The Fire Within: A Requiem for Katia and Maurice Krafft

The Fire Within: A Requiem for Katia and Maurice Krafft


Werner Herzog

Documentario | Francia, Gran Bretagna, Svizzera, Usa
(2022)

Pochissimi cineasti, come Herzog, sanno rinnovarsi nella continuità, sanno imporre il proprio segno distintivo, il proprio posizionamento autoriale in maniera così assidua e costante.

Il regista tedesco, ormai ottantenne, sembra proporre sempre lo stesso film, sembra ripetersi continuamente, eppure sorprende ogni volta di più con la sua pur consolidatissima poetica, con la sua visione del mondo, con il suo sguardo critico sulla bellezza e sulla natura, sulla morte e sulla vita.

In “The Fire Within” Herzog ripercorre davvero – e forse mai come in questo caso – la sua intera filmografia per darci un messaggio, una sintesi, una morale. E forse anche un lascito.

L’ultima fatica dell’autore bavarese è innanzitutto un omaggio ai vulcanologi Katia e Maurice Krafft, coppia di alsaziani che ha portato la propria passione per la scienza alle più estreme conseguenze, quelle del sacrificio.

Da scienziati, talvolta anche un po’ improvvisati, che filmavano le proprie ricerche, i coniugi Krafft hanno finito per diventare dei veri e propri filmmaker.

A un certo punto Herzog lo dice chiaramente: navigando nell’archivio dei Krafft ha come l’impressione di ripercorrere i capitoli di una grande opera sulla creazione che i loro autori non hanno avuto il tempo di montare.

I filmati raccolti negli anni dai coniugi Krafft sono opere di una straordinaria potenza visiva che intendono raccontare e fotografare gli elementi – l’acqua, il fuoco, la terra – nella loro accezione più dinamica, come le colate laviche che scorrono inarrestabili. Sono opere che intendono raccontare e fotografare gli elementi e le loro commistioni: in uno dei momenti visivamente più suggestivi della pellicola l’acqua incontra il magma – che è a sua volta l’unione tra fuoco e terra – durante un’eruzione filmata dai Krafft alle isole Hawaii.

Commistioni che danno vita a fenomeni quasi ultraterreni, forgiando nuove forme di materia. E la mente corre ad “Apocalisse nel deserto” e soprattutto a “The Wild Blue Yonder“, le opere in cui Herzog usava lo stesso procedimento, ma per fini completamente diversi – nel caso di “L’ignoto spazio profondo” per creare un intreccio tra fantascienza e documentario, tra realtà terrena e fantomatici paesaggi extraterrestri.

La scienza come opera d’arte, dunque, e l’arte come scienza. Un percorso intrapreso ormai da anni dall’Herzog documentarista, quanto meno da “Il diamante bianco” (2004) e soprattutto da “Encounters at the End of the World” (2007), passando per “Into the Inferno” (2016) e il recente “Fireball” (2020). Uno sguardo che non è mancato nemmeno all’Herzog dei film di finzione, come nel bistrattato “Salt and Fire” (2016).

Quel che è certo è che da un po’ di anni abbiamo a che fare con un Herzog più materico e meno astratto. Un Herzog sempre più vicino alla sua idea di un cinema “fisico”, ma comunque non meno teorico.

Il tema dei vulcani era già stato affrontato svariate volte da Herzog. Nei citati “Encounters” e “Into the Inferno”, dove peraltro apparivano i Krafft. E nel fondamentale “La Soufrière”, il mediometraggio che per certi versi può essere considerato la sua opera concettualmente più vicina a “The Fire Within”, se si considera che in quel documentario girato nel 1976 Herzog aveva immortalato una delle sue tante imprese folli, il viaggio sull’isola di Guadalupa nell’imminenza di un’annunciata, devastante eruzione vulcanica.

L’incoscienza dell’Herzog di “La Soufrière” è però soltanto una lontana parente del rischio calcolato che costituiva il metodo di lavoro dei Krafft, un rischio che sfocerà nella loro tragica fine: i due coniugi troveranno la morte il 3 giugno 1991, in Giappone, sul Monte Unzen, a causa di un improvviso, devastante flusso piroclastico, mentre erano impegnati nelle loro ricerche e nella loro attività di documentazione.

