azione, giallo, thriller | Belgio/Lussemburgo/Francia/Italia (2025)
Un grande e intoccabile autore disse che “il cinema è la vita senza le parti noiose”, citazione che a seconda dei casi può essere tanto vera quanto discutibile. Nel corso della loro carriera, sembra quasi che i due registi belgi Cattet e Forzani abbiano preso questo concetto alla lettera e lo abbiano portato all'estremo limite. Nei quattro lungometraggi realizzati finora l'essenza è rimasta la stessa: prendere il cinema di genere europeo degli anni '60 e '70 (praticamente lo stesso immaginario cannibalizzato da Tarantino con molto più successo) e distillarlo ai minimi termini, riproponendone l'estetica visiva e musicale, ma mantenendo solo le componenti elementari. Cose come rasoi e lame che lacerano corpi, assassini mascherati, voyeurismo morboso e indumenti di pelle che scricchiolano, suono più presente in questi quattro film che in tutta la storia del cinema messa assieme.
Anche se il genere di appartenenza della coppia di registi è l'horror, o meglio il giallo all'italiana, come si era visto con i primi due film (“Amer” e “Lacrime di sangue”), c'è stato poi uno sconfinamento con una specie di western-noir (“Laissez bronzer les cadavres”), e in “Reflection in a Dead Diamond” assistiamo a un bizzarra fusione tra il “Diabolik” di Mario Bava e “Viale del Tramonto”. C'è una vecchia spia (Fabio Testi, che già da solo simboleggia tutta un epoca) che trascorre la pensione in un comodo albergo della Costa Azzurra, dove viene affascinato da una giovane donna, che osserva da lontano o ascolta attraverso le pareti. Questa attrazione risveglia il passato dell'uomo, che comincia a ricordare frammenti delle sue avventure. Ma fin da subito la narrazione è a malapena comprensibile, piuttosto si ricava da un mosaico di azioni e sguardi che sfociano l'uno nell'altro, ed è tutto un grande spettacolo sensoriale, che presto diventa un vero e proprio bombardamento di colori e suoni, in cui il budget limitato è compensato dall'inventiva e la precisione chirurgica del montaggio. In questo senso è un film denso, che non si ferma un attimo in 87 minuti e potrebbe soddisfare qualcuno che si chiedesse cosa ne sarebbe uscito se Bava avesse fatto videoarte.
È tutto un grande esercizio di stile questa esplosione postmoderna di generi, ma oltre alla sua unicità (per consapevolezza tecnica del linguaggio, e radicalità nell'applicarlo) ha dalla sua anche una vena teorica, o forse solo revisionista, nella sua decostruzione di quell'estetica, in particolare per quanto riguarda le ossessioni voyeuristiche di quel tipo di cinema, e le sue figure femminili, spesso semplificate o comunque ridotte all'orizzonte dell'Altro (e in effetti erano in larga parte film fatti da uomini e per uomini). Questa volta il fattore inedito rispetto ai precedenti lavori del duo sta nella lenta progressione del film, che andando avanti esplicita la dimensione meta-cinematografica; la spia è in realtà solo un attore, i ricordi sono spezzoni di film. Ma è una riflessione di stampo senile come il protagonista (e come molti dei film negli ultimi anni che “omaggiano il cinema”) e sembra che gli stessi autori ammettano di aver quasi finito il carburante. Dopo l'assalto ai sensi dello spettatore, questo grande film di (ri)montaggio dà l'impressione di essere stanco della sua stessa operazione. E allora l'ultima immagine prima dei titoli di coda potrebbe anche essere l'ultima della carriera di Cattet e Forzani; forse l'unica che hanno mai girato in digitale, un saluto amaro a quel cinema tanto amato a cui devono tutto, o quasi. E se fosse veramente l'ultimo film che fanno, sarebbe un gran finale. Non è per tutti, ma per la piccola nicchia che ha seguito questo strano percorso autoriale il film è stato un ritorno in ottima forma.
cast:
Fabio Testi, Maria de Medeiros, Yannick Renier, Koen De Bouw
regia:
Bruno Forzani, Hélène Cattet
titolo originale:
Reflet dans un diamant mort
distribuzione:
Lucky Red
durata:
87'
produzione:
Kozak Films, Les Films Fauves, CNC, Arte
sceneggiatura:
Hélène Cattet, Bruno Forzani
fotografia:
Manuel Dacosse
scenografie:
Laurie Colson
montaggio:
Bernard Beets
costumi:
Jackye Fauconnier