Requiem for a Dream

Requiem for a Dream


Darren Aronofsky

Drammatico | Usa
(2000)

1998. Al Sundance Film Festival trionfa alla regia un giovane trentenne al suo esordio dietro alla cinepresa. Il film in questione è “π” , pellicola indipendente low cost dall’atmosfera alienante e delirante, scritta, prodotta e diretta da Darren Aronofsky, un newyorkese di Brooklyn dalla spiccata dote creativa.

2000. A seguito del successo di pubblico e critica con “π”, Aronofsky decide di bissare il suo lavoro registico, questa volta concentrandosi sul libro del concittadino Hubert Selby Jr., “Requiem for a Dream” edito nel 1978. Quella che il regista opera è una trasposizione totalmente fedele al testo scritto, quasi un omaggio d’insieme allo scrittore, a cominciare dal titolo designato per questo nuovo film.

“Requiem for a Dream” viene presentato fuori concorso al Festival di Cannes nel 2000. Quelle che giungono agli occhi di pubblico e critica sono le immagini di un cancro, quello di cui è affetto la società del ventunesimo secolo, lo stesso che si manifesta sul braccio infetto di Harry/Leto.

Droga, prostituzione, televisione, progresso nichilista. Sono le immagini che appartengono alla vita di Harry e al suo cerchio interazionale, sua madre Sara, la sua ragazza Marion, il suo amico Tyrone.

Non esiste il Bene in “Requiem for a Dream”. Non esiste nulla di anche apparentemente roseo. Solo il timido, flebile desiderio di fuggire anche stupidamente dalla realtà (Harry che assapora fantasticamente l’idea di giocare con la pistola di un poliziotto), l’illusione e l’ingenuità (la promessa di un’apparizione in tv che non avverrà mai), di un mondo oramai divenuto incomprensibile, assurdo, destinato al tracollo (un medico che, sprezzante del pericolo, prescrive anfetamine alla paziente troppo grassa), la nonchalance nel gettare via la propria vita dedicando la rimanente esistenza alla superficialità dell’immorale (Marion che diviene prostituta all’occorrenza, quando l’astinenza della droga diventa davvero intollerabile).

Non manca neppure un soffio di grottesco, che affiora dalla schiera di anziani che prendono beatamente il sole fuori dalle loro abitazioni, incuranti del caos che li circonda.

Aronofsky però rovina un qualcosa di potenzialmente interessante con la scelta di estremizzare oltre al contenuto anche lo stile, affidandosi alla vena creativa che lo ha reso una figura di spicco con la sua opera prima.

Fin dai primi minuti appare evidente l’esagerazione, l’abuso stilistico nell’uso della camera da presa; l’estro sperimentale (il montaggio velocissimo, i molteplici split screen, i suoni, la standardizzazione nel mostrare iperrealisticamente scene reiterate come la preparazione e l’effetto della dose o l’accensione e lo spegnimento della televisione) sembrano invece lasciare più spazio alla pateticità e alla presunzione di poter descrivere il tutto con un’eccessiva frenesia.

La sensazione è che seppur di fronte a evidenti pecche di fattura strutturale, il contenuto di “Requiem for a Dream” sia in ogni modo capace di destabilizzare lo spettatore e trasportarlo in un limbo di autoriflessione, ansia, panico, paura nei confronti del progresso e della caduta dei valori della nuova generazione americana (e non). Lo squallore del film degenera in concomitanza con la rovina fisica dei protagonisti, fino all’esagerato, raccapricciante finale dal sapore granguignolesco. E se la critica a tal proposito ne ha espresso tutto il suo rifiuto, il percorso autodistruttivo intrapreso dalla Burstyn colpisce come un pugno sullo stomaco e rappresenta il massimo dell’ intera missione persuasiva attuata da Aronofsky. Tanto che in qualche modo subiamo anche noi l’elettroshock inflitto a Sara.

Certo, si è di fronte ad un’abbondante passo indietro rispetto a “π”. “Requiem for a Dream” dimostra una comprensibile immaturità ma dispensa anche la consapevolezza di avere di fronte un potenziale regista dalla qualità indiscusse. Aronofsky tornerà a ritmi notevolmente meno sostenuti in “The Fountain” e soprattutto in “The Wrestler“, dove la forma sembra stabilizzarsi più sull’ordinario.

