The Equalizer – Il vendicatore

The Equalizer – Il vendicatore


Antoine Fuqua

Azione | Usa
(2014)

Viene da chiedersi quando gli ex agenti della CIA entreranno a pieno titolo nella tradizione umoristica, al pari degli ubriachi, dei dottori e degli scolari. Probabilmente l’immagine imperscrutabile di una condotta tenebrosa, spesso indifferente ai vincoli legislativi, finirà col salvarli dagli scherni del folclore, ma, se ciò non dovesse accadere, il merito sarà in gran parte ascrivibile alla mitopoiesi operata dal cinema action degli ultimi vent’anni, col suo proliferare di agenti a riposo o in pensione, pronti a ripetere il saluto militare al minimo ammicco dello zio Sam. Non che imbracciare armi da fuoco sia necessario, anzi. Per questi ultracinquantenni addestrati a uccidere a mani nude nulla è meglio del ghigno sprezzante di un pivello armato per rispolverare le vecchie tecniche. E se l’Aikido di Steven Seagal si fa sempre più stanco e sempre meno mortifero film dopo film, in “The Equalizer” Denzel Washington dà prova memorabile di un’indole da ragioniere omicida in una scena che lo vede abbattere, in un pugno di secondi, cinque strafottenti malavitosi russi, vestiti di tatuaggi fino al collo. Una scena pirotecnica, che ben sintetizza la natura parossistica del cinema di Antoine Fuqua, con la macchina da presa che va a frugare nell’occhio del protagonista e scompone il riflesso del suo sguardo in virtuosistici ralenty non distanti dalle gratuità videoludiche di Guy Ritchie.

In tempi come i nostri, consacrati all’intrattenimento, non è improbabile che il film di Fuqua conquisti buona parte del pubblico e, memore degli elogi tributati al modesto “Training Day“, riscuota anche un diffuso apprezzamento critico. C’è di peggio, naturalmente, e all’ipotesi di veder trafugati i soldi degli spettatori dalle amenità di Paolo Ruffini, il prevedibile successo del vendicatore di Denzel Washington ci appare un balsamo insperato. Eppure poche cose funzionano a dovere in questa ennesima prova del regista statunitense, dopo le corbellerie scioviniste e gli effettacci digitali del disastroso “Attacco al potere“.

Il barocchismo consueto del regista è qui declinato tra un incipit che asseconda con competenza l’immaginario recente del poliziesco americano – col protagonista solitario e taciturno, colmo di piccole manie, che siede a una tavola calda di periferia leggendo Hemingway (e non quello denso e corposo di “Addio alle armi”, ma, ovviamente, quello aulico e solenne del solito “Il vecchio e il mare”, altrimenti come si farebbe a farne lo spunto di un faticoso dialogo che procede per metafore sportive?) – e un finale fantasioso e violento in cui spicca, per inventiva, il contributo alla fotografia di Mauro Fiore (già premiato con l’Oscar per “Avatar“). Nel mezzo, una sequela intermittente di scene d’azione, che lasciano l’amaro in bocca per brevità e ridondanza, alternate a faticosi duelli verbali, che guardano ai campi/controcampi di Michael Mann senza averne il carisma.

Tra citazioni povere e senza nerbo del cinema hongkonghese, ingannevoli montaggi alternati alla Jonathan Demme e un occhio gettato allo Scorsese di “Taxi Driver“,  Fuqua svela l’essenza tipicamente americana del proprio cinema, rimestando le più blande soluzioni formali dei suoi maestri, senza mai un guizzo che non siano i lampeggianti videoclip degli esterni di raccordo. Un procedimento analogo, in sostanza, a quello messo in atto dal conterraneo David O. Russell, già abile ruffiano prontamente ricompensato dall’Acadmey, che non teme di affiancare i Coen a Tarantino nella stessa scena e considera un’inquadratura dal bagagliaio bastevole a evocare un orizzonte postmoderno. Allo stesso modo Fuqua dissemina lungo il film i segni di una cinefilia accademica e si perde troppo spesso nel piacere istintivo della bella immagine, più che della bella inquadratura. La differenza è nella consapevolezza del movimento, di un tempo connaturato all’inquadratura. Si riguardi, allora, l’opera di Johnnie To come riferimento imprescindibile di un cinema visivamente stupefacente (davvero, stavolta), in cui la linea più breve tra due punti è l’arabesco e  i corpi danzano nei ralenty esasperati di precisissime geometrie spaziali.

Dal canto suo, Fuqua si limita a seguire i fantasiosi assassinii della sua musa attempata, magnificandone il minimo battito di ciglia, alla ricerca di una mitizzazione del corpo e dell’attore che solo il cinema può offrire al netto di uno sforzo così esiguo. E forse in questo si risolve il lavoro del regista: nell’appeal fatiscente con cui magnifica indifferentemente gli oggetti della sua ispirazione, siano essi un corpo, una bandiera a stelle e strisce o un treno di gomme Pirelli. Merce, comunque, pronta per il lancio pubblicitario.

Non dimenticate di comprare i popcorn.

15/10/2014

Cast e credits

Titolo Originale
The Equalizer
Distribuzione
Warner Bros.
Durata
131'
Produzione
Columbia Pictures, Denzel Washington, Lionsgate, Richard Wenk
Sceneggiatura
Richard Wenk
Fotografia
Mauro Fiore
Scenografie
Naomi Shohan, Leslie E. Rollins
Montaggio
John Refoua
Musiche
Henri Gregson-Williams
Costumi
David C. Robinson

Trama

Robert McCall è un ex agente della CIA dalla vita quotidiana rigorosa e precisa. Lavora come commesso in un negozio di bricolage e trascorre le serate in una tavola calda di periferia a divorare uno dopo l'altro i "centro libri che si dovrebbero leggere prima di morire". L'incontro fortuito con una giovane prostituta malmenata da un cliente e poi, per aver reagito, dal suo magnaccia, lo spinge a rispolverare le vecchie tecniche per fare giustizia e riequilibrare il torto subito dalla ragazza. Ma la violenza chiama altra violenza e McCall si vedrà presto costretto a risalire le gerarchie della mafia russa fino all'obiettivo più alto.
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