Tutto può cambiare

Tutto può cambiare


John Carney

Drammatico, Musicale, Romantico | Usa
(2014)

Ce la ricordavamo ancora in bianco e nero, Manhattan, accarezzata dai grappoli di note di George Gershwin. Non un’elegante sinfonia, come la Berlino di Walter Ruttmann, ma una rapsodia di vite pronte ad allacciarsi secondo imprevedibili arabeschi; tale, almeno, l’ha restituita per sempre alla memoria il cinema di Woody Allen.

Ora, alla sua seconda prova dietro la macchina da presa, John Carney dimentica il sogno rapsodico del regista newyorkese per eccellenza e tenta una riscrittura del contesto urbano della Grande Mela, rivestendola di tutti i colori che la tavolozza di Gordon Willis aveva appiattito nell’intimista trasfigurazione alleniana. “Tutto può cambiare” è, allora, anche un film sulla New York nascosta, emendata dai ponti sull’Hudson River, dalle gite in carrozza a Central Park, dai fumosi ristoranti dell’Upper West Side. Carney ne predilige i vicoli colorati e vivacissimi, le fredde fermate della metropolitana, i tetti sovrastati dalle moli dei grattacieli, gli angoli delle strade dove estrosi musicisti improvvisano al calore dei lampioni, tra il vociare indistinto dei passanti e il sonoro ululato di sirene in lontananza. Più che un album di fotografie melanconiche, la metropoli di Carney vorrebbe essere un distillato di sonorità imprevedibili, in cui il ritmo trasognato di una ballata possa inserirsi con continuità nel rumoreggiante tessuto vitale che anima la città e un basso elettrico accompagnarsi con disinvoltura al rombo ovattato di un’auto di passaggio.

L’impianto del film può dirsi classico e la storia si sviluppa con scioltezza, nonostante l’intrecciarsi dei flashback iniziali, che congiungono i destini degli ignari protagonisti. Keira Knightely è Gretta, cantautrice per passione. Abbandonata dall’amato per inseguire un facile futuro da rockstar, si ritrova, una sera, a esibirsi in un locale di periferia dove bicchieri di bourbon si accompagnano al fumo delle sigarette. Il caso vuole che il proprietario di uno di quei bicchieri sia Dan Mullingan, interpretato da un eccellente Mark Ruffalo – con le labbra arricciate in un sorriso mezzo impertinente, che tanto ricorda quello di Stefano Bollani – produttore discografico reduce da una lunga serie di fallimenti. Inebriato dall’alcool, si immerge nel ritmo suadente della ballata eseguita dalla ragazza fino a immaginarne un intero arrangiamento. E lì la canzone prende vita, costruendosi per incastri, aggiunte successive di archi e tastiere, attorno all’andamento ipnotico della chitarra folk. Da qui il desiderio condiviso di registrare un album e, in mancanza di una produzione, l’idea folle di usare come studio di registrazione l’intera città e come tappeto sonoro i battibecchi dei suoi abitanti, le grida dei bambini, l’esplodere dei clacson, il ronzio delle strade trafficate.

Lo sguardo di Carney mira all’autenticità, ma persevera nell’equivoco, propugnato con ostinazione dal “Sundance Film Festival”, che bastino jump cut e macchina a mano per raggiungerla, mentre i personaggi possono guardare senza rimorsi alla finzione da salotto televisivo dei quarantenni di Judd Apatow.

Quel che, in parte, riscatta il film è il suo insistere sulla musica come collante tra gli individui (il titolo del film avrebbe dovuto essere “Can a Song Save Your Life?”), vero linguaggio in grado di arrivare dove le parole incespicano e un mutismo improvviso prende alla gola.

Al netto di una buona idea iniziale e di una scrittura piuttosto agile, non sono pochi gli intoppi del film,  tutti più o meno riconducibili a un mancato sviluppo delle promettenti tracce seminate qua e là lungo il percorso narrativo. A partire dalle canzoni, funzionali all’incedere drammatico e mai didascaliche, ma in definitiva deludenti nella loro ricercatezza da studio di registrazione. La cura per ogni minima flessione del suono, il calibrato intervento dei rumori cittadini, mai invadenti o fuori luogo, contraddicono, in principio, il grido di ribellione del regista e viene da chiedersi perché – se non per timore di una scelta troppo audace – non si sia optato per un sound in presa diretta, sporco, graffiato, finanche stonato, ma ancor più vero e autentico. A che pro remixare in studio un inno all’autenticità della musica?

Già nel 1968 Jean-Luc Godard in “One Plus One” (distrubuito anche come “Sympathy For The Devil” in una versione leggermente diversa) aveva ben compreso la necessità di un approccio diretto alla musica, al lavorio continuo e insistito del rock, magnificamente reso attraverso lunghi piani sequenza pronti a spiare il making of di uno dei brani più celebri degli Stones. Nel film di Carney, invece, questa fatica ostinata rimane fuori campo e le sessioni di registrazione en plein air si susseguono per frammenti, senza il minimo sforzo, improvvisazione o ripensamento, col corollario di un sottofondo musicale innaturalmente pulito e omogeneo.