Per una Jennifer Connelly dalla prestazione imbarazzante, un Ellen Burstyn (nomination agli Oscar) che è invece la colonna portante dell’intero cast. Da segnalare anche la trainante colonna sonora di Clint Mansell (inseparabile collaboratore del regista).

Vincitore di due Independent Spirit Awards.

15/03/2010

Cast e credits

Titolo Originale
Requiem for a Dream
Durata
102'
Produzione
Artisan Entertainment, Protozoa Pictures
Sceneggiatura
Darren Aronofsky, Hubert Selby Jr.
Fotografia
Matthew Libatique
Scenografie
James Chinlund
Montaggio
Jay Rabinowitz
Musiche
Clint Mansell
Costumi
Laura Jean Shannon

Trama

Sara Goldfarb è una vedova ebrea, vive da sola a Coney Island ed è ossessionata dall'idea di voler partecipare al suo show televisivo preferito. Suo figlio Harry, con la fidanzata Marion e l'amico Tyrone sono alla ricerca di una vita migliore e per questo si drogano, cercando di dimenticare la realtà in cui vivono. Il quartetto è trascinato in una spirale infernale che poco alla volta li porta sempre di più verso l'angoscia e la degradazione
Digger
Digger

Un'opera dalla regia rigorosa e viscerale, che conferma la densità stilistica di Iñárritu. Pur con qualche ridondanza strutturale che ne frena la tensione drammatica, il film offre un'efficace e lucida decostruzione psicologica dei personaggi

Her Private Hell
Her Private Hell

Nicolas Winding Refn torna al lungometraggio con un’opera visivamente magnetica che interroga la paternità tra protezione, controllo e possesso. Ma nel tentativo di decostruire la figura del padre, Her Private Hell rischia di trasformare quella della figlia nell’ennesimo oggetto del proprio sguardo

Heart of the Beast – Nel profondo selvaggio
Heart of the Beast – Nel profondo selvaggio

"Heart of the Beast" di David Ayer è l'ultimo di una serie di film che raccontano la wilderness americana rispolverando il mito della frontiera. Ne risulta un film di sopravvivenza in cui lo spazio dell'azione è affiancato da una contemplazione rispettosa del creato in ogni sua forma, retto sull'interpretazione tutta fisica di Brad Pitt

Una storia
Una storia

"Una storia" di Anna Foglietta ha ottime premesse e può contare sulla bravura dei due protagonisti, ma non convince del tutto: la scelta di raccontare questo dramma familiare attraverso una regia estremamente statica, inquadrature fisse e lunghi silenzi finisce per appesantire il ritmo

Possible Love
Possible Love

VENEZIA 83 - Otto anni dopo "Burning", Lee Chang-dong torna con un altro dramma in cui affronta questioni che sono al contempo di bruciante attualità e universali: la disparità di classe e la verità dei sentimenti. Un'opera densa e stratificata che può vantare anche uno straordinario quartetto di attori, premiata con il Leone d'Argento - Gran Premio della Giuria

Palestina 36 – Quando tutto ebbe inizio
Palestina 36 – Quando tutto ebbe inizio

Palestina, 1936, durante il protettorato britannico. Un villaggio di palestinesi cristiani vede le proprie terre sottratte per far posto a una colonia ebraica. Il film racconta con efficacia la rivolta che segue, pur in maniera a volte didascalica

Resident Evil
Resident Evil

Con un reboot radicale, Zach Cregger tradisce la lore del videogioco per abbracciarne la geometria formale. Tra luci espressioniste, spazi claustrofobici e montaggio sincopato, i tropi del survival horror diventano stile. Pur prevedibile nella scrittura, il film è un horror solido e grottesco.

Nessun Dolore
Nessun Dolore

In "Nessun Dolore" Gianni Amelio torna a raccontare il presente con un film testamentario e poetico che parte da uno dei temi più cari al suo cinema, quello del mancato incontro tra un padre e un (possibile) figlio, per mettere in scena la palingenesi di un personaggio "eretico", un Alessandro Borghi in stato di grazia, disposto all’esilio sociale pur di non rinunciare all’empatia verso i più deboli