Qui rido io

Qui rido io


Mario Martone

Biografico, Drammatico | Italia, Spagna
(2021)

“Qui rido io” racconta la parte terminale della vita di Eduardo Scarpetta: grandissimo attore e geniale innovatore della commedia popolare napoletana, vero e proprio creatore del teatro dialettale moderno. Martone sceglie di inscenare le vicende che lo riguardano a partire dal momento di massimo successo e proseguendo verso il declino che lo ha caratterizzato. Scarpetta, ricco e talentuoso ma anche egocentrico e tiranneggiante, vede la sua carriera subire una prima battuta d’arresto a causa del processo per plagio intentatogli da D’Annunzio. Parallelamente, viene meno anche l’equilibrio della sua famiglia, anzi della sua tribù, composta da figli legittimi e non, fra cui compaiono anche i giovanissimi Peppino ed Eduardo De Filippo, di una moglie e di numerose amanti, alcune imparentate tra loro e tutti conviventi nello stesso nucleo familiare oltre che partecipanti alla medesima macchina teatrale capeggiata da Scarpetta.

Ancora una volta, Martone mette in scena il recente passato italiano al fine di spiegare il presente: dopo “Noi credevamo“, in cui viene raccontata la faticosa storia risorgimentale di una nazione in procinto di nascere, e successivamente a “Capri-Revolution“, avente ad oggetto la contrapposizione fra la realtà storica della Prima guerra mondiale e i progetti utopistici di una comune di intellettuali, “Qui rido io” tematizza il passaggio dalla società tradizionale ottocentesca alla modernità del XX secolo. Questo è il primo dei due racconti che costituiscono l’ossatura del film, a cui si aggiunge quello familiare: i numerosi figli di Scarpetta covano in silenzio il desiderio di maggiore indipendenza e di riconoscimento da parte del loro padre-padrone, tiranno che si è sempre relazionato con i suoi consanguinei più in veste di sultano del proprio harem e capobottega del suo teatro che come figura genitoriale. Il racconto storico, riguardante il trapasso verso la modernità, viene raccontato non solo tramite i tentativi di ribellione al padre da parte dei figli, ma è anche rappresentato dalla diatriba fra arte alta e bassa, che nel film  si concretizza nel processo intentato da D’Annunzio verso Scarpetta, reo di aver parodiato una sua tragedia. Il “teatro d’arte”, difeso dai sodali del Vate, si scaglia contro quello popolare concretizzato dalla figura di Sciosciammocca, il personaggio creato dal protagonista del film: in questa polarità  si riconosce facilmente l’opposizione fra cultura alta e quella popolare degli anni centrali del Novecento, fino alla distinzione fra apocalittici e integrati. La modernità del secolo scorso viene altresì simboleggiata dal cinematografo, presente sin dalle primissime scene del film (Martone sceglie di iniziare il proprio lungometraggio usando delle vedute, dei corti appartenenti al cinema primitivo, raffiguranti il lungomare partenopeo) e periodicamente nominato lungo l’intera pellicola: il figlio Vincenzo cerca di liberarsi dalla tirannica influenza paterna approfittando di questa industria nascente e Scarpetta si mostra più volte infastidito dalla recente invenzione. Inoltre, il film è ambientato nel primo decennio del XX secolo, periodo in cui il cinematografo si è strutturato in forma industriale, mentre Scarpetta è a capo di una compagnia teatrale popolare di matrice artigianale, una sorta di bottega a conduzione familiare in cui ognuno dei membri deve contribuire. Anche il cinema vivrà un dibattito riguardante l’opposizione fra artistico e popolare, che indirettamente viene ripresa dallo stesso Martone: la magnifica scena iniziale vede la macchina da presa filmare la rappresentazione in teatro di “Miseria e nobiltà”, una delle commedie di maggior successo di Scarpetta, alternando le riprese dal punto di vista del pubblico, cioè inquadrando frontalmente il palco, ad altre ambientate dietro le quinte, mentre gli attori si preparano e la macchina teatrale lavora a pieno regime. Ebbene: le ultime inquadrature della rappresentazione teatrale mostrano Toni Servillo mentre recita la pièce non come prescritto dal copione originale, ma come venne trasformata da Totò: infatti, fu quest’ultimo ad introdurre nel film omonimo alcune gag come quella in cui, mentre i personaggi si avventano voracemente sulla tavola imbandita, il protagonista agguanta gli spaghetti e ne ripone alcuni nelle tasche della giacca per conservarli.

