La stanza del figlio

La stanza del figlio


Nanni Moretti

Drammatico | Francia, Italia
(2001)
“E quando andrò/ devi sorridermi se puoi/ non sarà facile, ma sai/ si muore un po’ per poter vivere”
Lo straziante dolore di una perdita incolmabile a cui non sembra esserci rimedio. La razionalità, il razionalizzare della scienza dell’anima, impotenti davanti alla tragedia. L’incapacità di porre rimedio, se non aggrappandosi a dettagli, fissazioni, ricerche, per poi ritrovarsi uniti, di nuovo, forse, a ritrovare in se stessi, nella famiglia, negli altri, in un amore mai iniziato, la forza di continuare.
“La stanza del figlio” arriva dopo “Caro diario” e “Aprile”, dove l’esperienza personale fatta a pezzi, come i ritagli di giornale, mescolata all’analisi politica, si innestava nel racconto-commedia delle gioie e delle ansie della nascita del figlio, fino a una sorta di conto chiuso. Moretti qui volta pagina. Rinnova se stesso e il suo cinema. Racconta la morte del figlio stavolta, con ordine, quasi ricostruendo un dramma reale, per addizioni. Rinuncia a narcisismi, ossessioni, a “dire qualcosa di sinistra” per una messa in scena rigida, secca, asciutta, bressoniana, fatta di quadri che si succedono; inquadrature controllate, musiche, suoni, dettagli, sguardi e silenzi. Rigorosa eppure emotivamente coinvolgente nel sovrapporre momenti onesti, sterili nella loro verosimiglianza, pugni allo stomaco. Sguardi, dicevamo, di serena normalità prima, di dolore e rassegnazione poi, di speranza infine. Perché non sia solo un film di disperazione e lutto, ma di rinascita e scoperta.
Nella prima sequenza, la corsa di Moretti finisce in un bar, per la colazione accompagnata dal bicchiere d’acqua del mattino come suggerito in “Caro diario”, e all’esterno gli Hare Krishna cantano, ballano, esprimono con il corpo, con la fisicità e il movimento la gioia per la vita. E lo sport, qui, più marcato che in altri film di Moretti, è usato come metafora di vita, modo per sentirsi vivi e non morire, ma anche presagio e portatore di morte. Le avvisaglie, un’atmosfera di morte, sono sparse in tutta la prima parte: elementi di tensione, ansie, sospetti, se rivisti in prospettiva – “Arrivederci, amore ciao” (già citata in “Bianca“), la poesia di Carver sulle dita dei piedi che si sono scordate cosa voleva dire essere vive, e soprattutto il fallimento professionale: l’incapacità del protagonista di adeguarsi ai propri pazienti, di dare risposte convincenti a domande che atterriscono. Per tutto il tempo il protagonista cerca risposte che non ha. Proprio lì, dove lo psicanalista dovrebbe saper comprendere e reagire, fallisce. Non sa difendere se stesso e chi gli sta accanto dal dolore. Fallisce come le risposte incomplete e assurde della fede.
Moretti investe il cinema del potere di far rivivere, di ripensare, porre rimedio e riscrivere il corso degli eventi – parole non dette, una corsa mai fatta. Pervaso di profondo rispetto per il dolore, il film lascia addosso una serie di sequenze dalla lunga eco, come la telefonata incompleta in ospedale; i minuscoli assordanti dettagli della chiusura della bara; il luna park per provare a sentirsi vivi; “By This River” di Brian Eno nello splendido finale. Film dove a voler trovare dei difetti c’è da evidenziare una recitazione acerba dei più giovani, salvo Jasmine Trinca, ma che conferma l’intesa con Laura Morante, 18 anni dopo “Bianca”, e vale la Palma d’oro e altri riconoscimenti.
Speranza, dicevamo: il fallimento perpetuo di flussi di domande senza risposta, problemi senza soluzioni, drammi senza consolazioni sembra potersi interrompere. Qualcosa, nascosto dietro gli sguardi, sepolto dentro l’animo umano, può svelarsi, risalire, palesarsi e rivelare spiragli di speranza, nuove fragili prospettive e aspettative come per un viaggio, quando comincia un altro giorno e sembra possibile, forse, riprendere tutto daccapo.

27/02/2014

Cast e credits

Distribuzione
Sacher Distribuzione
Durata
99'
Produzione
Bac Films, Canal+, Rai Cinemafiction, Sacher Film, Telepiù
Sceneggiatura
Nanni Moretti, Heidrun Schleef
Fotografia
Giuseppe Lanci
Montaggio
Esmeralda Calabria
Musiche
Nicola Piovani
Costumi
Maria Rita Barbera

Trama

Giovanni è uno psicanalista, sposato, con due figli, che conduce una vita regolare e serena, tra lavoro, sport e vita in famiglia. Ma le vite di tutti vengono sconvolte da un lutto terribile che li travolge e che ne mette a rischio la stabilità.
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