Il sale della terra

Il sale della terra


Juliano Ribeiro Salgado, Wim Wenders

Documentario | Francia, Germania, Portogallo
(2014)

Fin da inizio carriera, il tedesco Wim Wenders ha esplorato le possibilità di contaminazione tra immagine cinematografica e quella reale. In che misura un’istantanea confluita in un’opera di finzione può salvaguardare la propria purezza? E fin dove un cinema del reale può preservare il proprio grado artistico quando si offre e si disperde nella concretezza della quotidianità.

In definitiva la domanda alla base dell’opera wendersiana è: qual è il ruolo del regista – e in assoluto dell’artista – quando crea, quando filma e quale quello di ciò che filma?

È un percorso ben lucido e asciugato in alcuni delle sue opere risalenti al ventennio 70-80, ma che con l’avanzare degli anni è stato caricato e saturato da ulteriori elementi teorici, svolazzi di estetica New Age, facili schematismi.

Possiamo ben dire, con il senno di poi, che il doppio viaggio musicale del primo decennio dei 2000 – la Cuba di “Buena Vista Social Club” e la ricognizione dei vividi fantasmi Blues di “L’anima di un uomo” – ha fatto del bene a Wenders che, almeno in ambito documentaristico, ha trovato una seconda giovinezza. Lo si era intuito con il precedente e bellissimo “Pina” dedicato alla coreografa e ballerina Pina Bausch, ne abbiamo una conferma con “Il sale della terra”.

Entrambi incentrati su grandi artisti contemporanei, su personalità che non agiscono direttamente in ambito cinematografico ma che l’una con la danza (il corpo, lo spazio), l’altro con la fotografia (la composizione, l’immagine), con i meccanismi filmici hanno manifeste analogie.

Per documentare vita ed arte di questi straordinari creatori, Wenders, che svolge parallelamente ai suoi lavori per il cinema una più nascosta carriera di fotografo, quasi rende impercettibile la sua presenza. Ne “Il sale della terra” lo si intravede in poche circostanze – ad inizio e a fine film – intento a seguire i gesti e ad ascoltare le parole di Sebastião Salgado. Più che invisibile la sua presenza rimarca la distanza tra il regista-documentarista e il soggetto-fulcro. Quello di Wenders è un omaggio ma anche un atto d’amore verso l’altrui arte e come tale bagnato da una ammirevole umiltà che lo ha spinto a condividere la regia del film con il figlio di Salgado, Juliano Ribeiro. Un rispetto che comunque non annulla la soggettività del suo sguardo dato che, come afferma lo stesso Salgado, il cosa e il come fotografare si sceglie e di conseguenza l’oggettività fotografica non esiste. Un discorso che deve valere per ogni regista che si vuole autore.

Il film è prevalentemente dominato da lunghe carrellate di fotografie scattate dal brasiliano Sebastião Salgado, accompagnate, raccontate, ritmate dalla sua stessa voce. Anche il bianco e nero (di Juliano Ribeiro Salgado e Hugo Barbier) che ritrae l’anziano fotografo ricalca le tonalità delle stampe finali delle sue foto.

Quella di Salgado è un’avventura che parte dapprima da una casualità (la sua prima macchina fotografica professionale apparteneva in realtà a sua moglie), per poi spostarsi, grazie ad una  una semplice foto scattata alla propria amata, verso una fascinazione che invero sembra dargli sin dal principio consapevolezza artistica, scatenando per anni un indomito spirito avventuriero; rivelatosi anno dopo anno ben più ampio e problematico in relazione alle iniziali aspettative.

Nel suo linguaggio Salgado instaura una partecipazione spirituale con i soggetti ritratti, un filtro che materializza una dimensione di sacrale bellezza, un tentativo di comunicare l’indicibilità della tragedia che non sappiamo vedere, dove l’istinto dell’artista ha sempre la meglio sulla comunicazione pedagogica terzomondista.

Con il veloce susseguirsi dei suoi lavori, Salgado si è trovato forse inconsciamente in cerchi concentrici esploranti condizioni umane di coloro che l’autore chiama “il sale della terra”: gli esseri umani. Persone immortalate in disparati angoli del mondo, prevalentemente vittime non solo di sistemi socio-economici poco equi ma assorbiti, vincitori e vinti, dalla terra e dalla natura che ci pervade. E se gli studi di economia svolti da Salgado si palesano maggiormente nei lavori dedicati all’industrializzazione, pachidermicamente affissa in frangenti incontaminati, è nelle ricerche in terre africane che viene compiuto il passo verso il grado di massima tensione tra opera esposta e occhio contemplante. Quando nelle sue foto le crepe della secca terra fungono da base a scheletrici corpi morenti, i macilenti bambini restano aggrappati a rinsecchiti seni materni, gli occhi spenti di un vecchio volto nascondono giovani anni, i vetri frantumati dalla guerra violentano l’innocenza di un bambino, difficilmente lo spettatore potrà opporsi ad una commozione pari solo all’indignazione di ciò che lo stesso Salgado ci rivela, quando nei suoi viaggi per i lavori sulle migrazioni trovò in Ruanda una distesa abnorme di corpi privi di vita. Un genocidio che costrinse l’artista a fermarsi.

