La terra dei morti viventi

La terra dei morti viventi


George A. Romero

Horror | Canada, Francia, Usa
(2005)

Tutti i film della saga romeriana sui non-morti sono apparsi in momenti di grande importanza storico/sociale per gli Stati Uniti (e non solo). Tutti e quattro i capitoli sono stati lo specchio deformato e grottesco di un America sull’orlo del collasso.

Lo stesso Romero non ha mai negato che la componente politica fosse un elemento centrale nella sua opera.

“La notte dei morti viventi”, arrivò nel ’68, durante la guerra del Vietnam, e ci presentò un’umanità spaventata e in fuga da un nemico che non riusciva a comprendere. Non è un caso che l’eroe della pellicola sia un nero, che alla fine del film viene ucciso dai soldati, essendo scambiato per uno zombi.

“Zombi”, ipercinetico e spettacolare sequel de “La notte dei morti viventi”, è datato 1978, esattamente dieci anni dopo. E ancora una volta il pubblico si trova di fronte a un horror militante e fuori da ogni schema. Una feroce satira della nuova società dei consumi, in cui i pochi sopravvissuti all’assalto dei morti viventi, si riparano all’interno di un centro commerciale, dove cominciano una vera e propria seconda vita: all’interno del paradiso artificiale, il supermarket come non luogo per eccellenza, i protagonisti tentano, vanamente, di ignorare la minaccia esterna.

1985: “Il giorno degli zombi”. Parrebbe essere il capitolo finale di una trilogia senza precedenti nella storia del cinema orrorifico. Ancora più esplicitamente politico, quasi più dialoghi che sangue, il film di Romero racconta di come gli esseri umani, per scampare ai non-morti, si siano rifugiati in bunker sotterranei, e di come il potere sia stato preso dai militari senza scrupoli. I disgustosi zombi (che si scopre, sono in grado di apprendere) diventano quasi più simpatici degli uomini. E il film è un duro pugno in faccia verso la puritana America di Reagan.

“La terra dei morti viventi”, ultimo (per ora, è in arrivo un “Diary of the Dead”) capitolo del ciclo degli zombi, è un progetto che il regista ha accarezzato per anni, ma che gli studios gli hanno sempre negato.

Sono stati necessari “28 giorni dopo” di Danny Boyle e “L’alba dei morti viventi” di Zack Snyder (non disprezzabile remake dello “Zombi” di Romero), entrambi buoni successi al botteghino, a permettere che le riprese di “Land of the Dead” cominciassero.

Ci troviamo di nuovo di fronte a un horror radicale e diverso da qualsiasi prodotto sfornato dall’attuale Hollywood. Lo sguardo del regista è impietoso come non mai, e il film è senza dubbio il più politico della saga.

I morti viventi hanno ormai il controllo dell’intero pianeta, e gli umani sopravvissuti sono raggruppati all’interno di una città-fortezza, al cui centro si trova il Fiddler’s Green, il palazzo del magnate Kaufman, (interpretato, che ironia, da un mefistofelico Dennis Hopper, proprio colui che alla fine degli anni 60 si fece cantore della controcultura Usa con “Easy Rider”), vero e proprio padrone della città, dove ha istituito anche uno speciale corpo di polizia ai suoi ordini.

All’interno della torre del miliardario, pochi eletti, in altre parole i più ricchi, conducono una vita agiata e incurante del pericolo circostante. Fuori, le altre persone vivono nella povertà: chi si oppone a Kaufman è eliminato.

Tra di loro ci sono Riley (Simon Baker) e Cholo (John Leguizamo): il primo vorrebbe fuggire al nord, dove “non c’è nulla”, l’altro aspira a vivere all’interno del Fiddler’s Green, ed è disposto anche a ricattare il padrone della città, minacciando di far saltare in aria la sua torre.

A scombinare i piani di tutti ci penseranno gli zombi, più intelligenti e aggressivi che mai, decisi a penetrare all’interno della città, ad ogni costo.

Il film di Romero è come una scheggia impazzita nell’America post-11 settembre di George W. Bush: una pellicola pessimista, dura, visionaria (il gore – curato dal duo Kurtzman e Nicotero, che sostituiscono il veterano e leggendario Tom Savini –  si spinge a livelli estremi, impensabili in un film americano).

