washington). Il mix razziale-culturale potenzialmente era interessante, l’elemento innovativo che poteva rinverdire questa versione de “I magnifici sette”, approfondendo le diversità e il multiculturalismo di una società, come quella americana, basata sulla colonizzazione della frontiera e dall’immigrazione europea del XIX secolo. Invece, il tutto si trasforma in un’operazione alquanto inverosimile, che appare come un falso ecumenismo (che suona stridente con le tensioni razziali tutt’ora in atto negli Stati Uniti) e personaggi che, in modo didascalico, sono collegati uno all’altro solo con lo scopo di seguire Chisolm in una missione suicida senza nessun approfondimento psicologico. L’unico che si solleva dalla massa è Denzel Washington (che dà ancora prova, pur in un ruolo non a sua misura, della propria grandezza attoriale, in particolare per i primi piani sullo sguardo e gli occhi mobili che parlano senza parola), ma non è sufficiente per salvare un cast che recita in modo ordinario, purtroppo legato a personaggi appena abbozzati e molto superficialmente presentati.

Ma lasciamo da parte l’approfondimento psicologico e concentrandoci sull’aspetto avventuroso anche qui il film si trasforma in un rutilante e confusionaria serie di sparatorie ed esplosioni abbastanza caotico, con Fuqua che appare poco a suo agio con le scene di massa e i movimenti collettivo. Certo, abbiamo i campi lunghi sulla prateria, i primi piani (che prendono tempo) sui personaggi prima delle sparatorie, i campi medi all’interno del villaggio prima dei duelli (ma neanche un piano americano, nato proprio con il western per mostrare le pistole e i cinturoni), ma sempre senza una vera motivazione drammaturgica e solo come accumulazione diegetica per creare azione e portare avanti la narrazione. In un film invero esteso nel minutaggio (132′), Fuqua si perde molto con uno strano effetto a “elastico”: lunghe sequenze a tratti ripetitive e altre invece risolte velocemente o con la sensazione che manchi qualche informazione di dettaglio. La sceneggiatura è forse il punto più debole de “I magnifici sette”: ridotta all’osso il soggetto è poca cosa e riempita dai tanti scontri a fuoco senza pausa.

Insomma, Antoine Fuqua dopo “Training Day” e “Brooklyn’s Finest”, dove aveva fatto intravedere una certa bravura nell’illustrazione di drammi polizieschi metropolitani, negli ultimi tempi sembra ridotto a riproporre film schematici, senza alcuna originalità, costruendo prodotti di pura spettacolarità fine a se stessa, che, usciti dalla sala cinematografica, sono già dimenticati. E “I magnifici sette” non fa eccezione.

26/09/2016

Cast e credits

Titolo Originale
The Magnificent Seven
Distribuzione
Warner Bros.
Durata
132'
Produzione
Columbia Pictures, Escape Artists, LStar Capital, Metro-Goldwyn-Mayer, Village Roadshow Pictures
Sceneggiatura
Richard Wenk, Nic Pizzolatto
Fotografia
Mauro Fiore
Scenografie
Derek R Hill
Montaggio
John Refoua
Musiche
James Horner, Simon Franglen
Costumi
Sharen Davis

Trama

Sette pistoleri di varia estrazione sono ingaggiati dalla popolazione di un piccolo villaggio californiano, vessati da un boss e sfruttatore di miniere che si vuole impossessare della loro terra con qualsiasi mezzo.

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