Il vento che accarezza l’erba

Il vento che accarezza l’erba


Ken Loach

Drammatico | Gran Bretagna
(2006)

Si scatena Ken Loach. “The Wind” è disinvoltamente passabile di scissione in due parti più una: la prima, un’ora di rabbiosa gazzarra senza freno, violenta e confusionaria, dove un vangelo di parolacce è il lume dello script di Laverty (“cagna”, “stronzo”, “fottuto” dominano la sinfonia del doppiaggio italiano); la seconda, un fluviale dibattito politico schiavo dello schema e gonfio del luogo comune; l’appendice, ovvero il fattaccio, perché tutti sanno che il lavoro del regista deve finire in tragedia. E quindi? Cosa succede? Perché l’emicrania avvinghia spesso per molto meno e questo film, sui titoli di coda, viene una voglia pazza di difenderlo? Non mi nasconderò dietro la presunta sincerità dell’autore che, malgrado il bottino altalenante non di rado miserrimo, invero c’è sempre stata – dunque non cambia niente – , il veterocomunista è rimasto negli anni aggrappato alla barricata. Troppo facile accampare la scusa della questione politica, oggi l’Irlanda come la Spagna ieri (e altro), che acchiappa in maniera relativa e coinvolge molto meno.

Ma c’è qualcosa, nell’arco di due ore, che strappa una compromettente benevolenza per una pellicola evidentemente sbagliata, tanto approssimata e fuori luogo da diventare praticamente imperdibile: è la vecchia storia dell’esagerazione. Il gusto sfrenato dell’iperbole, l’eccesso voluto in quanto tale, qui non programmatico come al solito (ultimo, Tornatore) ma, letteralmente, esagitato e implacabile. E’ l’unico modo, esattamente plausibile, per inquadrare la valanga di enfasi palesi che muovono l’orzo di Irlanda – alla faccia dell’ennesimo titolo perso in traduzione – dall’inizio alla fine, impudente, senza vergogna.

Accade di tutto: Loach apre con un’uccisione a sangue freddo e fa da guida nel museo delle torture (calci, pugni, unghie strappate, nessun rispetto per le donne) non proprio unilaterale, dato che anche gli irlandesi alle volte ammazzano e non titubano certo dinanzi ai loro simili. Le continue sparate ideologiche, da sfilata della retorica, guadagnano la sospensione dell’incredulità: il film racconta di un mondo già ideologizzato, dalla forma mentale manichea, più mitico che storico, concedendosi sotto questo telo licenze per così dire “fantasy” (ergo: se un prete può cianciare di politica dal pulpito, paradosso per paradosso, è dunque logico che i fedeli interrompano la funzione per rispondergli). Il film, che urla sguaiato e sfonda ampiamente le righe (il repubblicano minaccia i traditori ringhiando: “Fermi tutti, stasera il Re non ha bisogno di eroi!”), vive per di più di una regia in fuorviante controtempo – esemplare l’agguato sui monti, dove la cinepresa cattura il soldato tarantolato, poi stacca omettendone la caduta – la quale, allungando il verace sospetto di semplice incompetenza, ottiene però l’effetto di uno straniante artificio, come se il testardo posizionamento fuori luogo sia precisamente il tratto dell’opera. Tesi proponibile per ogni registro attraversato, compresa la deriva melò nel finale, quando l’epistola del morituro è troppo sfacciata per essere vera.

Degenerando in alcuni snodi oggettivamente irricevibili (tra tutti, la morte di Damien in posa cristologia posticcia), il film tocca la bizzarria: non conquista forse per le ragioni che vorrebbe, la pagina storica e il soffio dell’Ideale, ma (quasi) piace perché soltanto divertente, bislacco e pompato oltre ogni dire. Questo sfacciato rimestare nuota sempre nello stesso brodo e, al contrario del timido e noioso “Ae fond kiss”, ci piomba infine nella testa dell’autore. Se bisogna esagerare, meglio farlo per davvero: mai Loach aveva toccato tale livello di militanza e qui, incazzato nero, sgancia una bomba che non incanterà nessuno ma farà un boato infernale. Cinema di gozzo prima che di pancia, popolare perché parla la lingua bassa del popolo (in un’assemblea proletaria è ovvio che piovano luoghi comuni), che insulta a viso aperto ora Churchill ora Connolly, che al reato della semplice magniloquenza guadagna un’assoluzione lassista e generalizzata. Un pasticcio fiero di esserlo.

(in collaborazione con Gli Spietati)

08/05/2008

Cast e credits

Titolo Originale
The wind that shakes the barley
Distribuzione
Bim
Durata
124'
Produzione
Andrew Lowe, Camilla Bray, Ulrich Felsberg
Sceneggiatura
Paul Laverty
Fotografia
Barry Ackroyd

Trama

Irlanda, 1920. Le vessazioni dei soldati inglesi spingono il giovane medico Damien a combattere per l'indipendenza al fianco di suo fratello Teddy. Quando viene firmato un trattato con la Corona, però, il movimento si spacca.
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