Room

Room


Lenny Abrahamson

Drammatico | Canada, Irlanda
(2015)

Se del cinema di Lenny Abrahamson si volesse trovare il motivo conduttore, bisognerebbe cercarlo nelle risonanze emotive che le sue storie mettono in circolo. A partire da “Garage”, il lungometraggio che lo rivelò al pubblico italiano, tutti i suoi film sono infatti la somma dei sentimenti che i personaggi mettono in campo. Succede così anche con “Room”, appena passato all’edizione numero dieci della Festa di Roma, come testimoniano al termine della proiezione i molti occhi lucidi che accompagnano il deflusso degli spettatori. D’altronde non potrebbe essere altrimenti quando a pungolare il turbamento ci si mettono la sensibilità di un regista che nel recente passato è stato capace di esaltare il divo Fassbender facendolo recitare con il volto coperto da una maschera di cartone (succedeva in “Frank“, girato nel 2014) e soprattutto l’empatia di un sodalizio attoriale, in grado di ricreare senza alcuna forzatura e in due momenti successivi, dapprima le condizioni d’isolamento e di costante privazione conseguenti al sequestro patito da una madre e dal suo figlioletto, costretti a vivere per più di cinque anni nello spazio angusto della stanza in cui il loro rapitore li ha segregati; e, dopo la rocambolesca fuga che ha permesso loro di sottrarsi alle grinfie del proprio aguzzino, di rappresentare le difficoltà del processo psicologico che un po’ alla volta permetterà a Jack e sua madre una parvenza di felicità.

A dispetto di una simile vicenda, a suscitare il pathos dello spettatore infatti non sono tanto le caratteristiche di una storia che dal punto di vista visivo si allinea alla tendenza di certo cinema contemporaneo di ricreare quell’onnipotenza dello sguardo ereditata dai reality, che anche qui mette lo spettatore nella posizione di dominare le vite dei personaggi, sottomessi per forza di cose all’imperscrutabile curiosità di un osservatore esterno. Perché in “Room” a fare la differenza è la determinazione con cui la macchina da presa si mantiene in equilibrio tra la necessità di raccontare una storia  e la volontà di diventare un tutt’uno con gli stessi personaggi, aiutandoli nel tentativo di portare in superficie il rimosso di un’esperienza difficile da dimenticare.

Così facendo, a riempire lo schermo più che il succedersi degli avvenimenti – di fatto condensati nel prima e dopo che separa la prigionia dalla ritrovata libertà – sono le liturgie dei gesti minuti che accompagnano l’immutabilità di quelle giornate, il linguaggio del corpo che registra gli improvvisi cambi d’umore o un lembo di luce che si infrange sulle parenti della casa prigione. Alludendo alla reclusione fisica e soprattutto mentale dei due personaggi, emotivamente bloccati all’interno di un mondo fittizio che in assenza di quello reale è servito a farli sopravvivere, “Room” trova concretezza nella presenza forte ed equilibrata di interpreti che rispondono ai nomi di Jacob Tremblant, davvero commovente nella parte del piccolo Jack, e della madre Brie Larson, finalmente impegnata in un ruolo da protagonista  che le mancava dall’edizione 2013 del festival di Locarno, dove l’avevamo ammirata nella parte di un’assistente per ragazzi problematici nell’ottimo “Short Term 12“. Due performance che definire da Oscar parrebbe esagerato anche in virtù di uno sforzo produttivo che punta più sugli effetti indotti dai passaparola che a quelli suscitati  da investimenti promozionali segnati dalle limitazioni tipiche di un film indipendente e low budget; se non fosse che “Room” per il crescendo dell’evoluzione drammaturgica, destinata a trovare compimento in un epilogo conciliante e consolatorio, e l’universalità del sentire, che tutto sommato ribadisce i valori tipici dell’istituzione famigliare, sembrerebbe perfetto per incontrare la volontà dell’Academy di premiare un cinema sì coraggioso ma comunque condivisibile a qualsiasi latitudine. Chissà che il miracolo non possa accadere, magari preceduto dal premio del pubblico assegnatogli dalla Festa di Roma. Insieme al film di Gabriele Mainetti (“Lo chiamavano Jeeg Robot“) quello di Abrahamson è in pole position per la vittoria finale.

20/10/2015

Cast e credits

Distribuzione
Universal Pictures
Durata
118'
Produzione
Element, Irish Film Board, Ontario Media Development Corporation, produzione Telefilm Canada Film4
Sceneggiatura
Emma Donoghue
Fotografia
Danny Cohen
Scenografie
Ethan Tobman
Montaggio
Nathan Nugent
Musiche
Stephen Rennicks
Costumi
Lea Carlson

Trama

Una madre e la sua bambina recluse in una stanza
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