Ormai non c’è più una distinzione netta tra buoni e cattivi, tanto più che lo spettatore è portato quasi a tifare per gli orrendi zombi, piuttosto che per gli stolti umani, che depredano la città e si accaniscono sui non morti con deprecabile e inutile violenza.

I morti viventi sono diventati più intelligenti, riescono a comunicare tra loro, dimostrano di avere dei sentimenti, e capitanati dall’enorme Big Daddy, imparano pure a servirsi delle armi.

Gli uomini, che pensano di distrarre gli zombi grazie a fuochi artificiali sparati nel cielo, sono al contrario privi d’ogni passionalità, interessati solo al denaro, pronti ad ammazzarsi per una bottiglia di liquore, e in perenne conflitto tra loro.

Il film di Romero è giocato interamente attorno al tema del ruolo sociale. Così, come nel Carpenter più militante, gli zombi sono interamente composti da operai, meccanici, macellai, dai lavoratori in definitiva, che attaccano il mondo dei viventi solo perché questi ultimi hanno invaso il loro territorio, mentre i pochi “eroi” della vicenda sono dei “freak” ed emarginati: uno sfregiato, una prostituta (interpretata dalla nostra Asia Argento, e non dimentichiamoci che il padre Dario collaborò alla sceneggiatura e alle musiche dello “Zombi” di Romero), un ladruncolo.

La vera malvagità è allora quella dell’alta borghesia, dei ricchi e dei corrotti che vivono nell’agiatezza e nell’ignoranza all’interno del loro palazzo-fortezza.

Romero mette in bocca al personaggio di Dennis Hopper le battute più spietate e significative dell’intero film: “Noi non trattiamo con i terroristi” risponde il magnate, che si sbarazza degli oppositori politici facendoli scaricare nella spazzatura, al ricatto di un ex dipendente. E sempre Hopper esclama, furioso, “voi non ne avete il diritto, non avete nessun diritto”, osservando gli zombi che attaccano la città.

L’intero senso del film è situato, però, nelle parole finali di uno dei protagonisti, che, motiva il rifiuto all’uccisione di un gruppo di non-morti, dicendo “in fondo stanno cercando solo un posto in cui andare, come noi”.

La saga di Romero si conclude quindi all’insegna di un’importante lezione morale, che ci invita al rispetto e alla convivenza con il diverso, in qualunque forma si presenti.

“La terra dei morti viventi” è un film importantissimo e attuale, a cui si perdonano anche diversi difetti, come un evidente calo di ritmo nella parte centrale, una certa bidimensionalità dei personaggi, il livello di recitazione non proprio eccelso (e non è tutta colpa di Asia Argento, che comunque dovrebbe imparare che è meglio se non si doppia da sola).

Avvicinandosi maggiormente alla fantascienza urbana del già citato John Carpenter (chiamato in parte anche dalla martellante colonna sonora, che ricorda da vicino quella di “Fantasmi da Marte”), a discapito dei classici spaventi da film horror, Romero rischia di inimicarsi i fan di lunga data, ma ha il coraggio di spingersi in territori da lui ancora inesplorati, conferendo al film una propria identità (e c’è da dire che ogni capitolo della saga è profondamente diverso dall’altro, non solo a livello formale).

Il cinema di genere americano, dopo l’ultimo episodio di “Star Wars” e una “Guerra dei mondi” incredibilmente cupi e dalle forti connotazioni politiche, dimostra di avere ancora qualcosa da dire, e di non essere solamente mero intrattenimento fine a sé stesso.

09/06/2008

Cast e credits

Titolo Originale
Land Of The Dead
Distribuzione
Universal
Durata
93'
Sceneggiatura
George A. Romero
Fotografia
Miroslaw Baszak

Trama

In un imprecisato futuro, i morti viventi hanno preso il controllo dell'intero pianeta, e i pochi umani superstiti vivono in un lusso fittizio tra i grattacieli di Fiddler's Green, dove a dettar legge è il viscido Kaufman. In questo scenario apocalittico prendono piede le mosse di vari personaggi: il mercenario Cholo ricatta il boss Kaufman minacciando di distruggere la città con un potente mezzo blindato, mentre Riley e la prostituta Slack, che hanno il compito di fermarlo, vorrebbero fuggire da quel mondo impazzito. Intanto gli zombie incombono minacciosi, sempre più intelligenti e voraci.
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