Sacro GRA

Sacro GRA


Gianfranco Rosi

Documentario | Italia
(2013)

Il vincitore del Leone d’oro a Venezia 70 è anche uno dei due documentari coraggiosamente inseriti in concorso. Ma è sopratutto un lavoro in netta controtendenza rispetto a una selezione in cui almeno la metà delle opere presentava scene di violenza domestica, suicidi o omicidi. A sorpresa, il film Gianfranco Rosi, quarantanovenne documentarista italo-americano affermato all’estero con i precedenti “Boatman”, “Below Sea Level”, e “El Sicario-Room 164”, ma non ancora profeta in patria, risulta essere estremamente spassoso, un’autentica commedia all’italiana sotto mentite spoglie, accolta da dieci minuti di applausi alla prima proiezione veneziana.

Il GRA del titolo altro non è che il Grande raccordo anulare, l’immensa cintura autostradale che circonda Roma come gli anelli cingono Saturno (parola dei titoli di testa). L’autore, che ha girovagato per più di due anni a bordo di una monovolume alla ricerca di spunti intriganti sulla scorta del lavoro del paesaggista Nicolò Bassetti, raccolto duecento minuti di filmato e scremato il tutto in sette mesi di montaggio, è intelligente nel non soffermarsi sugli aspetti più ovvi, come gli interminabili incolonnamenti in cui “ce poi morì di vecchiaia”, per dirla con Guzzanti/Venditti, ma va alla ricerca di situazioni nascoste, marginali, così curiose che meritano però di essere portate a galla.

E così emerge una popolazione dimenticata – soffocata com’è dal fiume di auto – quanto indimenticabile, accomunata da un forte legame, per lo più nostalgico, con il passato e da una solida identità che si premura di preservare. Bizzarri personaggi, dal pescatore di anguille del Tevere, al barelliere con la battuta pronta che accudisce la madre malata e conosce ragazze in chat, al nobile piemontese dalla filosofia strampalata che vive in un monolocale e intrattiene la figlia perennemente al computer, ad anacronistici attori di fotoromanzi, a pittoresche prostitute non più giovanissime, a ballerine sul cubo troppo truccate, a un botanico in lotta contro le larve, fino a un principe tenutario di un castello con vista sul Raccordo, adibito a impronunciabile (per lui) bed&breakfast o a set televisivo e cinematografico.

Lungi dal “rubare” le immagini che cattura, Rosi palesa la macchina da presa ai personaggi, e lascia loro libero sfogo senza mai intervenire con domande o commenti. Così un documentario d’osservazione diventa una sorta di provino: da un lato solletica la vanità degli interpellati, smaniosi di ingigantire le proprie qualità (l’anguillaro che si lamenta di non essere stato consultato per la stesura di un articolo di giornale), dall’altro dà loro la possibilità di raccontare vicende a cui probabilmente nessuno di importante si era mai interessato. I risultati danno ragione a una frase di Orson Welles secondo cui gli italiani sono attori nati, e basta mettere davanti a loro una telecamera per strappare recitazioni straordinarie. Anche la “romanità” di gran parte dei personaggi aiuta non poco.

Ma gli esiti interessano anche il pubblico, reso partecipe di realtà di cui verosimilmente ignorava l’esistenza, immortalata con immagini di pudica limpidezza, mai estetizzanti, anche quando a essere filmate sono una rara nevicata notturna, che è anche l’ideale sordina per un luogo frastornante, o le luci artificiali filtrate da un parabrezza. Ci auguriamo che, dopo l’investitura della giuria della Mostra, accorra numeroso a scoprire questo gioiellino dedicato all’inventore dell’estate romana Renato Nicolini e implicitamente a Lucio Dalla, la cui “Il cielo” accompagna, sontuosa, i titoli di coda.

12/09/2013

Cast e credits

Distribuzione
Officine Ubu
Durata
93'
Produzione
Doclab
Fotografia
Gianfranco Rosi
Montaggio
Jacopo Quadri

Trama

Dai margini del Grande Raccordo Anulare di Roma emergono personaggi invisibili e apparizioni fugaci: un nobile piemontese e sua figlia laureanda, assegnatari di un monolocale in un moderno condominio ai bordi del Raccordo; un botanico armato di sonde sonore e pozioni chimiche cerca il rimedio per liberare le palme della sua oasi dalle larve divoratrici; un principe dei nostri giorni con un sigaro in bocca fa ginnastica sul tetto del suo castello assediato dalle palazzine della periferia informe a un’uscita del Raccordo; un barelliere in servizio sull’autoambulanza del 118 dà soccorso e conforto girando notte e giorno sull’anello autostradale; un pescatore di anguille vive su di una zattera all’ombra di un cavalcavia sul fiume Tevere.
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