Santiago, Italia

Santiago, Italia


Nanni Moretti

Documentario | Italia
(2018)

I primi interlocutori di Moretti sono tre cineasti che erano in Cile durante il governo di Allende e il golpe militare del 1973: Carmen Castillo, Miguel Littìn e Patricio Guzmán (autore del monumentale “La battaglia del Cile”, 1975-1979). Poi è la volta di oltre venti interlocutori, che si avvicenderanno nel corso di tutto “Santiago, Italia”. Imprenditori, operai (David Muñoz), giornalisti (Alejandra Matus, Patricia Mayorga, Marcia Scantlebury che fu detenuta 45 giorni a Villa Grimaldi; l’italiano Paolo Hutter, all’epoca corrispondente di “Lotta Continua” da Santiago che, insieme a Patricio Guzmán, fu detenuto nello Stadio di Santiago, trasformato dopo il golpe in un campo di concentramento). Musicisti (Jorge Coulon, Horacio Duran), professori (Leonardo Barcelò), scrittori (Antonio Arévalo), traduttori (Rodrigo Vergara), un artigiano (Arturo Acosta), un muralista (Eduardo Carrasco). E ancora l’avvocato Carmen Hertz, il medico Maria Liz Garcia, l’ingegnere Alonso Sotomayor. Nei primi 15 minuti del film, le loro parole compongono un rapido affresco del democratico governo di Allende. Descrivono un Paese che veniva da una condizione di miseria tale per cui alcuni bambini, per la vergogna, non andavano a scuola perché non potevano permettersi le scarpe. Allende nazionalizzò il rame senza indennizzo per gli USA, introdusse un calmiere sui prezzi degli alimenti, e fece presto a inimicarsi gli Stati Uniti, perché in piena guerra fredda il rischio era che fosse d’esempio persino in Europa, per Paesi come Italia e Francia dove erano tradizionalmente forti i partiti comunisti.

Improvviso irrompe il golpe dell’11 settembre 1973. Impressiona il palazzo presidenziale della Moneda in fiamme, bombardato dall’aeronautica del proprio stesso Paese. Impressiona sentire la voce del Presidente Allende che si rivolge al popolo affermando che si tratta del suo ultimo discorso. Assassinio o suicidio? Chi propende per la tesi del suicidio sostiene che l’avrebbe fatto per evitare la resistenza inutile e sanguinosa che avrebbe potuto organizzarsi se fosse sopravvissuto. Ma il racconto composto di testimonianze dirette di chi ha vissuto gli eventi è tanto più prezioso quanto più ci restituisce dettagli vividi come quello di una madre insegnante che brucia tutti i propri libri, per paura di rappresaglie contro gli intellettuali, non appena vede gli aerei militari sfrecciare su Santiago a volo radente. Oppure il ricordo delle settimane seguenti, con Santiago in perenne coprifuoco, dove la notte era proibito uscire e gli elicotteri perlustravano i viali con fari giganteschi.

Principale alleata dei militari, oltre la CIA, fu la Chiesa. Con un’unica eccezione: il cardinale Raul Silva Hernandez, “ribelle” che accolse i ricercati nelle chiese. Appena raggiunse la soglia dei 75 anni, Wojtyla lo accantonò. Tra gli interlocutori di Moretti, i funzionari dell’epoca dell’ambasciata italiana di Santiago (Piero De Masi, Roberto Toscano) preparano il terreno alla seconda parte del film, nella quale si racconta come, in prima linea fra tutte le ambasciate, quella italiana divenne luogo di rifugio per moltissimi profughi. In mancanza di direttive da Roma, decisero di “tenerli tutti”, e proseguirono anche quando altre ambasciate smisero di accogliere rifugiati e organizzarne la fuga dal Cile. Vediamo i locali dell’ambasciata ingombri di materassi, senza un metro quadro libero; una donna ci racconta di come dormisse nella vasca da bagno dell’ambasciatrice. È il cuore del film, come chiarisce il titolo. Si fa trasparente l’allusione alla contemporaneità: “scappavano da Cile come oggi dall’Africa”. “Più ne salvi più arrivano, si dice oggi, parlando di pool factor. Ma allora non ce ne preoccupammo”.

