Oltre le colline

Oltre le colline


Cristian Mungiu

Drammatico | Romania
(2012)

Vochita e Alina sono cresciute in un orfanotrofio legate da un’amicizia che ha a che fare con l’amore. Col tempo hanno intrapreso strade diverse: l’una ha seguito la vocazione religiosa diventando suora ortodossa, l’altra ha inseguito una vita vera in Germania senza riuscirci. Sola e senza speranza, Alina va a trovare Vochita al monastero, convinta di portarla via con sé.  Introdotti nella quotidianità della vita religiosa insieme ad Alina assistiamo al ritualismo austero, alla perseveranza nella rinuncia, alla dedizione ingenua e dogmatica delle consorelle al Pope-papà. Scorgiamo la ristrettezza claustrofobica degli spazi in contrasto con la sconfinatezza – pur gelida – del mondo là fuori; oltre le colline.

Il nuovo lavoro di Mungiu conferma l’arguzia tecnica di uno stile riconoscibile che sintetizza i movimenti di macchina – rifiutando di concedersi anche alla colonna sonora – in favore di un realismo talmente ben addobbato, e radicato nel tessuto sociale rumeno, da riuscire a mettere in comunicazione lo spettatore con la scena senza la necessità di altri artifici. Durante il momento del pasto con le consorelle, che ricorda la cena di “4 mesi, 3 settimane, 2 giorni“, l’estraneità di Alina è la nostra. Cosicché i 150′ sono funzionali a rendere lo spettatore permeabile alla quotidianità crepuscolare della vita di questi religiosi e di Alina. “Oltre le colline”, però, non è solo un libro finemente rilegato è anche un’opera che si addentra tra le profondità dei limiti umani senza mai abbandonarsi a giudizi morali.

Il mondo mi sembrò l’opera di un dio sofferente e torturato…” (Nietzsche).

Benché il luogo deputato allo svolgersi della narrazione sia prevalentemente il monastero, non un anelito alla spiritualità adamantina de “Uomini di Dio” lo attraversa, invero è l’oscurante buio della ragione ad aleggiare mesto. Religiosità in forma bigotta, becero fanatismo alla rincorsa di colpa e peccato da lavare sono i temi che risalgono per primi a galla dalla palude dell’abluzione fuorviante che annichilisce ogni capacità di discernimento; di modo che una giovane donna che soffre di poco amore e troppa solitudine si trasforma in una creatura del demonio da esorcizzare. La discrasia della concezione di bene e male, la negazione di ogni fervore umanista e di pietas cristiana non viene, nemmeno per un attimo, percepita da questi uomini di fede. Se non da Vochita quando la sofferenza inflitta all’amica diviene abominio. “Non siamo noi a farla soffrire”, diranno.  Il peccato e il tentativo di grattarlo violentemente via  è tutto ciò che resta di un fideismo distorto. Le consorelle leggono una lista dei 464 peccati che l’uomo può commettere sedotto dal maligno (e senza rendersene conto). Rinnegano l’Occidente alla mercé di proclami libertari che svirgolano dal messaggio di Dio. Considerano peccato il solo metter piede in luogo di culto di un altro credo.

“Se tutto è imperfetto in questo imperfetto mondo, l’amore invece è perfetto nella sua assoluta e squisita imperfezione(“Il settimo sigillo”).

“Oltre le colline” non vuole, però, proporsi come denuncia dei barbarismi che si compiono nel nome di un dio, ma esplora l’amore nella sua accezione più assolutistica e fallace. Dopo “Amour” dunque, un altro film sull’amore; e se nell’opera di Haneke è evidente fin dal titolo, la pellicola del regista romeno richiede uno sforzo in più per farci arrendere all’evidenza che si tratta sempre di lui. L’amore. In “Amour” slancio di corroborante dedizione all’altro; in “Oltre le colline” abnegazione cieca e malsana. Le consorelle credono di agire per il bene di Alina – “Chissà quanti peccati avrà commesso per soffrire così” – e in nome dell’amore di un dio. Le due protagoniste, del resto, esprimono una medesima forma di amore che si rivolge, però, verso qualcosa di diverso. Entrambe hanno vissuto in un orfanotrofio e conoscono quanto scava in profondità il dolore quando l’abbandono e la solitudine ti disegnano una cicatrice lunga una giovinezza. E’ da questo che fuggono, cercando rifugio nell’amore di qualcun altro. L’una più gracile e malleabile ha scelto l’amore di Dio: “Le persone vanno e vengono, solo Dio resta sempre con te”, dirà Vochita; l’altra, ribelle e volitiva, vuole riavere a tutti i costi l’amore della sua vita: “Io vorrei solamente che mi amassi tu”, dirà Alina. E per riaverlo è disposta a sottoporsi a un calvario di vessazioni e crudeltà così come Vochita è disposta alla vita rinunciataria e disumana del monastero. Il sacrificio, da nobile atto di generoso affetto, nell’opera di Mungiu diventa parossismo ferale e mortifero.

02/11/2012

Cast e credits

Titolo Originale
Dupa Delauri
Distribuzione
Bim
Durata
150'
Produzione
Fonds Eurimages du Conseil de l'Europe, Les films du fleuve, Mandragora Movies
Sceneggiatura
Cristian Mungiu
Fotografia
Oleg Mutu
Montaggio
Mircea Olteanu

Trama

Alina torna dalla Germania per ricongiungersi a Vochita, la donna che ama. Vuole portarla via con sé, ma Vochita, nel frattempo, è diventata suora e ha scelto Dio.
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