Si è detto di un Herzog che si ripete e che pure non smette di sorprendere. Si ripete perché lo schema di “The Fire Within” è del tutto analogo a quello di uno dei documentari più celebrati della maturità del regista bavarese, “Grizzly Man“. Identica è infatti la struttura, quella di una tragedia raccontata con le stesse immagini di chi l’ha vissuta, con Herzog che si limita a commentare le riprese con la sua iconica inflessione, senza che la tragedia gli impedisca di sfoderare il suo velato, pragmatico cinismo. Herzog commenta riprese altrui, montate secondo il classico schema che riserva alla parte centrale un lungo flashback, che segue l’annuncio della tragedia e precede la sua effettiva realizzazione.

C’è addirittura la stessa, ineluttabile necessità di soffermarsi sull’ultimo istante di una vita. In “Grizzly Man”, quella dello scombinato Timothy Treadwell, ucciso da un grizzly dopo essersi illuso di essere stato accettato nel loro habitat. In “The Fire Within”, quella dei Krafft, uccisi da un vulcano mentre cercavano di immortalarne l’imprevedibile furia distruttiva.

Lì era l’audio di una videocamera accesa rocambolescamente durante l’attacco del plantigrado, ma rimasta con il copriobiettivo inserito. Qui è la ripresa di un reporter che girava i suoi servizi accanto ai Krafft poco prima che il flusso piroclastico giungesse a prendersi le loro vite.

“The Fire Within” è puro Herzog, anche se di Herzog di fatto c’è soltanto il montaggio, la voce narrante e – aspetto non secondario e anzi caratterizzante – una colonna sonora che permea l’intera narrazione, con la sua ridondante irruenza, che crea uno scarto potentissimo tra visivo e sonoro, cosa a cui del resto il regista ci ha abituato fin dai tempi di “Segni di vita” e “Aguirre“, ma anche – e non meno efficacemente – in opere minori come “Grido di pietra”.

Ma “The Fire Within” può essere anche un lascito, si è detto. E non solo per l’età del cineasta, ormai ottuagenario.

Herzog presenta i Krafft come suoi sostanziali emuli, meno fortunati di lui quanto alla sorte, ma come lui attirati dalla passione per l’immagine estrema, per la documentazione della natura nel momento in cui esprime, contemporaneamente, la sua massima bellezza e la sua mortifera, letale pericolosità.

I Krafft erano famosi vulcanologi, ma nella loro vita avevano coltivato altresì una generica passione per il viaggio, per la natura, per l’antropologia, immortalando il tutto con immagini che ricordano l’Herzog di “Echi da un regno oscuro”, di “Woodabe”, di “Rintocchi dal profondo”.

Come già accaduto con “Nomad“, Herzog vuole forse semplicemente segnalarci gli altri sé da scoprire nello sterminato mondo di coloro che hanno donato la propria vita per una causa, dal più celebre Chatwin ai meno conosciuti coniugi Krafft.

La sua vita, Herzog, l’ha dedicata a forgiare una sua intensa e coerente idea di cinema. Che per quanto consolidata e ormai ben nota, sembra davvero non avere un crepuscolo.

***

Post Scriptum.

Sicuramente non può tacersi del fatto che in questo 2022 siano usciti ben due documentari sui coniugi Krafft: oltre a questo di Herzog, è infatti stato rilasciato (prima in sala, poi su piattaforma) quello diretto da Sara Dosa, “Fire of Love”, prodotto da Disney – National Geographic.

Il che potrebbe sembrare inusuale e anomalo, se non fosse che ultimamente si è assistito in svariate occasioni a coincidenze simili. Come è accaduto per la vicenda del salvataggio dei ragazzi thailandesi nella grotta allagata dai monsoni – anche se in quel caso si trattava di un avvenimento temporalmente più vicino e che quindi poteva giustificare un’inflazione di opere, documentarie e non.

Ad ogni modo, si è volutamente evitato ogni confronto, confinandolo in questa nota a margine, in cui non può che darsi atto delle grosse analogie esistenti tra le due opere, a partire dalla struttura (introduzione sul Monte Unzen, in cui si preannuncia la tragica fine dei due coniugi; lungo flashback biografico; epilogo tragico preannunciato). 