Tanto sul piano privato quanto su quello lavorativo Sebastião Salgado ha dunque fatto in anni recenti scelte ben precise e connese. Se dopo una vita apolide torna a vivere in natìe terre brasiliane, circondato da una natura finalmente fiorente, decide per la prima volta di spostare il baricentro della sua opera: con il progetto “Genesi” sonda popolazioni sperdute (dall’Amazzonia al Nord della Siberia), fotografa territori incontaminati, regnati da animali e bellezze nascoste. Semplicemente, con l’intento di comporre una memorabile lettera d’amore alla terra, sprigionando emozioni in un’ottica più ottimistica ma con uno sguardo non antropologico ma fieramente e fedelmente emozionale.

Emozioni che Wim Wenders restituisce con una adesione e una intensità che rendono onore alle opere di Sebastião Salgado.

30/10/2014

Cast e credits

Titolo Originale
The Salt of the Earth
Distribuzione
Officine Ubu
Durata
110'
Produzione
Solares Fondazione delle Arti
Fotografia
Juliano Ribeiro Salgado, Hugo Barbier
Montaggio
Maxine Goedicke, Rob Myers
Musiche
Laurent Petitgand

Trama

Da quarant’anni il grande fotografo Sebastião Salgado attraversa i continenti sulle tracce di un’umanità in pieno cambiamento e di un pianeta che a questo cambiamento resiste. Dopo aver testimoniato alcuni tra i fatti più sconvolgenti della nostra storia contemporanea si lancia alla scoperta di territori inesplorati e grandiosi. La sua vita e il suo lavoro ci vengono rivelati dallo sguardo del figlio Juliano Ribeiro Salgado, che l’ha accompagnato nei suoi ultimi viaggi, e da quello di Wim Wenders, fotografo egli stesso
L’isola dei ricordi
L’isola dei ricordi

"L'isola dei ricordi" è un'opera di transizione come la fase che il cinema di animazione sta vivendo. Semplificando la trama pur senza lesinare sulla profondità, il film di Crawford e Mercado cerca una nuova identità visiva sperimentando con gli stili

L’albero di molto lontano
L’albero di molto lontano

Ben Gregor firma un fantasy per ragazzi che non ha alcuna impronta autoriale ma riempie tutte le caselle giuste per essere avvincente. Sana e innocua avventura per famiglie, è l'adattamento per lo schermo di uno dei titoli più celebri della popolarissima Enid Blyton

Balcanica
Balcanica

Un'opera di sottrazione rigorosa, che sublima il dramma migratorio in una sospensione esistenziale dove la musica si fa baluardo identitario. Pur penalizzato da alcune fragilità nella scrittura, il film testimonia una coerente e partecipe consapevolezza formale

La città dei vivi
La città dei vivi

Sin dall'anteprima a Venezia 83, l'adattamento di Edoardo Gabriellini de "La città de vivi" ha convinto e non convinto, tra la scelta di lasciare fuori campo il taglio da truecrime, e un sacco di idee interessanti su cui il regista livornese punta non sempre con la stessa convinzione

L’Estranea
L’Estranea

Dopo “La valle dei sorrisi” Paolo Strippoli continua a esplorare la possibilità di contaminazione delle forme del cinema operando uno scatto in avanti rispetto alla capacità di sfruttare le potenzialità del linguaggio cinematografico. La suggestione visiva prevale sul disegno d’insieme ma le ambizioni rimangono intatte. Ottima la prova degli interpreti su cui svettano Jasmine Trinca e Valeria Bruni Tedeschi

Digger
Digger

Un'opera dalla regia rigorosa e viscerale, che conferma la densità stilistica di Iñárritu. Pur con qualche ridondanza strutturale che ne frena la tensione drammatica, il film offre un'efficace e lucida decostruzione psicologica dei personaggi

Her Private Hell
Her Private Hell

Nicolas Winding Refn torna al lungometraggio con un’opera visivamente magnetica che interroga la paternità tra protezione, controllo e possesso. Ma nel tentativo di decostruire la figura del padre, Her Private Hell rischia di trasformare quella della figlia nell’ennesimo oggetto del proprio sguardo

Heart of the Beast – Nel profondo selvaggio
Heart of the Beast – Nel profondo selvaggio

"Heart of the Beast" di David Ayer è l'ultimo di una serie di film che raccontano la wilderness americana rispolverando il mito della frontiera. Ne risulta un film di sopravvivenza in cui lo spazio dell'azione è affiancato da una contemplazione rispettosa del creato in ogni sua forma, retto sull'interpretazione tutta fisica di Brad Pitt