Rule Number One

Rule Number One


Kelvin Tong

Horror | Singapore
(2008)
Dopo un incontro ravvicinato con un serial-killer, l’agente di polizia Lee Kwok-keung viene trasferito ad un reparto semiclandestino, il MAD (Miscellaneous Affairs Department). Sotto la guida dell’Ispettore Wong, ormai prossimo alla pensione, Lee si dovrà occupare di tutti quei casi inspiegabili che coinvolgono il soprannaturale, tenendo ben presente la regola numero uno: i fantasmi non esistono.

Dopo gli interessanti “The Maid” (uscito in dvd anche in Italia) e “Men in White”, arriva l’ultimo film del singaporegno Kelvin Tong, girato ad Hong Kong con due star del cinema dell’ex colonia britannica, Shawn Yue e Ekin Cheng. E classicamente hongkonghese è anche il plot, imperniato su un reparto di polizia che si occupa di possessioni ad opera di spiriti malevoli, ed il cui compito, osservando scrupolosamente la regola numero uno, è tenere nascosta al mondo l’esistenza dei rancorosi revenant. Detta così, “Rule Number One” parrebbe una via di mezzo tra “X-Files” e “Men in Black”, ma Tong evita con scrupolo sia la mestizia da tv-movie che la scivolata nel farsesco, raggelando i toni e preferendo adottare, complice la smagliante fotografia di Venus Keung, la sintassi ambigua del noir.

Le imprese del sanguinario serial-killer, ucciso da Lee nel prologo, il quale ritorna a mietere nuove vittime saltando pervicacemente da un corpo all’altro, non costituiscono certo una novità, dato che il tema del “body jumping” è già stato declinato molte volte, che il responsabile fosse uno spirito, un alieno o quant’altro, e gli accostamenti sarebbero innumerevoli. Basti citare, per limitarsi all’Asia, il riuscitissimo “Another Heaven” (2000) o i surreali episodi di “MPD Psycho”, compresa una moltitudine di cloni di Hong Kong o thailandesi che miscelano con divertita improntitudine horror e commedia.

Se “Rule Number One” è superiore alle aspettative, il merito è tutto del regista e dell’interpretazione dei due protagonisti, Shawn Yue e Ekin Cheng. Kelvin Tong, ex critico cinematografico, smentisce il vecchio adagio secondo cui il critico è come l’eunuco in un harem: sa come si fa, ma non può farlo. Qui si destreggia con grande abilità, riuscendo a ravvivare una sceneggiatura derivativa e dando mostra di una sensibilità cupa e ombrosa, che implacabilmente vira al nero tutta la vicenda. Dopo un inizio folgorante ed una misurata messa in scena dei momenti topici dell’horror asiatico, senza dimenticare un pizzico di suspense, “Rule Number One” evolve verso un twist finale non certo originale, ma raramente visto in termini così desolati. E se la conclusione del film ha l’effetto di una doccia fredda, consistente parte del merito va senz’altro attribuita a Ekin Cheng e Shawn Yue, che hanno condiviso per questo film un Best Actor Award al Puchon International Fantastic Film Festival.

Entrambi sviluppano i rispettivi personaggi andando ben oltre gli spunti offerti dalla sceneggiatura: Shawn Yue è di un’intensità ai limiti con l’implosione, di staticità solo apparente, e conferma la sua crescita come attore già notata nell’ultimissimo “The Moss”, mentre Ekin Cheng, vecchia volpe oltre che interprete di grande carisma, tratteggia il suo poliziotto alcolista e divorziato con sobria efficacia, senza mai strafare; basta confrontarlo con l’atroce Kiefer Sutherland del recente “Riflessi di paura”, il cui personaggio possiede lo stesso background, per rendersi conto della differenza. In conclusione “Rule Number One” è una riuscitissima variazione sul tema, sapientemente orchestrata e meritevole di una visione.

02/10/2008

Cast e credits

Distribuzione
Golden Village Pictures
Durata
95'
Produzione
Hong Kong, Singapore
Fotografia
Venus Keung
Musiche
Joe Ng, Alex Oh

Trama

Il MAD è uno speciale dipartimento della polizia, che indaga su avvenimenti che hanno a che fare col soprannaturale
L’Estranea
L’Estranea

Dopo “La valle dei sorrisi” Paolo Strippoli continua a esplorare la possibilità di contaminazione delle forme del cinema operando uno scatto in avanti rispetto alla capacità di sfruttare le potenzialità del linguaggio cinematografico. La suggestione visiva prevale sul disegno d’insieme ma le ambizioni rimangono intatte. Ottima la prova degli interpreti su cui svettano Jasmine Trinca e Valeria Bruni Tedeschi

Digger
Digger

Un'opera dalla regia rigorosa e viscerale, che conferma la densità stilistica di Iñárritu. Pur con qualche ridondanza strutturale che ne frena la tensione drammatica, il film offre un'efficace e lucida decostruzione psicologica dei personaggi

Her Private Hell
Her Private Hell

Nicolas Winding Refn torna al lungometraggio con un’opera visivamente magnetica che interroga la paternità tra protezione, controllo e possesso. Ma nel tentativo di decostruire la figura del padre, Her Private Hell rischia di trasformare quella della figlia nell’ennesimo oggetto del proprio sguardo

Heart of the Beast – Nel profondo selvaggio
Heart of the Beast – Nel profondo selvaggio

"Heart of the Beast" di David Ayer è l'ultimo di una serie di film che raccontano la wilderness americana rispolverando il mito della frontiera. Ne risulta un film di sopravvivenza in cui lo spazio dell'azione è affiancato da una contemplazione rispettosa del creato in ogni sua forma, retto sull'interpretazione tutta fisica di Brad Pitt

Una storia
Una storia

"Una storia" di Anna Foglietta ha ottime premesse e può contare sulla bravura dei due protagonisti, ma non convince del tutto: la scelta di raccontare questo dramma familiare attraverso una regia estremamente statica, inquadrature fisse e lunghi silenzi finisce per appesantire il ritmo

Possible Love
Possible Love

VENEZIA 83 - Otto anni dopo "Burning", Lee Chang-dong torna con un altro dramma in cui affronta questioni che sono al contempo di bruciante attualità e universali: la disparità di classe e la verità dei sentimenti. Un'opera densa e stratificata che può vantare anche uno straordinario quartetto di attori, premiata con il Leone d'Argento - Gran Premio della Giuria

Palestina 36 – Quando tutto ebbe inizio
Palestina 36 – Quando tutto ebbe inizio

Palestina, 1936, durante il protettorato britannico. Un villaggio di palestinesi cristiani vede le proprie terre sottratte per far posto a una colonia ebraica. Il film racconta con efficacia la rivolta che segue, pur in maniera a volte didascalica

Resident Evil
Resident Evil

Con un reboot radicale, Zach Cregger tradisce la lore del videogioco per abbracciarne la geometria formale. Tra luci espressioniste, spazi claustrofobici e montaggio sincopato, i tropi del survival horror diventano stile. Pur prevedibile nella scrittura, il film è un horror solido e grottesco.