Star Wars: Episodio VII – Il risveglio della Forza

Star Wars: Episodio VII – Il risveglio della Forza


J.J. Abrams

Fantascienza | Usa
(2015)

Mastro Yoda ci aveva impiegato tanta fatica a spiegare ai suoi allievi prediletti l’essenza della Forza: lo aveva fatto con Obi Wan Kenobi, con Anakin Skywalker, con Luke, sottoposto peraltro a un duro addestramento psico-fisico. La Forza avvolge tutto, compenetra i corpi e copre le distanze. Contenerla, controllarla, farne un uso saggio; tutte azioni per cui i cavalieri Jedi si preparavano con sacrificio e duro lavoro. E Yoda illustrava tutto ciò con una semplicità disarmante. Ma tutta la (doppia) saga di “Guerre stellari” è così: tanto elementare nello spunto di partenza, nella scrittura dei personaggi, quanto inspiegabilmente epica e dalla insopprimibile tragicità shakespeariana nella resa finale. Era la dote di George Lucas, la sua impronta inimitabile sulle vicende intergalattiche.

Va detto, quando si è saputo che a dirigere l’Episodio VII, il primo della trilogia sequel, all’alba della nuova era targata Disney, sarebbe stato J.J. Abrams, un brivido di fiducia ci ha attraversato: chi meglio di un sognatore sconfinato come il creatore di “Lost” per riprendere, a dieci anni dall’ultima sortita, uno dei mondi cinematografici più complessi, adorati e idolatrati di sempre? Abrams, troppo frettolosamente considerato un regista blockbuster, è in realtà autore con una sua concezione della Settima arte ben precisa, con quella sua ossessione per il concetto di destino, con la sua ricerca di una circolarità degli eventi, che porta a creare un universo parallelo fatto di rimandi, riferimenti suggeriti. Insomma, l’incontro tra il regista di “Super 8” e la creazione di Lucas aveva un che di leggendario già prima di essere partorito.

Ecco, invece, che la fusione fredda di questi due mondi paralleli ha dato alla luce un figlio amorfo, anodino, un oggetto freddo e lucido, come è la brillante e perfetta messa in scena, l’eccezionale utilizzo della tecnologia e del 3D, la spropositata ambizione nell’affastellare dettagli visivi, paesaggi e perdita d’occhio, battaglie coreografate come movimenti di danza classica. Per quanto si resta a bocca aperta per la prodigiosità del risultato estetico, tanto si rimane perplessi per l’incapacità di accettare che si tratti davvero di un ritorno a “Star Wars”. Certo, l’emozione è forte quando scorriamo la didascalia iniziale, quando sentiamo la colonna sonora di John Williams, quando passiamo da una scena all’altra con il montaggio che fa il verso a quello originario, quando rivediamo vecchi amici, rugosi ma inconfondibili, riapparire sulla scena. Ma è un fuoco di paglia, un lavoro di marketing per solleticare la fantasia degli adepti, una strizzatina d’occhio per chi andrà al cinema e pretenderà di avere Han Solo, la principessa Leia o Chewbecca.

Per il resto, colpisce un fatto. Abrams, che aveva dato una linfa nuova eppure così personale a un altro marchio pluridecorato con i suoi due “Star Trek”, qui pare soffrire molto le galassie immaginate da Lucas. Manca appunto quel respiro drammatico, l’afflato globale di una narrazione che non era solo racconto di fantascienza, ma visione d’insieme d’un mondo complesso. Abrams, aiutato in fase di sceneggiatura da Lawrence Kasdan, il co-sceneggiatore della prima trilogia, tende invece a semplificare, a fare un lavoro di sottrazione dei sottotesti narrativi. Ne viene fuori un fantasmagorico action che della saga lucasiana conserva, più che altro, dei gadget, dei loghi, delle allusioni, spesso forzate nella loro inutilità. Anche i palesi richiami scenografici alla prima trilogia sono più che altro effetti digitali su sfondo verde e nulla più: c’è il deserto di “Una nuova speranza” e c’è il ghiaccio de “L’impero colpisce ancora”. Un catalogo da perfetto conoscitore della materia, in sostanza.