Due controparti: il generale Guillermo Garìn e il militare Eduardo Iturriaga, quest’ultimo intervistato da Moretti in un carcere cileno. Il primo è interrogato perentoriamente: per la prima volta sentiamo distinta la voce di Moretti che pone domande secche a cui ottiene risposte fredde: “noi militari abbiamo ripristinato la democrazia”; “prima di noi c’era la guerra civile” (!?!); “si preparava il totalitarismo”. Le torture? “Iniziative individuali”. Iturriaga, condannato per omicidio e sequestro, si dichiara innocente, perseguitato, però ammette che in Cile i militari fecero 3.000 morti (“solo” 3.000: “in Argentina 30.000”…). Si indispone quando capisce che l’intervista non è imparziale: allora – per l’unica volta nel film – Moretti entra nell’inquadratura, fronteggia il suo interlocutore, e con naturalezza gli risponde serenamente: “io non sono imparziale”.

Il film scorre via breve, essenziale: un’ora e venti rapida e intensa, che colpisce nel segno con la stessa semplicità e nettezza con cui vengono pronunciate da Moretti le parole “io non sono imparziale”. Pochi filmati di repertorio, per questo ancora più incisivi. Ciò che interessa è il racconto di chi in Cile, per tre anni, visse un sogno brutalmente interrotto e in Italia trovò accoglienza, da parte delle istituzioni che offrirono lavoro, e da parte della gente comune. “L’Italia del 1973 era un paese meraviglioso”, raccontano questi cileni: “gli italiani simpatizzavano con noi come se avessero vissuto il golpe loro stessi”. Era un Paese che aveva appena ottenuto lo Statuto dei lavoratori, che “assomigliava al Cile di Allende”. “Ora in Italia vedo solo individualismo, non frega più del prossimo”. Il film si era aperto con un filmato cileno di una manifestazione in cui si intonava “El pueblo unido”: torneremo a sentirlo, quell’inno, in un gremito palazzetto dello sport italiano. “In Italia, all’epoca, erano ancora vivi coloro che avevano subito e combattuto il nazifascismo, che avevano fatto la Resistenza”.

Quello di Moretti è un film potente e importante: la sua chiarezza nel rispecchiare in modo esplicito un’Italia del passato tanto diversa da quella del presente è il suo fine e il suo valore. Un’idea forte che si svela progressivamente e lo tiene insieme tutto, dall’inizio. Si vorrebbe qualche informazione in più: i numeri dei rifugiati, il numero dei viaggi organizzati dall’ambasciata, come fu possibile raggiungere l’aeroporto, cosa ne fu dei familiari rimasti in Cile: ma il motivo per cui Moretti non ci parla di questo è chiaro. Il tema del film non è né il golpe né la ricostruzione di come i rifugiati riuscirono a scappare: il tema è l’Italia, l’accoglienza che un tempo ci fu.

Dunque “Santiago, Italia” si pone un preciso obiettivo, qui e ora, per noi italiani del 2018, che ci sentiamo chiamati in causa in prima persona. A questo, con la massima concretezza che si può chiedere a un documentario, il film delimita la propria ambizione: e l’obiettivo viene raggiunto schiettamente, con la forza dell’ evidenza. 

04/12/2018

Cast e credits

Distribuzione
Academy Two
Durata
80'
Produzione
Le Pacte, Rai Cinema, Sacher Film, Storyboard Media
Fotografia
Maura Morales Bergmann
Montaggio
Clelio Benevento

Trama

Il periodo successivo al colpo di Stato dell'11 settembre 1973 in Cile, raccontato attraverso filmati d'archivio e interviste, e il ruolo svolto dell'ambasciata italiana a Santiago, che diede rifugio a centinaia di oppositori di Pinochet consentendo loro di rifugiarsi in Italia. 
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