Star System – Se non ci sei non esisti

Star System – Se non ci sei non esisti


Robert B. Weide

Commedia | Gran Bretagna
(2008)
“Un alieno a Vanity Fair”, il romanzo autobiografico che sta alla base di questa commedia di Robert Weide, è una delle opere più divertenti e dissacranti degli ultimi anni. Il ritratto di un perdente tout court, che mette in luce le contraddizioni di un paese a lui straniero (gli Stati Uniti d’America) discutendone le fondamenta (il mito del successo e la “meritocrazia”, termine coniato proprio dal padre di Toby Young), sbeffeggiando divi e personaggi famosi, senza timore di fare nomi e cognomi. Quello che traspare dal romanzo di Toby Young, nonostante il tono ironico e spigliato alla Nick Hornby, è un vero senso di amarezza e sconfitta, che era lecito non aspettarsi nell’inevitabile adattamento cinematografico di questo best seller. Aver letto “How To Lose Friends & Alienate People” ha l’effetto collaterale di sminuire i pregi di una commedia comunque gradevole e ben interpretata, che però al romanzo di Young (ripetutamente cacciato dal set perché aveva da ridire su ogni cosa) si avvicina proprio alla lontana.

 

Cambia epoca, cambiano i nomi dei personaggi, cambia il nome della rivista per cui va a lavorare il protagonista (che diventa “Sharps”), ma questo è il meno. Weide e lo sceneggiatore Peter Straughan smussano i lati più controversi del romanzo (la dipendenza da alcool e cocaina di Young), citano gli episodi più bizzarri (e che suscitano la risata), come quello del malcapitato cagnolino Cuba o del transessuale portato a casa per errore, e si “dimenticano” di passaggi fondamentali come le continue frustrazioni lavorative del protagonista che vede i propri articoli rifiutati di continuo, ma soprattutto trasforma Young da intellettuale goffo e fuori posto nella grande mela, dove sperava di ritrovare il mondo dei film con Cary Grant, in un simpatico e iconoclasta idiota, su misura per la comicità di Simon Pegg, che distrugge qualsiasi cosa gli passi a tiro. Ma, almeno nella prima parte, la pellicola di Weide ha buon ritmo e in un paio di occasioni sa affondare gli artigli in quello “Star System” che campeggia nel titolo nostrano (la stampa in mano agli uffici stampa dei divi). Peccato che poi, prendendo strade completamente diverse dal romanzo, il film viri verso un più prevedibile romanticismo, concentrandosi sulla contrastata love story tra il protagonista e la collega Alison (Kirsten Dunst), mettendo in secondo piano quel discorso sul vacuo mito del successo che era la forza dell’incipit, e inventandosi un climax finale di “peccato e redenzione” (con il protagonista che assaggia quella fama che tanto ambiva a raggiungere, ma poi si pente) che fa molto cinema yuppie anni 80.

 

Resta il buon gioco d’attori, con un grande Jeff Bridges nel ruolo del direttore della rivista, quasi un “Drugo Lebowski” inacidito e convertito al Dio Denaro (nell’ufficio ha un poster de “Il disprezzo” di Godard e sogna di bruciare il palazzo dove lavora) e una super sexy Megan Fox che interpreta con ironia un’attrice senza cervello, dialoghi sovente spiritosi (“il film più bello di sempre è Con Air“) e tocchi cinefili inaspettati (il finale che scorre in parallelo alla proiezione de “La dolce vita” di Fellini). Considerato il materiale di partenza ci si poteva aspettare qualcosa di più, ma anche così non occorre lamentarsi troppo.

01/05/2009

Cast e credits

Titolo Originale
How To Lose Friends & Alienate People
Distribuzione
Mikado
Durata
110'
Sceneggiatura
Peter Straughan
Fotografia
Oliver Stapleton
Scenografie
John Beard
Montaggio
David Freeman
Musiche
David Arnold
Costumi
Annie Hardinge

Trama

Dalla Gran Bretagna agli Usa, il goffo giornalista Sidney Young tenta di fare successo e trovare l'amore: con esiti disastrosi
Digger
Digger

Un'opera dalla regia rigorosa e viscerale, che conferma la densità stilistica di Iñárritu. Pur con qualche ridondanza strutturale che ne frena la tensione drammatica, il film offre un'efficace e lucida decostruzione psicologica dei personaggi

Her Private Hell
Her Private Hell

Nicolas Winding Refn torna al lungometraggio con un’opera visivamente magnetica che interroga la paternità tra protezione, controllo e possesso. Ma nel tentativo di decostruire la figura del padre, Her Private Hell rischia di trasformare quella della figlia nell’ennesimo oggetto del proprio sguardo

Heart of the Beast – Nel profondo selvaggio
Heart of the Beast – Nel profondo selvaggio

"Heart of the Beast" di David Ayer è l'ultimo di una serie di film che raccontano la wilderness americana rispolverando il mito della frontiera. Ne risulta un film di sopravvivenza in cui lo spazio dell'azione è affiancato da una contemplazione rispettosa del creato in ogni sua forma, retto sull'interpretazione tutta fisica di Brad Pitt

Una storia
Una storia

"Una storia" di Anna Foglietta ha ottime premesse e può contare sulla bravura dei due protagonisti, ma non convince del tutto: la scelta di raccontare questo dramma familiare attraverso una regia estremamente statica, inquadrature fisse e lunghi silenzi finisce per appesantire il ritmo

Possible Love
Possible Love

VENEZIA 83 - Otto anni dopo "Burning", Lee Chang-dong torna con un altro dramma in cui affronta questioni che sono al contempo di bruciante attualità e universali: la disparità di classe e la verità dei sentimenti. Un'opera densa e stratificata che può vantare anche uno straordinario quartetto di attori, premiata con il Leone d'Argento - Gran Premio della Giuria

Palestina 36 – Quando tutto ebbe inizio
Palestina 36 – Quando tutto ebbe inizio

Palestina, 1936, durante il protettorato britannico. Un villaggio di palestinesi cristiani vede le proprie terre sottratte per far posto a una colonia ebraica. Il film racconta con efficacia la rivolta che segue, pur in maniera a volte didascalica

Resident Evil
Resident Evil

Con un reboot radicale, Zach Cregger tradisce la lore del videogioco per abbracciarne la geometria formale. Tra luci espressioniste, spazi claustrofobici e montaggio sincopato, i tropi del survival horror diventano stile. Pur prevedibile nella scrittura, il film è un horror solido e grottesco.

Nessun Dolore
Nessun Dolore

In "Nessun Dolore" Gianni Amelio torna a raccontare il presente con un film testamentario e poetico che parte da uno dei temi più cari al suo cinema, quello del mancato incontro tra un padre e un (possibile) figlio, per mettere in scena la palingenesi di un personaggio "eretico", un Alessandro Borghi in stato di grazia, disposto all’esilio sociale pur di non rinunciare all’empatia verso i più deboli