The Life of Chuck

The Life of Chuck


Mike Flanagan

Drammatico, Fantastico | Usa
(2024)
5.5

Molto presto, con l’uscita della serie “Carrie” (Amazon MGM), Mike Flanagan staccherà Frank Darabont (“Le ali della libertà”, “Il miglio verde”…) nella lista dei registi che hanno realizzato più adattamenti dai lavori di Stephen King. La vena del filmmaker di Salem ben si sposa con la poetica del discusso e prolifico scrittore del Maine, dato che entrambi amano bilanciare nelle loro storie un intenso lato emotivo accanto agli elementi horror, spesso incarnato da protagonisti fragili, deboli o vessati dalle ingiustizie. Si tratta insomma di un horror umanista oppure, come in questo caso, di un umanismo horror.

Prevale il lato umano in questo accorato racconto biografico, seppur attraversato da una pletora di particolari grotteschi. Il primo riguarda il senso anti-cronologico del racconto, che comincia con l’atto III e si chiude con l’atto I, dove infine troviamo la chiave per decifrare l’intera vicenda. L’atto III si apre con lo sprofondamento progressivo delle coste dentro gli oceani, il collasso di internet e degli apparati tecnologici e la probabile estinzione del genere umano. Sui cartelloni, nelle vetrine e nelle poche trasmissioni ancora in onda appare una strana pubblicità che ringrazia Chuck “per questi fantastici 39 anni”. Si innesca quindi un doppio processo di detection, il primo diretto a scoprire le cause dell’apocalisse imminente e il secondo volto a scoprire chi sia questo fantomatico Chuck.

Lo incontriamo per la prima volta nell’atto II, il più riuscito. Chuck (Tom Hiddleston) attraversa una piazza, munito di 24 ore e vestito con la sua “armatura da contabile”, si ferma davanti a una batterista busker (The Pocket Queen) e nello stupore generale comincia a danzare, dando il via a una sequenza di ballo spettacolare tra Hiddleston e Annalise Basso che dura cinque minuti ed è la più riuscita di tutto il film. Si chiude con l’atto I, che descrive l’infanzia di Chuck. Orfano dei genitori, vive a casa di nonna Sarah (Mia Sara) che gli insegna a danzare, e dell’eccentrico nonno Albie (un intramontabile Mark Hamill). Una vita tutto sommato serena, fin quando scopre cosa si cela nella soffitta sotto la cupola vittoriana.

Giocato su una lettura letterale dell’inno whitmaniano Song of Myself, e deliri metafisici vicini a un Idealismo filosofico di matrice radicale o ad alcune branche del buddhismo Yogācāra, o senza andare così lontano ad alcuni racconti di Lovecraft, “The Life of Chuck” è un adattamento fedele al racconto di King, nello spirito come nella struttura. Forse troppo, perché lo scarno materiale di partenza fatica a sostenere i 111 minuti del film, benché Flanagan moltiplichi gli accorgimenti che gli consentono di dilatare la storia in sprazzi di vigoroso lirismo. La colonna sonora invasiva dei Newton Bros, lunghe pause sentimentali tra i dialoghi e la scelta curiosa di insistere con il narratore in voice over anche quando la scena si spiega da sé. Ricorda l’espediente usato da Wes Anderson nei cortometraggi ispirati a Roald Dahl, che però proprio nell’esasperazione del narrare il narrato trovava la sua ragion d’essere di apparato narrante meta-narrativo.

Altre intenzioni, altro cinema. Questa vita di Chuck assomiglia piuttosto a una bizzarra fusione tra le atmosfere di Frank Capra e quelle di John Carpenter, ci ricorda che dobbiamo morire mentre ripete che malgrado tutto la vita è meravigliosa. Al netto della stampa profusa in giuggiolamento, che lo ha descritto come magico, profondo e commovente, “The Life of Chuck” è piuttosto un gingillo grazioso che alla lunga viene un po’ a noia, come il calendario filosofico o il persico in lattice che canta “Don’t worry, be happy”.

18/09/2025

Cast e credits

Titolo Originale
The Life of Chuck
Distribuzione
Eagle Pictures
Durata
111'
Produzione
Intrepid Pictures, QWGmire, Red Room Pictures
Sceneggiatura
Mike Flanagan
Fotografia
Eden Bolter
Scenografie
Steve Arnold
Montaggio
Mike Flanagan
Musiche
The Newton Brothers
Costumi
Terry Anderson

Trama

L'apocalisse incombe sul genere umano, ma è in qualche modo legata alla vita di un colletto bianco, Charles Krantz.
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