Questi due racconti, riguardanti la vita familiare di Scarpetta e la vicenda storica più ampia, sono in realtà fortemente intrecciati. Il protagonista tenta di resistere al nuovo che avanza, chiudendosi in una vita dorata fatta di lusso ma, al contempo, rimanendo sempre in forte contatto con il suo pubblico: è questa la vera forza dell’uomo che, dunque, si confonde in continuazione con l’attore. Scarpetta recita sempre: si serve della sua maschera teatrale (di Sciosciammocca, il personaggio che lo ha portato al successo) per raggiungere la floridità economica e per rafforzare la propria autostima nei momenti maggiormente delicati. Ne è un esempio la sequenza in cui, a seguito della polemica che ha portato all’interruzione della parodia della tragedia di D’Annunzio, entra improvvisamente sul palco al posto del figlio, a cui aveva promesso poco prima il ruolo di protagonista, al solo scopo di raccogliere gli applausi del pubblico e dunque di sentirsi ancora apprezzato. Sciosciammocca ritorna anche nel finale, creando così una struttura circolare data dalla performance teatrale del protagonista mentre indossa la propria maschera attoriale: durante il processo, Scarpetta, chiamato a deporre, domina l’intera aula di tribunale (avvocati accusatori, carabinieri e giuria compresi) con la propria irruenza istrionica e la sua grande capacità comica. Martone sceglie di concludere il film in questo punto, portando la macchina da presa a indietreggiare mentre la fotografia dissolve dal colore al bianco e nero, rimanendo per qualche secondo su una scena statica: l’aula di tribunale ride insieme al suo mattatore, posto al centro dell’inquadratura mentre gli altri personaggi sono disposti intorno a lui, creando un tableau vivant come venivano realizzati all’inizio della storia del cinema. Così, in questo cerchio, si prefigura l’avvento del cinematografo e il trapasso dal teatro a quest’ultimo.

Infine, l’ambito in cui si intrecciano maggiormente i due racconti di cui si compone il film è quello simbolico, relativo alla ricerca di individualità e alla conseguente uccisione freudiana del padre necessaria per ottenerla. Ognuno dei personaggi del film è, infatti, alla costante ricerca del riconoscimento da parte della figura paterna: tanto da un punto di vista biologico, cosa che ricercano i figli, in particolare il piccolo Eduardo De Filippo, sia da uno simbolico, bramato dallo stesso Scarpetta quando si rivolge a D’Annunzio al fine di ottenere la sua autorizzazione alla parodia, cosa che avrebbe posto sullo stesso livello le due opere teatrali e, dunque, le due forme artistiche. Tuttavia, il riconoscimento non avviene mai e la figura paterna non viene mai spodestata; così i personaggi sono condannati a ricercare la propria indipendenza e individualità (sia artistica nel caso del protagonista, sia psicologica nel caso dei figli) tramite la sublimazione artistica. Oltre alla performance teatrale della maschera di Sciosciammocca che contrassegna il finale del film e che gli assicura di vincere il processo, anche i figli non riconosciuti possono abbracciare il padre reale durante la finzione della commedia, approfittando di una battuta che sollecita desideri nascosti ma brucianti e vivi: “A chi si figlio tu?” recita Scarpetta verso il piccolo Eduardo, che subito si getta fra le braccia del padre biologico dopo aver pronunciato la battuta “Vicienzio m’è pate a me”.

15/09/2021

Cast e credits

Distribuzione
01 Distribution
Durata
133'
Produzione
Indigo Film, Rai Cinema, Tornasol
Sceneggiatura
Mario Martone, Ippolita Di Majo
Fotografia
Renato Berta
Scenografie
Giancarlo Muselli, Carlo Rescigno
Montaggio
Jacopo Quadri
Costumi
Ursula Patzak

Trama

Agli inizi del Novecento, Eduardo Scarpetta è un ricco attore e un affermato autore teatrale. La sua vita scorre nel lusso, nell'adorazione da parte del pubblico e nell'abbraccio della sua compagnia teatrale, coincidente con la sua famiglia composta dalla moglie, dalle amanti e dai figli legittimi e non. La sua carriera subisce una forte battuta d'arresto a causa del processo intentatogli per plagio da D'Annunzio.
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