Sia chiaro, qui non si vuole processare la scelta, pure voluta, di limitare al massimo gli intrecci di sceneggiatura a favore di molta azione e spettacolarizzazione. Probabilmente, una decisione dovuta anche alla necessità di fidelizzare immediatamente il giovane pubblico ai nuovi eventi in vista dei prossimi episodi. Qui, semmai, vogliamo muovere una critica ai segni di debolezza di un autore che, di fronte a qualcosa di mitico, non è riuscito né a piegare la leggenda al suo credo artistico, che ne “Il risveglio della forza” è praticamente impalpabile, né a porsi in una posizione di umile esecutore per tentare di riproporre gli antichi fasti.

Dimenticate le complicazioni politiche e sociali dei pianeti ideati da Lucas, l’Episodio VII si limita a una messa in scena fugace dell’eterna Lotta, tra la Forza e il suo lato oscuro. Ma è impossibile non rimanere perplessi di fronte a un eccesso di superficialità nel racconto di questo contrasto: se Luke aveva dovuto soffrire e mettersi in gioco per molto tempo prima di comprendere i duri insegnamenti di Yoda e di Kenobi, per la giovane Rey è tutto molto più facile, diretto, a portata di spada laser. Stesso discorso da applicare all’antagonista di turno: laddove Darth Vader aveva un controllo assoluto del suo potere malvagio, il giovane Ren, interpretato da Adam Driver, è descritto quasi come un indisciplinato giovane ribelle. Certo, i personaggi potrebbero crescere nei prossimi film, ma al momento di loro ben poco ci resta.

La colpa di Abrams, se di colpa in questo caso si può parlare, è quella di aver forse peccato di presunzione nella gestione di una complessa materia come quella di “Guerre stellari”: non basta congegnare alcuni raccordi narrativi con il passato per riagganciarsi a quella gloriosa epopea, se non se ne vuole cogliere lo spirito intrinseco. E rafforza questa convinzione l’abuso che il cineasta newyorkese ha fatto di una sua arma forte, ovvero il registro ironico. La comicità di alcuni risvolti nei dialoghi, elemento mai preso in considerazione nella galassia originaria, stride ancor di più con la tragedia incombente, con il ritorno del Male, con la necessità per la Resistenza di riorganizzare una battaglia per difendere la democrazia minacciata.

Insomma, se vogliamo goderci due ore di sci-fi ad alto tasso adrenalinico, lo “Star Wars” abramsiano è un giocattolo-prodigio. Ma dimentichiamoci il mito, lasciamo da parte i nobili principi Jedi e non domandiamoci più come poterci opporre al lato oscuro della Forza.

18/12/2015

Cast e credits

Titolo Originale
Star Wars: The Force Awakens
Distribuzione
Walt Disney Studios Motion Pictures
Durata
135'
Produzione
Bad Robot Productions, Lucasfilm
Sceneggiatura
Michael Arndt, Lawrence Kasdan, J. J. Abrams
Fotografia
Daniel Mindel
Scenografie
Rick Carter, Darren Gilfort
Montaggio
Maryann Brandon, Mary Jo Markey
Musiche
John Williams
Costumi
Michael Kaplan

Trama

E' la settima pellicola della saga di “Guerre Stellari” e il primo episodio di una nuova trilogia ambientata trent’anni dopo gli eventi de “Il ritorno dello Jedi”, ultimo episodio della cosiddetta trilogia originale. L'indipendente e solitaria Riley, il soldato pentito Finn e il pilota di caccia Poe, danno inizio a una nuova grande avventura contro i cattivi dediti al Lato Oscuro della Forza, tra cui il minaccioso Kylo Ren. Lungo la strada incontreranno nuovi amici, nemici e volti noti, come quello di Ian Solo e della principessa Leila, divenuta un generale.
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