Ma in realtà a prevalere sono le differenze. Quelle nell’accompagnamento musicale, ad esempio (e si è detto sopra quanto sia fondamentale questo aspetto nel cinema di Herzog). Oppure il fatto che il film di Sara Dosa si concentri molto (fin dal titolo) sui Krafft come coppia.

Ma la differenza principale è nell’impostazione complessiva dell’opera: nel pur più che discreto “Fire of Love”, i Krafft sono in fondo due vulcanologi, raccontati secondo lo stile peculiare e piuttosto standardizzato dei prodotti National Geographic; nel film di Herzog i Krafft diventano due personaggi perfettamente calati nella galleria di eroi tragici costruita negli anni dall’autore tedesco, nel presepe vivente della filmografia herzoghiana.

06/12/2022

Cast e credits

Titolo Originale
The Fire Within: A Requiem for Katia and Maurice Krafft
Durata
81'
Produzione
Bonne Pioche Television, Brian Leith Productions, Titan Films
Sceneggiatura
Werner Herzog
Fotografia
Maurice Krafft, Henning Brümmer
Montaggio
Marco Capalbo
Musiche
Ernst Reijseger

Trama

Vita e opere dei vulcanologi e filmmaker francesi Katia e Maurice Krafft, deceduti nel 1991 in Giappone a causa di un'eruzione vulcanica mentre erano impegnati nelle loro attività di ricercatori e documentaristi.
Nessun Dolore
Nessun Dolore

In "Nessun Dolore" Gianni Amelio torna a raccontare il presente con un film testamentario e poetico che parte da uno dei temi più cari al suo cinema, quello del mancato incontro tra un padre e un (possibile) figlio, per mettere in scena la palingenesi di un personaggio "eretico", un Alessandro Borghi in stato di grazia, disposto all’esilio sociale pur di non rinunciare all’empatia verso i più deboli

Serpenti
Serpenti

Con "Serpenti", presentato alla Mostra del cinema di Venezia, Roberto De Paolis Maino si confronta con il grottesco e la commedia nera per raccontare una storia che affonda nelle contraddizioni della società italiana. Al centro, un uomo e un commissariato romano diventano gli elementi di un paradosso kafkiano, tra burocrazia, assurdità e violenza di genere

The Invite – Il piacere è tutto nostro
The Invite – Il piacere è tutto nostro

Olivia Wilde costruisce un divertente dramma da camera sulle contraddizioni della coppia contemporanea, affidandosi a un cast perfettamente assortito. The Invite intrattiene e incuriosisce, ma rinuncia alle implicazioni più radicali delle proprie premesse

Silent Friend
Silent Friend

Un albero osserva le tre storie parallele che si svolgono in epoche diverse nella stessa università in Germania: un professore bloccato dal lockdown, la prima studentessa donna a biologia, un progetto per parlare con le piante negli anni '70

Let Us Through, Dear Ancestors
Let Us Through, Dear Ancestors

VENEZIA 83 - Lav Diaz ritorna alla Mostra del cinema, pur fuori concorso, con "Makikiraan Po", pellicola che espande la riflessione del regista sul passato delle Filippine, andando fino alle origini coloniali, così come quella sulla forma stessa del suo cinema in evoluzione

Un détour par Diane
Un détour par Diane

VENEZIA 83 - Premiato meritatamente come miglior film di Orizzonti, il film di Anne Sirot e Raphaël Balboni esplora con grande senso dell'umorismo il trauma della violenza di genere attraverso le generazioni, grazie a una protagonista senza freni e uno spirito libero

NAZA
NAZA

VENEZIA 83 - Premio speciale della Giuria alla kermesse veneziana, "NAZA" di Yuval Abraham e Rachel Szor è la dissezione minuziosa del funzionamento della macchina di controllo e sterminio israeliana, un documentario tanto rigoroso nella forma quanto travolgente nel contenuto

DAU
DAU

VENEZIA 83 - Uno dei film più ambiziosi del secolo, kolossal sulla dittatura divagante e sconclusionato ma anche esperienza unica che rapisce per più di tre ore. Vincitore del Leone d'argento per la miglior regia