In questo modo anche i più vivi scorci di New York diventano fondali ripetitivi e finiscono col perdere colore, col confondersi fino a svanire dalla memoria. Delle metropolitane o dei tetti della Grande Mela rimane appena un’impressione, al punto che ci accorgiamo di volerne sapere di più. Ci piacerebbe perfino immaginare un film fatto di sole sessioni di registrazione on the road, letteralmente immersi nella città, con i suoi suoni e i suoi vicoli, ma è probabile che il sistema produttivo e la stessa organizzazione della metropoli si oppongano a un’improvvisazione di questo tipo, a un evento spontaneo, non programmato.

A dispetto degli sforzi di Carney, New York rimarrà nella nostra memoria una città in bianco e nero.

20/10/2014

Cast e credits

Titolo Originale
Begin Again
Distribuzione
Lucky Red
Durata
104'
Produzione
Exclusive Media Group, Judd Apatow, Likely Story
Sceneggiatura
John Carney
Fotografia
Yaron Orbach
Scenografie
Kris Moran, Chad Keith
Montaggio
Andrew Marcus
Musiche
Gregg Alexander
Costumi
Arjun Bashin

Trama

Keira Knightely è Gretta, cantautrice per passione. Abbandonata dall'amato per inseguire un facile futuro da rockstar, si ritrova, una sera, a esibirsi in un locale di periferia dove bicchieri di bourbon si accompagnano al fumo delle sigarette. Il caso vuole che il proprietario di uno di quei bicchieri sia Dan Mullingan, produttore discografico separato dalla moglie e reduce da una lunga serie di fallimenti. Inebriato dall'aclool, si immerge nel ritmo sudaente della ballata fino a immaginarne un intero arrangiamento. Da qui prende vita il desiderio di registrare un album e, in mancanza di una produzione, l'idea folle di usare come studio l'intera città di New York. Per Dan e Gretta potrebbe essere il modo per riprendere in mano le redini della loro vita.
Nessun Dolore
Nessun Dolore

In "Nessun Dolore" Gianni Amelio torna a raccontare il presente con un film testamentario e poetico che parte da uno dei temi più cari al suo cinema, quello del mancato incontro tra un padre e un (possibile) figlio, per mettere in scena la palingenesi di un personaggio "eretico", un Alessandro Borghi in stato di grazia, disposto all’esilio sociale pur di non rinunciare all’empatia verso i più deboli

Serpenti
Serpenti

Con "Serpenti", presentato alla Mostra del cinema di Venezia, Roberto De Paolis Maino si confronta con il grottesco e la commedia nera per raccontare una storia che affonda nelle contraddizioni della società italiana. Al centro, un uomo e un commissariato romano diventano gli elementi di un paradosso kafkiano, tra burocrazia, assurdità e violenza di genere

The Invite – Il piacere è tutto nostro
The Invite – Il piacere è tutto nostro

Olivia Wilde costruisce un divertente dramma da camera sulle contraddizioni della coppia contemporanea, affidandosi a un cast perfettamente assortito. The Invite intrattiene e incuriosisce, ma rinuncia alle implicazioni più radicali delle proprie premesse

Silent Friend
Silent Friend

Un albero osserva le tre storie parallele che si svolgono in epoche diverse nella stessa università in Germania: un professore bloccato dal lockdown, la prima studentessa donna a biologia, un progetto per parlare con le piante negli anni '70

Let Us Through, Dear Ancestors
Let Us Through, Dear Ancestors

VENEZIA 83 - Lav Diaz ritorna alla Mostra del cinema, pur fuori concorso, con "Makikiraan Po", pellicola che espande la riflessione del regista sul passato delle Filippine, andando fino alle origini coloniali, così come quella sulla forma stessa del suo cinema in evoluzione

Un détour par Diane
Un détour par Diane

VENEZIA 83 - Premiato meritatamente come miglior film di Orizzonti, il film di Anne Sirot e Raphaël Balboni esplora con grande senso dell'umorismo il trauma della violenza di genere attraverso le generazioni, grazie a una protagonista senza freni e uno spirito libero

NAZA
NAZA

VENEZIA 83 - Premio speciale della Giuria alla kermesse veneziana, "NAZA" di Yuval Abraham e Rachel Szor è la dissezione minuziosa del funzionamento della macchina di controllo e sterminio israeliana, un documentario tanto rigoroso nella forma quanto travolgente nel contenuto

DAU
DAU

VENEZIA 83 - Uno dei film più ambiziosi del secolo, kolossal sulla dittatura divagante e sconclusionato ma anche esperienza unica che rapisce per più di tre ore. Vincitore del Leone d'argento per la miglior regia